TIBET, LA CINA PROMETTE LIBERTA’. PER INGRAZIARSI GLI USA

di ELISA BORGHI

“Tibet: la Cina apre, Wen promette libertà religiosa”. Cosi l’agenzia “Agi China” lanciava, venerdì, una notizia quantomeno sorprendente, visto il consolidato quadro di repressione della minoranza buddista in cui si inserisce. “Il premier cinese Wen Jabao – continuava il dispaccio – assicura che Pechino garantirà la libertà religiosa e le tradizioni culturali dei tibetani”. “Ci impegneremo – proclama Wen – per migliorare le condizioni di vita dei nostri compatrioti”. La dichiarazione è stata accolta dai media con un certo stupore, motivato dal fatto che le forze di sicurezza cinesi ancora a gennaio assassinavano chi manifestava per l’autonomia (ultimi a morire, in ordine di tempo, un monaco e suo fratello), provocando, per contrappasso, le disperate immolazioni dei lama: a inizio febbraio un monaco si dava fuoco in segno di protesta contro “l’occupazione” cinese nello Qinghai.

E’ dunque lecito accogliere criticamente i proclami del Premier e domandarsi se i vertici del Partito Comunista Cinese (Pcc) intendano davvero cambiare rotta e sollevare la campana di oppressione cha grava sui tibetani.

Più di una ragione spinge a dubitare che dietro alle parole di Wen ci sia un serio programma politico: in primis, le recenti dichiarazioni di un altro capo del Pcc, Chen Quanguo, governatore del Tibet, che la settimana scorsa dichiarava al “Tibet daily”: “la nostra battaglia contro la cricca del Dalai Lama è lunga, complicata e anche acuta”. Ed è una battaglia – insegna la storia – che il governo centrale non ha mai inteso perdere. Deng Xiaoping mise gli occhi su Hu Jintao e lo benedì (garantendone l’ascesa politica), proprio per come amministrò il Tibet nell’89 e ’90, i disastrosi (per i comunisti) anni della dissoluzione sovietica. Erano i tempi delle prime manifestazioni indipendentiste, con Hu governatore la polizia venne autorizzata a fare fuoco sui manifestanti e si istituì la legge marziale. Se Hu Jintao è oggi presidente della Repubblica lo deve anche a quei meriti. E sebbene da allora siano passati ventitre anni va ricordato che la leadership cinese si rinnova per cooptazione. Gli “eletti” seguono la linea che detta il capo e Hu è stato molto abile, nell’ultimo decennio, a far accedere alle posizioni di vertice, quali la presidenza delle province e le commissioni centrali del partito, i propri “protetti” (tra cui vale la pena di ricordare Zhang Qingli, governatore del Tibet nel 2008, che schierò nelle strade di Lhasa l’esercito e riapplicò la legge marziale). Anche se il Pcc è tutt’altro che granitico, e con l’approssimarsi del congresso d’autunno si registra un’accesa lotta tra fazioni al suo interno, la politica nazionale è caratterizzata da una sostanziale continuità, soprattutto per quanto riguarda il governo delle minoranze. Da sempre il primo interesse strategico della Cina è quello di preservare l’unità nazionale, per i movimenti autonomisti non c’è spazio.

Certo va notato che oggi a fare proclami in favore della libertà in Tibet non è Hu (che non sarebbe risultato credibile), ma il premier Wen Jiabao che, tra i propri protetti, annovera Xi Jinping, colui che, salvo sorprese dell’ultima ora, sarà il successore designato di Hu alla Presidenza della Repubblica.

Ora accade che la stella nascente Xi Jinping sia in procinto di visitare gli Stati Uniti (parte oggi). Qui incontrerà il presidente Obama che da parte sua sta subendo pressioni da parte di alcuni membri del Congresso affinché sollevi con Xi il problema dei diritti umani nel Tibet.

E’ fuori dubbio che sia la Cina sia gli Stati Uniti abbiano tutta l’intenzione di continuare a costruire relazioni bilaterali stabili basate sull’interesse reciproco. La visita di Xi nel Nord America alla vigilia della sua consacrazione vuole ribadire proprio questo: può cambiare il timoniere (e quest’anno anche gli Usa eleggono un nuovo Presidente), ma non il valore strategico che entrambi i Paesi attribuiscono alle relazioni sino-americane. E allora diventa lecito anche incrociare le dita, promettere la libertà ai tibetani e garantirgliela per un paio di settimane. Giusto per evitare a Xi di subire fastidiose reprimende sui diritti umani da parte di Washington. Poi buon viaggio…

 

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4 Comments

  1. dado says:

    i comunisti vanno eliminati fisicamente in ogni parte del globo

  2. elisa borghi says:

    esatto. e mentre predicano liberta quadruplicano il budget delle forze di sicurezza addette alla “stabilita” della regione…

  3. Giacomo says:

    Dopo avere fatto invadere il Tibet dai colonizzatori per snaturarlo e fiaccarne la resistenza, secondo le migliori tradizioni sia comuniste che fasciste, ecco ammannito il contentino della libertà religiosa. Che buoni i dittatori proletari!

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