Le ex Province ora Città Metropolitane: indebitate fino al collo. Che affare Renzi!

di DANIELE VITTORIO COMERO PROVINCE

Un recente comunicato stampa dell’Anci, redatto in politichese, spiega che occorre: “Accelerare sull’osservatorio nazionale per l’attuazione della legge Delrio, in particolar modo per quanto riguarda l’accordo di partenariato che contiene in sé il nodo risorse per le Città metropolitane e le nuove Province.” Questa richiesta è stata formulata dall’Anci a Roma, in Conferenza Unificata, lunedì 29 settembre.
Il giorno prima sindaci e consiglieri comunali hanno votato per i Consigli metropolitani di Milano, Genova e Bologna e alcune Province, che dovrebbero entrare in funzione nel giro di pochi giorni, con una situazione molto incerta e piena di intralci.
La richiesta Anci getta una luce fosca su tutta la riforma Delrio, che doveva essere il fiore all’occhiello del Governo. Infatti, i nodi da sciogliere sono ancora parecchi: dalle risorse disponibili, alle funzioni, alla effettiva capacità di agire di questi organi appena eletti.
Il tema risorse è certamente fondamentale, per capire la dimensione e la capacità di azione che avranno le nuove Città metropolitane, se saranno povere o benestanti, se potranno fare qualcosa per il bene comune o se vivranno di stenti.
Domenica, dopo aver votato, il sindaco Pisapia ha dichiarato che “c’è il rischio che non cambi nulla rispetto alla Provincia, se non ci saranno i fondi necessari per lo sviluppo e soprattutto maggiore chiarezza sui poteri assegnati”.
Sui conti Pisapia ha certamente ragione, occorre vedere le cifre. Sul caso di Milano i numeri che girano sono pochi e difficili da trovare. Ad esempio, nel bilancio 2015 della Provincia, si possono vedere le poste che la Città metropolitana erediterà: circa 388 milioni di euro di entrate tributarie, extratributarie e di trasferimenti. Entrate stimate, su basi imponibili tendenzialmente in caduta, come è attualmente il mercato dell’auto e delle assicurazioni auto, senza possibilità di controllo e verifica. A queste entrate molto aleatorie si contrappongono delle uscite molto rigide. Le spese correnti nel bilancio di previsione del 2015 sono stimate in oltre 395 milioni, quindi già oltre le entrate. Contando che ci sarà un risparmio effettivo di circa 4 milioni di euro con l’eliminazione della giunta e del consiglio provinciale. Infine, occorre aggiungere il pezzo importante: le spese per gli investimenti, in conto capitale, stimate in 40 milioni, da coprire con improbabili trasferimenti dallo Stato o dalla Regione. In alternativa, vendendo immobili e gioielli di famiglia, pazientemente accumulati in oltre un secolo e mezzo di attività.
Come si vede i conti non tornano, difficili da pareggiare pur contando milioni di euro di entrate da multe (tipo autovelox) e sanzioni varie da comminare ai malcapitati di turno.
Da questi pochi numeri è evidente che nel prossimo passaggio di consegne, tra un ente che chiude e un altro che apre, sarebbe stato opportuno avere i conti prima di chiamare al voto i grandi elettori. Il rischio di una paralisi di fatto è concreto, anche per le manovre azzardate del Governo con il DL 66/14, che quest’estate ha raschiato gli ultimi soldi alle casse delle Province. Intanto, per sicurezza, la Regione Lombardia ha preso in custodia per un paio d’anni il forziere con il tesoro della Provincia (Serravalle spa).
Sulla questione dei poteri sarebbe ora di dire le cose come stanno, che è un gran pasticcio, con una sovrapposizione pericolosa tra politici uscenti e amministratori comunali entranti. Non è una sorpresa, dal giorno dell’approvazione della legge si sapeva di questo periodo di tre mesi di interregno, da fine settembre al 1° gennaio 2015, quando la Città metropolitana prenderà il posto della Provincia e il sindaco Pisapia diventerà sindaco metropolitano.
Nel frattempo tutti a correre dietro al mitico “statuto”, come fosse la panacea di tutti i mali e la soluzione dei problemi. Caso mai sarà il contrario, un motivo in più di litigio. La faccenda dello statuto è importante, ma ora è sopravvalutata. Prima si dirà con chiarezza che lo statuto non garantisce migliori servizi alla comunità, meglio è; sarebbe come credere a “babbo natale” visto che entrambi dovrebbero arrivare insieme a fine anno.
E’ stato così anche nel 1990, con la legge 142, che prometteva miracoli con gli statuti comunali e provinciali. Miracoli che puntualmente non si sono verificati per i cittadini, salvo che per qualche professore beneficiato con generosi incarichi professionali.
Anche la questione sollevata da molti politici di riportare il voto ai cittadini è una perdita di tempo. La volontà politica del principale partito che guida il Governo su questo punto è fermissima ed è stata ripetutamente espressa dall’Anci, tramite il suo presidente Piero Fassino: non c’è spazio politico per un voto diretto degli elettori. A meno di importanti rivolgimenti in Parlamento.
In conclusione, forse conviene fare bene i conti di quello che la Città metropolitana avrà in tasca il prossimo anno, prima di dedicarsi alle dispute sullo statuto o l’elezione diretta del sindaco metropolitano, che il nuovo ente in queste condizioni farebbe molta fatica a pagare.
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