Terra Insubre: non teme il mondo e sfida il Leviatano

di PAOLO MATHLOUTHI

E’ opinione radicata negli ambienti autonomisti quella secondo la quale, al fine di riaffermare il vincolo che lega ciascuno di noi al proprio genius loci, sia compito imprescindibile di quanti si dedichino anima e corpo a questo intento stringersi a coorte in difesa del piccolo mondo antico cui si appartiene,chiudendosi a riccio e mostrandosi refrattari ad ogni sollecitazione proveniente dall’esterno che viene istintivamente avvertita come ostile o comunque fuorviante rispetto al fine ultimo della battaglia culturale intrapresa, vale a dire il superamento del modello dello Stato – Nazione e la conseguente ridefinizione del concetto di “patria” secondo una logica localista, maggiormente rispettosa del principio di sussidiarietà e delle differenze etno – culturali. Terra Insubre, come al solito in controtendenza, ritiene non da oggi che questa visione museale dell’identità rappresenti una pericolosa deriva passatista, un mito incapacitante che rischia di privare il pensiero differenzialista della sua portata rivoluzionaria. Per dare corpo e senso al nostro impegno in favore dell’autonomia delle regioni storiche di cui si compone l’Europa è assolutamente necessario non cedere alla tentazione di considerarle come ipostasi metafische, collocate fuori dal tempo e dallo spazio.

In un mondo inestricabilmente interconnesso e scosso da fremiti di guerra e tensioni sociali ed economiche epocali qual è quello in cui viviamo, l’identità non può nutrirsi di sola filologia, pena la sua cancellazione.  Al contrario, bisogna pensare localmente ma agire globalmente, lasciare il tepore rassicurante del focolare avito e guardare oltre confine, far sì che i movimenti autonomisti operanti da un capo all’altro del Vecchio Continente possano agire in sinergia tra di loro, fare sistema. In altre parole la galassia autonomista, se vuole davvero incidere nella dinamica storica attualmente in atto e non essere additata come espressione folcloristica e populista, deve dotarsi di una propria politica estera, deve avere una peculare visione geo – strategica del mondo.

A queste linee guida si attiene il simposio “Popoli d’Europa. Metamorfosi di un continente”, organizzato dal poliedrico sodalizio varesino per sabato 25 e domenica 26 maggio nell’ambito del Festival “Insubria Terra d’Europa”, giunto alla sua settima edizione. Nella splendida cornice di Villa Recalcati studiosi e uomini politici di diversa estrazione e sensibilità, esponenti a vario titolo dell’universo autonomista ed identiario, si daranno convegno per cercare di articolare una strategia, non solo teorica, tesa a scardinare il Leviatano dello Stato – Nazione, che oggi ha il volto anonimo delle istituzioni comunitarie residenti a Bruxelles e dei comitati d’affari internazionali.

Da quando Thomas Hobbes fece della creatura biblica l’emblema dello Stato – il «Dio mortale», la massima potenza terrena – la filosofia e la politica non hanno mai smesso di fronteggiare il Leviatano. Oggi tuttavia la suggestione simbolica della megamacchina statuale, che ha segnato il volto ed il destino stesso della Modernità, sembra ormai irreversibilmente esaurita. Con il levarsi rumoroso e consapevole di richieste di libertà da parte delle patrie carnali, il Leviatano appare sempre più, secondo l’intuizione di Nietzsche, un «gelido mostro», menzognero e insensibile alla varietà del divenire e della vita. Ripercorrendo, sulle orme di Miglio, la fitta trama della riflessione sul politico, da Carl Schmitt a Jurgen Habermas, dal «pluralismo corporativo» all’attuale polemica tra «comunitaristi» e «libertari», Terra Insubre cercherà di delineare la prospettiva di un mutamento di paradigma, nella ferna convinzione che, prima e meglio della politica, la cultura sia l’arma più affilata al servizio di un’Idea. I nostri detrattori, pochi per la verità, ma livorosi ed eternamente cicaleggianti, come ben si addice a delle comari riunte in assise permanente, non perderanno l’occasione di dire che la nostra è speculazione accademica, virtuosismo intellettuale fine a se stesso.  Come il Capitano Achab, forse  anche noi smarriremo il senno e la vita nel tentativo di arpionare il gigante che ci sovrasta e ci opprime, ma almeno potremo vantarci di aver opposto alla sua forza distruttiva l’indomita arguzia del nostro multiforme ingegno, che in questi tempi di desolante conformismo è merce assai rara e in ogni caso, come insegnava Guglielmo III d’Orange, “non è necessario sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare”.

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2 Comments

  1. Roberto Stefanazzi Bossi says:

    leggo spesso commenti astiosi da anonimi contro l’associazione culturale Terra Insubre o suoi soci, per altro senza mai avere il coraggio di far nomi e cognomi dei presunti “empi”, in uno stile che non lascia dubbi… Oltre 20 anni di attività, diverse centinaia di soci, oltre sessanta numeri della omonima e prestigiosa rivista, migliaia di banchetti ed eventi su tutto il territorio dell’Insubria credo siano la risposta concreta a critiche pretestuose scaturire da menti invidiose.

  2. Euskaldun says:

    Bravissima Terra Insubre! Sublime esempio di come la cultura crea veramente desiderio di INDIPENDENZA! 🙂

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