TIMOR EST, HA VINTO LE ELEZIONI IL PRESIDENTE SECESSIONISTA

di STEFANO MAGNI

Un generale, Taur Matan Ruak, ex comandante in capo delle forze armate di Timor Est, è stato eletto presidente del Paese, con il 61,2% dei voti, sconfiggendo al ballottaggio il suo rivale Francisco Guterres. Promette di risolvere il problema della disoccupazione introducendo la leva obbligatoria: almeno i giovani, indossando una divisa, avranno qualcosa da fare. Vista così, la notizia che riguarda uno dei Paesi più poveri del Sud-Est asiatico, non sembra rappresentare nulla di esaltante, né di interessante. Se non che stiamo parlando di Timor Est. Una nazione che è sopravvissuta a stento a un genocidio e che è riuscita a dichiarare la sua indipendenza solo dieci anni fa, dopo un trentennio di lotta armata. Tutte le instabilità, le incertezze, la violenza e la miseria degli ultimi anni, vanno lette conoscendo questo passato terribile. E l’elezione di Ruak, avvenuta senza incidenti e (a quanto risulta finora) senza brogli, è un primo episodio di vera quiete dopo decenni di tempeste.

Quello di Timor Est è il tipico caso di secessione per sopravvivenza. Senza indipendenza, questo piccolo Paese sarebbe stato fagocitato e digerito dall’Indonesia. A dire il vero, quella di Timor Est è una seconda rinascita. La prima era avvenuta nel lontano agosto del 1975, quando il Portogallo, appena uscito dalla dittatura, promise di lasciar libere le sue colonie. Fra cui Timor Est. Nel novembre del 1975, il fronte rivoluzionario locale, il Fretilin, proclamò l’indipendenza. E qui iniziò l’incubo vero. Perché l’Indonesia, allora governata dal regime di Suharto, invase il nuovo Paese già nel dicembre di quell’anno. Non si trattò di una semplice occupazione, ma di un vero e proprio sterminio. Il numero delle vittime è ancora da stabilire. Oltre ai civili assassinati indiscriminatamente dall’esercito indonesiano, vanno aggiunti anche quelli morti nelle deportazioni successive o lasciati morire di fame. In meno di un anno, il politologo statunitense Rudolph J. Rummel stima che siano stati uccisi circa 150mila abitanti di Timor Est, un sesto dell’intera popolazione e più di 10 volte tanto il numero di soldati e miliziani di entrambe le parti caduti durante la guerra di annessione. Per Timor Est, dunque, la “pace” sotto il dominio indonesiano è stata 10 volte più mortale rispetto alla guerra.

I motivi dell’aggressione di Suharto furono soprattutto ideologici e religiosi, anche se si sottolinea spesso la ricchezza delle risorse petrolifere di quel pezzo di Sud-Est asiatico. Da un punto di vista ideologico, il dittatore indonesiano voleva sbarazzarsi (annettendolo) di quell’ultimo residuo di colonialismo europeo rimasto nella regione. Non appena il Portogallo ritirò gli ultimi uomini, gli indonesiani ebbero mano libera e agirono subito con la forza. La religione non fu secondaria. L’Indonesia è tuttora la più popolosa nazione musulmana del mondo. Ed è progressivamente sempre più integralista. Timor Est, al contrario, ha una popolazione che al 95% è cattolica. Durante la guerra e la lunga occupazione, gli squadroni della morte indonesiani si accanirono soprattutto contro i fedeli e i luoghi di culto cristiani. Gli Stati Uniti hanno le loro responsabilità. L’Indonesia era un alleato importante per Washington. E, stando al giornalista e filosofo (da poco defunto) Christopher Hitchens, nel suo libro-inchiesta “Processo a Henry Kissinger”, l’amministrazione Ford sapeva in anticipo dei preparativi indonesiani per l’invasione. Ma non fece nulla per impedire lo sterminio.

Agli occupati non restava che resistere con le armi in pugno. Da soli. L’attuale neo-presidente, Ruak, prese le armi subito dopo l’invasione del 1975. Quattro anni dopo fu catturato dagli indonesiani, ma riuscì a evadere e a proseguire la guerriglia. Nella sua lunga carriera di guerrigliero arrivò al grado di generale e comandante in capo del Falintil (il braccio armato del Fretilin) nel 1999. Erano già altri tempi. L’anno prima, nel 1998, il dittatore Suharto aveva perso il potere. E nel 1996, il vescovo di Dili, Carlos Belo e il leader politico della resistenza, José Ramos-Orta, erano stati riconosciuti internazionalmente con l’assegnazione del premio Nobel per la Pace.

Nel settembre del 1999, dopo un accordo fra Portogallo e Indonesia, fu concesso ai timoresi orientali di votare in un referendum per l’indipendenza, supervisionato dall’Onu. Il 78% scelse l’indipendenza. Ma il risultato fu annullato dal governo dell’Indonesia, che lanciò altre violenze su larga scala, nonostante la presenza dell’Onu. Venne imposta la legge marziale e gli squadroni della morte (tacitamente appoggiati dall’esercito) provocarono almeno 1000 vittime in meno di un mese. Un quarto della popolazione di Timor Est fuggì dalle proprie case. Pareva ritornare l’incubo del 1975. Tuttavia non era più il tempo dei massacri, perché l’opinione pubblica internazionale reagì con una condanna corale. La macchina dell’Onu si mise in moto e i peacekeeper australiani sbarcarono sull’isola. L’Indonesia preferì scendere a patti e solo tre anni dopo, il 20 maggio 2002, si arrivò alla proclamazione ufficiale dell’indipendenza di Timor Est. Ora è una nazione povera, dipendente quasi esclusivamente dall’esportazione delle sue risorse naturali e sempre sull’orlo di un conflitto civile fra i gruppi che combatterono la guerra di indipendenza. Non è sicuramente un paradiso. Ma almeno è indipendente. E viva.

 

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4 Comments

  1. silvia garbelli says:

    Onore alla testata L’indipendenza.com che riporta con precisione e solerzia ogni notizia di in tema di autodeterminazione, ovunque accada un evento come questo, che dovrebbe, anzi, restare in primo piano a sostegno della convinzione che niente è impossibile !

    Cattolica o no è un aspetto secondario, ma l’auspicio è che Timor Est possa, nonostante le non ideali condizioni economiche, attuare da ora in poi la volontà del proprio popolo.

  2. Gian says:

    Viva Timor Est, libera, indipendente e cattolica.

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