Terrorismo in Europa, film già visto. Ricordate l’Algeria?

wall is covered in Algerian independenceDai fellagha ai kamikaze: il torbido fiume carsico del terrorismo di massa che, dopo gli attentati di Londra eseguiti da cittadini britannici musulmani fanno tornare in mente gli episodi più atroci della guerra d’Algeria, dove il massacro di civili europei faceva parte della strategia terrorista del Fronte di liberazione nazionale.
Le notizie giunte  sulla responsabilità negli attentati in Europa di giovani cittadini di seconda generazione,  musulmani,   fanno tornare in mente, per l’analogia del dispositivo psicologico e culturale dei protagonisti, gli episodi più atroci della guerra d’Algeria, dove il massacro di civili europei faceva parte della strategia terrorista del Fln (Fronte di liberazione nazionale) e organizzazioni similari.

Uno in particolare va citato per la sua esemplarità: la strage di El- Halia, un centro minerario nell’Est della Kabilia, dove si estraeva del minerale di ferro, qui lavoravano e vivevano in pace 2.000 musulmani e 130 europei, in gran parte francesi. Era il 20 agosto 1955 e da
qualche mese il nuovo governatore dell’Algeria, inviato da Parigi, Jacques Soustelle aveva avviato un piano di riforme per l’integrazione dei musulmani, favorendo il loro sviluppo sociale e culturale, in vista di riconoscere loro la piena cittadinanza. Tutto lasciava presagire che queste misure e il dialogo iniziato con esponenti della comunità islamico-algerina, avrebbero tagliato l’erba sotto i piedi del terrorismo che aveva debuttato nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1954 con l’uccisione di militari e civili e la distruzione di attività economiche.

Ma proprio quel 20 agosto le bande terroriste (o guerrigliere ?!) dei fellagha (in arabo “coloro che tagliano la strada” da non confondere come fece allora la devastante disinformácija di sinistra con i fellah, in arabo “contadini o piccoli coltivatori”) avevano deciso un attacco contro Philippeville (l’attuale Skikda) e altri centri nell’area di Costantina, tra cui El-Halia. Era verso mezzogiorno, di lì a poco gli uomini sarebbero ritornati per il pranzo e le donne, indaffarate in cucina, cercavano di tenere a bada i bambini rientrati in casa per ripararsi dalla canicola, quando irruppero due gruppi di fellagha decisi allo sterminio.

I reparti francesi, giunti dopo qualche ora, trovarono 35 morti e 15 feriti, i bambini erano stati fatti a pezzi o sgozzati, le donne sventrate o decapitate. Ma ancora più sconvolgente fu scoprire che la maggior parte delle vittime era stata massacrata e mutilata dai vicini di casa musulmani con i quali fino ad allora gli europei avevano vissuto in pieno accordo, anche perché i due gruppi etnici godevano dello stesso trattamento economico e previdenziale. I terroristi della porta accanto, in preda all’alcol e al kief, un miscuglio di tabacco e hashish, forniti dai fellagha erano stati incitati a uccidere e saccheggiare le abitazioni degli europei.

Un caposquadra musulmano che aveva massacrato la famiglia di uno dei suoi operai francesi, interrogato dai militari, sul perché l’avesse fatto, giungendo a sgozzare un neonato, rispose che il giorno prima un rappresentante del Fln aveva detto loro che sarebbero giunti degli egiziani e degli americani (sic!) per aiutarli e che non correvano nessun rischio nell’uccidere tutti i francesi che trovavano.

Abbiamo riportato questo episodio che è solo un capitolo del conflitto algerino che tra il 1954 e il 1962 insanguinò e devastò la terra nordafricana e portò la Francia sull’orlo di un’aperta guerra civile. (B.Droz, E. Lever, Histoire de la guerra d’Algérie, Ed. du Seuil, Parigi, 1991), perché è significativo di un atteggiamento mentale diffuso in molte parti del mondo islamico e che si articola in due polarità la “cultura del comando” e la “cultura dell’impunità”. La prima permea tutta l’Umma (la comunità dei credenti), sia pure differenziandosi nelle sue diverse realtà territoriali: ciò che conta è chi dà l’ordine, la gerarchia è stabilita dai rapporti di forza, la militarizzazione delle società musulmane è una latenza costante, non dimentichiamo infatti che l’Islam è una religione militante nel senso più ampio e autentico del termine. Questa latenza è stata ulteriormente rafforzata dal processo di “occidentalizzazione” avviato in queste terre dalle grandi potenze europee a partire dal tardo 1700, e concretizzatosi in primis nella formazione dei quadri militari che di fatto, costituiscono fino ad oggi gran parte dell’innervatura di questi Stati.

Una “occidentalizzazione” veicolata, soprattutto nel mondo islamico francofono, dal Maghreb al Medioriente, da gruppi massonici i quali particolarmente in Algeria, hanno trovato udienza nelle diverse confraternite o sette musulmane che pullulano nell’Umma e costituiscono spesso una sorta di Islam parallelo (sui rapporti tra massoneria e Islam si veda il dossier pubblicato da Les Cahiers de l’Orient , n. 69, 2003). Questa “cultura del comando” è un dato profondo delle società islamiche, per le quali le nostre procedure democratiche che puntano a raccogliere il maggior consenso dei cittadini sulle scelte politiche, appaiono non solo una perdita di tempo, ma soprattutto un fattore che erode il principio di autorità, nel quale “il comando” trova la sua legittimazione.

L’autorità si incarna nella figura del ràis (il capo), per cui lo Stato non è concepibile nella cultura islamica come un’autorità astratta che si articola in una serie di leggi, norme e procedure cui tutti i cittadini sono tenuti ad adeguarsi, indipendentemente dalla personalità di chi le emana, le applica o le fa rispettare. Questo rende molto difficile, se non impossibile, esportare nei Paesi islamici la nostra democrazia del consenso, che si vuole passi attraverso il dialogo, la partecipazione, la comunicazione, processi ormai così enfatizzati da farli diventare delle vere e proprie ideologie, che però oggi si rivelano tanto meno efficaci, quanto più i problemi si aggravano e il nemico è alle porte, o, peggio, in casa.

La crisi della democrazia già analizzata da tre studiosi americani a metà degli anni Settanta (M. Crozier, S. P. Huntington, J. Watanuki, The Crisis of Democracy, N.York, University Press 1975, tr. it. Milano 1977, testo che varrebbe la pena di rileggere per meglio comprendere cosa è accaduto in questi ultimi anni in Europa e nel mondo e come mai ci troviamo nelle attuali condizioni), suscitando vivaci polemiche soprattutto nella sinistra italica, confrontata all’epoca con il fenomeno terrorista uscito in buona parte dalle pagine del suo “album di famiglia”, oggi rischia di avere conseguenze ben più gravi di quelle registrate allora, perché dell’attuale crisi sono
ben consapevoli gli osservatori musulmani delle vicende europee e occidentali.

Tra costoro allignano anche quegli islamisti che puntano, utilizzando il terrore di massa, a condizionare scelte fondamentali dei nostri governi, modificando la natura dei nostri Stati. La notizia relativa a un documento di Al Qaeda che rivelava la sua esplicita intenzione di intervenire nella campagna elettorale spagnola, come poi è puntualmente accaduto, dovrebbe far riflettere tutte le anime belle dello Stivale e metterle di fronte alle loro responsabilità. Si tratta di settori consistenti, o comunque i più visibili, dell’establishment politico, mediatico, giudiziario e istituzionale, che, se come molti temono, qualcosa di terribile dovesse accadere ai nostri concittadini, di
qualunque latitudine, dovranno rendere conto pubblicamente delle loro parole e delle loro azioni, pagandone personalmente il prezzo. In questi casi superficialità, leggerezza, pseudo-tolleranza ai limiti della connivenza, vanno considerati alla stregua di un crimine. La consapevolezza della gravità di una situazione che rischia di andare fuori ogni controllo,  emerge ora con chiarezza anche in due editoriali pubblicati il 19 luglio 2005: il primo, “Dialogo e guerra santa” su La Stampa a firma dell’ambasciatore Boris Biancheri, il secondo, “Un’altra Schengen da abolire, assai più subdola”, sull’Avvenire a firma di Giorgio Ferrari.

Entrambi denunciano il pericolo mortale di scelte politiche, culturali, “religiose” e mediatiche che di fatto alimentano  «l’ideologia
del male».   L’altra polarità dell’antropologia islamica, soprattutto di obbedienza sunnita, con una particolare accentuazione nei Paesi del Maghreb, (non è forse il cosiddetto “triangolo sannita” l’epicentro iracheno degli attentati più sanguinosi?) è la “cultura dell’impunità”.
La protezione del Fln e quella internazionale, più vantata che reale, garantivano i macellai di El-Halia, che non manifestavano nessun pentimento per quanto commesso, effetto questo non solo delle droghe assunte, ma anche perché il senso di colpa, la coscienza del peccato sono in qualche modo estranei a molta parte dell’universo mentale musulmano in cui il ritualismo, vissuto a volte in forme parossistiche, assume un’anticipatrice funzione assolutoria.

Una volta adempiuti i precetti stabiliti dal Corano, questo islamico è in pace con se stesso, non lo turba quanto ha compiuto, anche se si tratta di un gesto efferato, perché non esiste la conversione del peccatore, la terribile inquietudine che agita l’animo del cristiano è lontana dal suo orizzonte, dove non si può contemplare alcuna forma di redenzione.

Uno studioso del mondo islamico giunge ad affermare che: «Il concetto di dovere morale è estraneo all’Islam, che conosce soltanto obblighi giuridici nei confronti di Dio e degli uomini» (Dominique Sourdel, L’Islam, Puf, Parigi,1981, p. 58-9), forse è eccessivo, ma certamente un personaggio come l’Innominato di manzoniana memoria è difficilmente concepibile nella letteratura islamica.

Queste brevi osservazioni ci portano a riflettere sul significato che la vita assume in tale universo mentale. Non sappiamo se tutti gli attentati attribuiti ai cosiddetti kamikaze siano effettivamente opera loro, siamo più propensi a credere che il termine,
ormai entrato nell’uso della neolingua mediatica, serva talvolta a coprire smagliature nei servizi di sicurezza, quando non di peggio.
Tuttavia il sacrificio individuale e il massacro possono ben trovare una loro collocazione in chi è rinchiuso in una sorte di monade
spirituale, figlio di un remoto Dio del deserto che non sa parlare direttamente al suo cuore, ma solo attraverso il Libro la cui esegesi finora non ha prodotto nulla di simile a quanto avvenne nel XVIII secolo per il mondo giudaico europeo con la Haskala, quando la sua dimensione religiosa si misurò con l’Illuminismo dando vita alla Scienza del giudaismo (Hokhmat Ysrael in ebraico moderno).

Tutto quello che accadeva in Algeria, dove gli attentati con esplosivi massacravano i civili alle fermate degli autobus, allo stadio o in una sala da ballo, ricorda sinistramente quanto accade oggi in Europa e non solo. Allora – come oggi – ciò tuttavia non sarebbe stato possibile se non ci fossero state complicità e connivenze insospettabili. Basti ricordare che il bottino del Fln, costituito in gran parte dal denaro estorto agli operai, e ai commercianti algerini che vivevano in Francia, veniva gestito dal figlio del miliardario Ben Chicu che aveva una gigantesca azienda di tabacco ad Algeri. Altro personaggio emblematico di questa rete occulta era Ali Boumendjel, un brillante
avvocato di Algeri, simpatizzante del Fln, che per porre la sua candidatura a leader del terrorismo, non esitò a ordinare e finanziare l’assassinio di una giovane coppia di francesi e del loro figlioletto che facevano una gita in bici. Quando venne catturato, si scoprì che la sua agenda era zeppa di indirizzi di personaggi dell’establishment parigino che facevano il doppio gioco e ciò lo aveva reso fino ad allora un intoccabile.

Il milieu progressista della Rive Gauche si mobilitò subito a suo favore, questo però non riuscì a salvargli la vita. In effetti in Algeria si stava sperimentando una micidiale alchimia ideologica che su un substrato religioso, quello islamico, innestava marxismo e nazionalismo, nel quadro della lotta “anti-imperialista”, vista allora con prudente favore da Mosca, preoccupata che certe idee si infiltrassero anche nel suo impero. Uno dei capi del Fln, il mitico Ahmed Ben Bella, incarna forse nel modo più completo questa
ideologia terzomondista che come un fiume carsico, oggi irrompe con effetti devastanti nelle nostre terre (Robert Merle, a cura di, Ahmed Ben Bella, Gallimard 1965, tr. it. 1966).

I più avvertiti cattolici francesi colsero già allora il pericolo e per contrastarlo si raccolsero nel Movimento “Cité catholique” dando vita
alla rivista Verbe , di alto livello culturale e che attingeva la sua ispirazione dal tomismo a dai testi dei Concili.
Ricordiamo infine un episodio minore della tragedia algerina, perché ne abbiamo rivisto una versione farsesca nelle gesta del
magistrato Clementina Forleo. Si tratta di questo: un terrorista (o un guerrigliero?) che aveva gettato una bomba in una casa venne abbattuto da un soldato di pattuglia sotto gli occhi del preside della facoltà di Giurisprudenza di Algeri il quale, indignato, si affrettò a scrivere una lettera al ministro della Difesa per denunciare quella che considerava una feroce esecuzione sommaria, la missiva venne anche pubblicata, bien sûr, da Le Monde. Solo l’intervento dei militari francesi impedì che i suoi stessi studenti infliggessero una severa punizione al cattedratico che tuttavia poco dopo preferì ritirarsi prudentemente nella più accogliente
metropoli.

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