Tolkien: piccolo è bello, e non solo in letteratura

di PAOLO GULISANO

Esce nelle sale cinematografiche Lo Hobbit, tratto dal romanzo fiabesco scritto da John Ronald Tolkien 75 anni, con protagonisti piccoli eroi, gli Hobbit  appunto, che affrontano incredibili avventure con umiltà e coraggio. Il film è l’occasione per tornare a riflettere sull’opera di Tolkien, ovvero un caso letterario le cui dimensioni vanno oltre il valore dell’opera dello studioso inglese, e che testimoniano il suo significato di maestro, in una società che di buoni maestri ne ha un disperato bisogno. Tolkien va ormai considerato non solo un autore di successo, ma anche come un autentico classico. Egli ha riproposto, in pieno ventesimo secolo, il genere letterario epico, ridando dignità letteraria all’antichissimo genere della narrativa dell’immaginario, nonostante il cinismo di una cultura dominante che, come Brecht insegnava, doveva fare a meno dei valori, in particolare dell’eroismo. Il professore di Oxford è divenuto così un maestro, un punto di riferimento esistenziale per generazioni di giovani lettori che si sono commosse ed esaltate alla lettura delle sue pagine epiche – così lontane dal realismo spesso squallido che ha imperato a lungo in letteratura- che narravano giustappunto di eroi, di regni perduti da restaurare,di signori del male contrapposti ad elfi, cavalieri e piccole gentili creature, pronte però ad ogni sacrificio per il trionfo del bene: gli Hobbit, personaggi peculiarmente ed assolutamente tolkieniani.

Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica, con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta le vicende umane; è impressionante oggi leggere il giudizio che nel 1945 ebbe ad esprimere rispetto agli scenari successivi al conflitto mondiale: “Tutto diventerà una piccola maledetta periferia provinciale. Quando  avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa all’est, nel medio oriente, nell’URSS, nella Pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell’Africa equatoriale, a Lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici… Ma scherzi a parte: trovo questo cosmopolitanesimo americano terrificante.” Tolkien come critico della modernità, dunque, del mondialismo, della omologazione massificante, a cui contrapponeva la cultura dell’appartenenza e del radicamento. In una società multietnica e multiculturale come quella della Terra di Mezzo, i piccoli hobbit difendono la loro Contea, il loro piccolo mondo pacificamente rurale e ricco di tradizioni. Un’altra definizione restrittiva che è stata data di Tolkien è quella di “conservatore”;  tutto sommato il professore non se ne adonterà, ma se tale termine vale nel senso di conservatore di tutto ciò che è bello, puro, piccolo, ordinato, interessante, importante. “I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventa più piatto e noioso“, scrisse una volta.

Questa avversione di Tolkien per le brutture e gli errori della modernità non è ideologica poichè è realistica, non nasce, cioè, da un idea di mondo, o da un progetto più o meno utopico su di esso, ma dalla constatazione della natura e della condizione umana, segnata indelebilmente dalla Caduta (in termini cristiani dal Peccato Originale), talchè il Nemico da battere è sì l’avversario malvagio (Sauron o Saruman) ma è soprattutto il male che si annida infido in ciascuno di noi. Il ritorno al Bello e al Vero auspicato dallo scrittore di Oxford venne realizzato da lui attraverso il ricorso e il ritorno al Mito, per ridare sanità e santità all’uomo moderno.“Il mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter essere dissezionato”, disse Tolkien parlando ai suoi studenti di una delle sue opere preferite, il Beowulf.

A proposito invece delle letture “ideologiche” di Tolkien, è davvero singolare il caso italiano. In Italia Il Signore degli Anelli venne pubblicato solo nel 1970; nessun editore voleva arrischiarsi nel pubblicare un libro così ponderoso, dai costi non bassi, che non si sapeva se avrebbe incontrato i gusti del pubblico italiano, considerato scettico e disincantato nei confronti dei miti nordici e dei racconti fantastici. Erano inoltre quelli gli anni dell’impegno sociale della narrativa, e la fantasia sembrava un elemento di colpevole disimpegno, propedeutica al qualunquismo. Alla fine la casa editrice Rusconi lanciò sul mercato Il Signore degli Anelli, e a quel punto la critica letteraria ufficiale aprì il fuoco coi mortai, un fuoco di sbarramento che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto fare terra bruciata a questo testo sgradito all’establishment intellettuale della Penisola. A Tolkien e alla sua opera furono rivolte accuse tanto maligne quanto infondate: era un libro “di destra”, era un autore razzista e fascista, era narrativa-spazzatura per nostalgici reazionari. Il paradosso clamoroso fu che, mentre a livello mondiale la lettura politica di Tolkien era quella che lo vedeva arruolato nelle fila dell’ecologismo, in Italia la cultura dominante di sinistra lo rifiutò e inventò la leggenda nera del Tolkien “fascista”. Si potrebbe pensare ad un colossale abbaglio, a gente che forse il libro non lo aveva nemmeno letto, ma vista l’acrimonia e la persistenza di queste accuse non si può lasciare il beneficio del dubbio su una eventuale dabbenaggine in buona fede.

Tolkien era quanto di più lontano si potrebbe immaginare dai totalitarismi, compresi quelli fascisti e nazisti. Le reali idee politiche di Tolkien sono manifeste in alcune lettere significativamente rivelatrici, come quella inviata al figlio Christopher del 29 novembre 1943: “ Le mie opinioni politiche inclinano sempre più verso l’anarchia intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe)- oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha poteri né diritti né intelligenza);(…)Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. (…) Ebbene, auguri, mio carissimo figlio. Siamo nati in un periodo buio. Ma c’è una consolazione: se fosse altrimenti non conosceremmo, e non ameremmo tanto, quello che amiamo. Immagino che il pesce tirato fuori dall’acqua sia l’unico pesce ad avere un vago sentore di che cosa sia l’acqua. Inoltre abbiamo ancora qualche arma. “Non mi inchinerò di fronte alla corona di ferro, né getterò via il mio piccolo scettro d’oro”. Lancia contro gli orchi, con parole alate, hildenaeddran (lance di guerra), frecce acuminate – ma assicurati di centrare il bersaglio, prima di sparare”. Era l’invito a lottare contro i moderni idoli, contro l’idolatria, con il coraggio di un Hobbit.

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2 Comments

  1. Brixiano says:

    Bell’articolo, complimenti.

  2. Niki says:

    Articolo stupendo: grazie!

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