Tempo scaduto per ricostruire il Nord? E se fosse il referendum l’ago della bilancia?

di BENEDETTA BAIOCCHIreferendum2

Quanto tempo serve per ricostruire il Nord? Ce lo siamo chiesti su questo giornale in tempi non sospetti, dopo lo scrollone elettorale che aveva rallentato il Carroccio, prima dell’era Salvini. Altri partiti avevano risentito molto meno della Lega davanti a scandali imponenti (Lusi, Montepaschi… Unipol), segno forse del radicamento di una classe dirigente più preparata e presente nelle istituzioni e nella società.

Oggi chi ha potere contrattuale al Nord e sul Nord? Renzi? Berlusconi? Grillo? Salvini? Oggi forse la questione si pone più che per segmenti ideologici, per voti tematici. L’euro, gli immigrati, le pensioni… il lavoro. “Vota Antonio” non c’è più.

L’ideologia, lo dimostrano oggi i leader di partito, non paga. Paga il movimentismo, il pragmatismo, paga l’idea, non l’appartenenza a tutti i costi ad un “progetto” rigido. A Milano, magma complesso, volenti o nolenti, si voterà  per chi rappresenta il Nord, ammesso ci sia ancora, e anche per chi rappresenta il non Nord, cioè i soliti partiti. Ma si potrà anche decidere, in tutta la Lombardia, di votare per un tema, quello dell’autonomia della Regione, su cui verremmo interpellati verosimilmente del 2016, attraverso un referendum.

Servirà per ricostruire un’anima al Nord, indipendentemente dai partiti? Per ridare un senso di appartenenza dopo il vuoto carismatico legato al crollo degli dei della politica del Nord?

Milano ha sempre anticipato i tempi, sia di ricostruzione che di disgregazione della politica. Quale sarà la forza ago della bilancia? Un partito o l’esito referendario? Un’alleanza di centrodestra o centrosinistra o l’esito referendario, la voglia di autonomia espressa e certificata dalla gente?

Il cambiamento passerà per una volontà popolare trasversale o per la faccia nota di un sindaco?

Il Nord che abbiamo conosciuto, non torna più. E’ affidato politicamente al giudizio della storia. Fatta fuori la nostalgia, il Titanic partito da  Southampton che non ha fatto i conti con l’iceberg, non può riemergere. Oggi il cambiamento può arrivare dal basso, è una possibilità. Non è vangelo, non è detto che arrivi a destinazione. Potrei anche scrivere che non credo che arriverà a buon fine. Ma rinunciare a questa prima e unica possibilità di parola, dopo il fallimento dei partiti, non sarebbe lombardo. A meno che la rassegnazione abbia già vinto il premio. Le ragioni potrebbero stare nel disincanto.

Ripassiamo i fatti, come già abbiamo avuto occasione di fare sul nostro quotidiano.Ma un ripassino non fa male.

Il Corriere della Sera, 24 aprile 1995, Elio Girompini, pagina 3: Maroni: Ah, se fossimo rimasti con Silvio… Adesso avremmo tre presidenti leghisti e con me al Viminale il federalismo sarebbe cosa fatta.

Ancora: Il Corriere della Sera, 6 febbraio 1995, pagina 5- “Umberto Bossi a l’Espresso racconta: “Per quanto mi riguarda, mi farei volentieri da parte se sapessi di lasciare il comando a gente fidata. No, non voglio che la Lega diventi un cagnolino nelle mani della canaglia berlusconiana”. (…)
Allora, quando si tornerà alle urne,(chiede il Corriere a Maroni, ndr) ci saranno due leghe, una di destra, e una di sinistra? “Oramai credo proprio di sì (…). Se diamo vita a una nuova Lega, ancorata al Polo, nel giro di pochi mesi dovremmo riconquistare gli elettori perduti, anche perché il 90 per cento era di centro destra, e solo il 10 per cento di sinistra”. (…) “Se noi gli diamo queste due condizioni, stare nel Polo della libertà, senza Bossi, tutti quelli che se ne sono andati dovrebbero tornare a votare Lega. (…)”.

Dopo 18 anni, un paio di ere geologiche dopo, leggiamo sulle agenzie che un altro ex ministro della Lega affermava che Letta aveva sfruttato il “fattore C”. Il fattore “fortuna”,  sperando di strappare un sorriso al Paese e al Nord, che ancora aspetta di aver fortuna puntando sugli uomini giusti. Rileggiamo l’agenzia e pensiamo sia roba per chi vive fuori dal tempo e dallo spazio. Il “fattore C” è quello semmai di cui ha beneficiato la politica tutta e qualcuno in particolare, senza esclusione di colori. Galleggiando per un trentennio e sfruttandone poi l’inerzia. Insomma, chiedersi: “Hanno voluto e vogliono distruggere la Lega?” è la domanda sbagliata. E’ come chiedere al lupo: ma tu vuoi mangiare cappuccetto rosso? Certo, è la missione del lupo,cosa ci si aspettava?

Resta ed è la disgregazione politica del Nord il cuore del problema, come scrivevamo esattamente due anni fa. “E’ da qui che è partito il focolaio di una più ampia faglia. L’anticipazione, forse, di una più diffusa “guerra civile molecolare”, un tutto contro tutti, che profeticamente anticipò nei primi anni Novanta Enzesberger. La democrazia è apparente, è finita da un pezzo. Lo Stato non è più l’elemento superiore che regola i conflitti, lo Stato è uno degli elementi in lotta e decreta vita e morte dei suoi prigionieri. Decine, centinaia di piccole guerre, con convinzioni sbriciolate e autodistruttive, sono in corso. Eliminato l’antidoto popolare dell’identità e di chi prometteva di difenderlo, spacciando promesse e incassando altro, per ambizione e fini diversi, il varco si è aperto. Non è dato sapere quante generazioni serviranno per richiuderlo. In nome di una indipendenza, soprattutto dal passato”. Ben venga un referendum.

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2 Commenti

  1. renato says:

    errata corrige: non vincita ma vittoria

  2. renato says:

    Ben venga un referendum. Sì, se ci sono realistiche possibilità di vincita. In caso contrario si tratterebbe di uno dei tanti sprechi di denaro. Fare un referendum tanto per sapere cosa pensa la gente è un modo come un altro per affidarsi al fato (Catalogna e Scozia non fanno testo in Italia). La domanda da porsi è: ma è proprio tutto finito ? La risposta forse più sincera è un ni. A questo punto cosa facciamo ? Direi di non mollare, perché la posta in gioco è troppo alta. Come procedere ? Si potrebbe cominciare col presentare il referendum alla Comunità con parole che tutti possano comprendere: che cosa significa, quali sono i vantaggi. Gli argomenti in favore della partecipazione al referendum devono essere esposti ripetutamente ed in forma invariata per non indurre al dubbio. La semplicità, la franchezza, la competenza devono trasparire nella campagna referendaria. Il concetto di autonomia deve essere associato ad un miglioramento della gestione del territorio, regione o macro-regione che sia. E lo si deve fare con chiarezza, obiettività, pragmatismo, indicando con esempi reali gli obiettivi che ci si propone di raggiungere, anche alla luce di quanto già realizzato. Tabelle, cifre, resoconti presentati in modo nitido, elementare, senza inutili commenti di pseudo specialisti. Indicare i pro e i contro anticipando e prevenendo le falsità che i media lecchini si affretteranno a sbandierare. La gente che ne parlerà dalla parrucchiera, al bar, in casa di amici dovrà farlo con la consapevolezza di conoscere ciò di cui sta parlando. Il che non è poca cosa, anzi, sarebbe una primizia in campo politico. L’Indipendenza può dare un contributo da non sottovalutare. Sarà il trionfo della qualità, non come fine a se stessa bensì come emblema di un modo di pensare. Se le cose non dovessero andare nel modo sperato potremo dire di aver fatto quanto era in nostro dovere e potere. Cosa questa che non turba il sonno a nessuno, anche se il prezzo pagato è stato alto.

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