Tibet: altri due giovani si danno fuoco inneggiando all’indipendenza

di STEFANO MAGNI

Altri due giovani tibetani si sono auto-immolati nella cittadina di Zatoe. Brandivano bandiere tibetane, hanno inneggiato all’indipendenza del Tibet dalla Cina e augurato lunga vita al Dalai Lama prima di darsi fuoco. Uno dei due dissidenti, Tenzin Khedup, un pastore di 24 anni, è morto. Un gruppo di tibetani della zona ha portato il suo cadavere al monastero di Zilkar, per le preghiere di rito e la cerimonia funebre. L’altro giovane, Ngawang Norpel, un carpentiere migrante di 22 anni, è rimasto vivo, anche se gravemente ustionato. Tuttora non si hanno notizia su dove sia stato ricoverato e detenuto in custodia dalla polizia cinese.

Sono ormai 35 i tibetani che hanno scelto questa forma estrema di protesta, solo dall’inizio di quest’anno. Nell’ultimo triennio le auto-immolazioni ammontano a 41. L’atteggiamento dei Dalai Lama è ambivalente. Non predica i suicidi di protesta, ma comunque premia l’audacia di chi sceglie questa forma estrema di dissenso. Il regime di Pechino, dall’altra parte della barricata, condanna questa impennata di auto-immolazioni puntando il dito contro il leader spirituale buddista, accusandolo di incoraggiare “terroristi, criminali e malati di mente”. La causa della “follia”, comunque, non è imputabile al Dalai Lama (in esilio dal 1959), ma è facilmente rintracciabile nella disumana condizione in cui è costretto a vivere il popolo tibetano sotto l’occupazione cinese. Una prova ulteriore di questa disumanità la possiamo trovare anche in una notizia di ieri: la morte in carcere, sotto tortura, di un monaco tibetano, arrestato nella prefettura di Kardze solo per aver appeso manifesti inneggianti all’indipendenza. Se parlare di secessione del Tibet dalla Cina porta a morte sicura nelle carceri cinesi (o ad anni di lavoro forzato nei campi di concentramento), si può capire come altri indipendentisti scelgano direttamente l’auto-immolazione come forma estrema di protesta. E’ forse l’unico modo rimasto per poter esprimere liberamente il proprio dissenso.

Tanzin Khedup e Ngawang Norpel, prima di darsi fuoco, hanno lasciato una nota scritta in cui spiegano le ragioni del loro atto finale. “Non possiamo fare più niente per difendere la religione e la cultura del Tibet e non possiamo apportare benefici economici ai nostri fratelli tibetani – si legge nel testamento, citato dal monaco dissidente Lobsang Sangay – Per questo abbiamo deciso di immolarci, nella speranza che Sua Santità il Dalai Lama possa vivere a lungo e tornare in Tibet il prima possibile. Per la causa dei tibetani, abbiamo scelto di morire. Vogliamo inoltre fare appello ai nostri giovani: non azzuffatevi tra voi, non provate rancore. Tutti noi dobbiamo essere uniti per difendere la causa della nazione e del popolo del Tibet”.

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4 Comments

  1. e sono in vena di comentario!
    per chi non avesse capito a quello che penso e sopratutto
    a quello che desidero(e sara anche un poco durro da digrire)
    i cinesi(la Cina)che ne facessero carne da macello che li sbudellassero fino all’ultimo,il daili lama per primo!
    farabutti delinquenti assasini penivendoli,meritate la stessa fine prima di loro

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