In Tibet sale la tensione: in 7 giorni 5 monaci si sono immolati

di REDAZIONE

Continua a crescere la tensione in Tibet e i numeri sono impressionanti. Con le due ultime immolazioni di ieri nel Guansu, provincia nord occidentale cinese, il numero di questi atti estremi e’ salito a 60 dal febbraio 2009. Ma sono 59 gli atti dal marzo del 2011 e, soprattutto, 47 nel 2012, con la media di oltre 4 immolazioni al mese, quest’anno, fino ad oggi. Solo negli ultimi giorni, da sabato scorso, ci sono state cinque immolazioni, tutte nella stessa area del Guansu (l’area tibetana di Amdo), nella contea di Sangchu (Xiahe in cinese), nella prefettura autonoma tibetana di Kanlho (Gannan in cinese). Non sono bastati gli appelli internazionali, ne’ la repressione cinese che si fa sempre piu’ forte in Tibet e nelle altre aree tibetane della Cina, nonostante la gente continui a scendere per strada e protestare contro quella che definiscono ‘l’occupazione cinese del Tibet’.

I gesti estremi, accompagnati da slogan che chiedono la liberta’ in Tibet di poter parlare la propria lingua, seguire le proprie tradizioni, che chiedono di far ritornare il Dalai Lama, che chiedono una genuina autonomia nella cornice della costituzione cinese (come ha ricordato pochi giorni fa all’ANSA il premier tibetano in esilio Lobsang Sangay), non si fermano. ”Noi – ha detto nell’intervista il primo ministro del governo tibetano in esilio in India, a Dharamsala – abbiamo condannato le immolazioni e abbiamo chiesto ai nostri compatrioti di smettere, ma non ci ascoltano… sono gesti dettati dalla disperazione. Condanniamo le immolazioni – ha detto Sangay – ma condividiamo le aspirazioni di coloro che hanno scelto questo metodo di protesta”. La disperazione di cui ha parlato Sabgay all’Ansa ha davvero numeri impressionanti: la maggior parte degli immolati sono giovanissimi che non arrivano neanche a 30 anni, 52 sono uomini e 8 le donne. Dei 60 immolati, si sa che 51 hanno perso la vita a seguito della loro protesta. Oltre a questi sessanta, ce ne sarebbero altri due (un importante figura monacale tibetana e sua nipote anch’essa monaca) morti lo scorso 6 aprile nel monastero di Tawu, a causa delle fiamme. Ma alcune fonti li citano come vittime di un incendio scaturito nel monastero. E a questi vanno aggiunti i gesti estremi di cinque tibetani in esilio morti dall’aprile 1998: tre a New Delhi, uno a Mumbai e uno a Kathmandu. Da Pechino nessuna parola, se non le solite accuse contro il Dalai Lama, chiamato il secessionista e dipinto come un lupo vestito da agnello. Secondo Pechino e’ lui che spinge i giovani ad immolarsi.

Neanche i poliziotti cinesi dotati di estintori hanno potuto bloccare le proteste, neanche le offerte di ricche ricompense a coloro che informino le autorita’ su nuove immolazioni, sono riusciti a fermarle. Non c’e’ dialogo fra le parti dal 2008, e non ci sara’ almeno fino a quando non sara’ eletta la nuova nomenclatura cinese a novembre (che si insediera’ effettivamente al potere in marzo). Il governo tibetano in esilio, nel chiedere una sincera autonomia, fa appello a Stati Uniti e Unione Europea, mentre i cinesi vedono questo come interferenze esterne e insistono sul fatto che i tibetani vogliono l’indipendenza. Un dialogo tra sordi che non pare portare a nulla, mentre le proteste, anche di piazza, continuano.

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2 Comments

  1. Dan says:

    Sarò cattivo, ma visto e considerato che del Tibet non frega niente a nessuno (altro che diritti umani) perchè la Cina si affanna tanto a cercare di spegnere le torce umane ? Potrebbe consegnare direttamente ad ogni tibetano una tanica di benzina e lasciare che tolgano il disturbo

  2. PSA 1,9 says:

    Qui da noi gli eroi dell’indipendenza han pensato di compiere un’impresa storica inchiappettando la Rosi !

    Questa è la vera differenza tra i coloro che lottano per la libertà ed i folkloristici patrioti padani:

    quelli hanno le palle, i nostri hanno i Maroni !

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