TEA PARTY: CONTRO IL GOVERNO CENTRALE USA

di STEFANO MAGNI

Si dicono tante cose sul movimento Tea Party: che è bianco, maschio, razzista e bigotto (secondo i nostri media), che è contro le tasse e a favore dei ricchi (secondo i nostri politici), che è per la riduzione del potere dello Stato e del debito pubblico (secondo i suoi estimatori). Però c’è sempre un aspetto che sfugge. Ma salta all’occhio non appena si entra a contatto con la gente del Tea Party americano, o si ascoltano i discorsi dei loro esponenti politici: il movimento del tè è contro il governo centrale e per un’autentica autonomia dei singoli stati americani. Non è solo una ribellione contro spesa pubblica e tasse, ma anche e soprattutto contro l’origine dell’aumento di entrambe: la centralizzazione progressiva dello Stato americano.

Alla CPac di quest’anno, la conferenza annuale dei conservatori, lo ha spiegato molto bene uno dei primissimi politici che hanno aderito al Tea Party, il senatore della South Carolina Jim DeMint. “Noi siamo in un periodo di difficoltà. Per uscire dal quale, dobbiamo ricordarci il perché questo Paese sia eccezionale – dice DeMint – Ed è questo il punto di contrasto maggiore fra noi conservatori e i nostri avversari democratici e liberal. Noi siamo diversi da tutti gli altri Paesi del mondo, perché l’America nasce dal basso. Si fonda sull’individualismo, sulla responsabilità personale, su imprenditori privati indipendenti, su persone che prendono le loro decisioni in base alle loro scelte e ai loro valori. Ogni altro Paese del mondo, invece, almeno una volta nel suo passato, ha sempre avuto re, dittatori, élite militari, oligarchie, caste, economie dirette: un sistema piramidale, dall’alto in basso. Questa nostra caratteristica unica è stata fissata, per contratto, nella legge. Che ha la funzione di mantenere il governo federale (centrale, ndr) entro stretti limiti. E difendere il massimo decentramento possibile dell’economia e del potere politico. Secondo la Costituzione sono molto poche le cose che il governo federale può e deve fare. Tutto il resto è prerogativa dei singoli stati e del popolo. E la ragione di tutto questo è che: questo sistema funziona”.

Jim DeMint non si limita a contestare Obama, per motivi promozionali ed elettorali del suo Partito Repubblicano, ma punta il dito accusatorio contro un intero processo storico: “Almeno fino alla prima decade del Novecento avevamo ancora un governo federale molto limitato. Non solo dalla legge, ma anche dai soldi che aveva a disposizione, che arrivavano solo da ridotto numero di tasse. Poi, però, è stata istituita la tassa sui redditi, la Federal Reserve. E poi, decenni dopo, anche Medicare, che sarà sicuramente un’iniziativa generosa per aiutare i poveri che non possono permettersi di pagare l’assicurazione sanitaria, ma intanto ha prodotto nei decenni un grande prelievo fiscale. I presidenti di entrambi i partiti hanno continuato a trasferire sempre più poteri a Washington, sottraendoli ai singoli stati. E hanno costituito il dipartimento dei trasporti, quello dell’energia, dell’educazione, del commercio… E quello che, ancora all’inizio del secolo scorso era un Paese decentrato, dinamico, individualista, è diventato sempre più simile a un classico Stato centralista e piramidale”.

E per rimettere il Paese in carreggiata? “Quella che io chiamo la soluzione conservatrice, consiste soprattutto nel ritrasformare un sistema ormai centralizzato, caratterizzato da una forte concentrazione di potere, in un mondo in cui il potere corrompe, in uno nuovamente decentrato. Lasciamo che sia la gente a fare le proprie scelte, lasciamo lavorare la competizione, decentriamo tutti i poteri di Washington DC!”.

Quel che resta del sistema federalista, competitivo, individualista, sta già producendo effetti virtuosi. Ad esempio, sempre alla CPac, il leader della Americans for Tax Reform (la “lobby anti-tasse”), Grover Norquist, spiega con orgoglio che, grazie alle nuove maggioranze conservatrici nella maggioranza dei governi locali, “Solo 5 stati su 50 hanno alzato le tasse: Illinois, Connecticut, Maryland, New York, Delaware. Ma 45 stati non le hanno alzate e hanno tagliato la spesa pubblica”. In un Paese centralista, le tasse sarebbero state più alte per tutta la nazione. Negli Usa, al contrario, la maggioranza assoluta degli stati (dunque anche quelli con governi tendenzialmente pro-spesa pubblica) segue l’esempio positivo di chi abbassa la pressione fiscale. E’ l’effetto della competizione. Altroché “armonizzazione fiscale”, come quella che si vorrebbe imporre nell’Unione Europea!

“Il presidente vuole più potere centralizzato a Washington DC, noi vogliamo che il potere continui ad appartenere al popolo”, esclama dal palco Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska e figura carismatica del movimento Tea Party. “la politica di Washington non produce nulla: non coltiva, non costruisce, non scambia, non produce ricchezza. Non fa altro che prenderla a chi lavora!”. La Palin pronuncia il suo discorso con toni ed enfasi rivoluzionari. Suonano quasi eversivi, se li ascoltiamo con orecchie di europei. Perché la sua è un’istigazione alla rivolta contro il governo centrale, come quando proclama: “I conservatori non sono mai stati illuminati così tanto da un movimento popolare, così come l’ombra del governo federale non è mai stata così oscura. E’ il momento di dire ancora una volta: non calpestarmi!”. O quando minaccia: “Stai attenta Washington! Il Tea Party è vivo e pericoloso!”

Se l’oratoria e i contenuti sono rivoluzionari, anche l’azione politica segue di conseguenza? Su questo è sempre bene dubitarne. Quando un politico, di qualsiasi estrazione sia, mette piede a Washington DC, tende a vedere il governo come una soluzione e non più come un problema. Esattamente come succede da noi, quando si respira l’aria di Roma. Ma almeno il Tea Party non è a Washington. E’ sparso in tutti e 50 gli stati. E’ radicato in ogni singola contea, con “chapters” (gruppi) rigorosamente locali. E non ha un unico leader, ma una molteplicità di figure di riferimento, anch’esse locali. Quindi è ancora lecito pensare che svolga una funzione di cane da guardia. Pronto ad abbaiare contro ogni tendenza centralista.

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4 Comments

  1. Pedante says:

    “bianco, maschio, razzista e bigotto (secondo i nostri media)”

    Chutzpah! Che faccia tosta quando i msm sono effettivamente dominati da un’unica etnia ostile (pure Murdoch ne fa parte, anche se questo fatto è poco conosciuto), con migliaia di organizzazioni etniche per tutelare i suoi interessi, e una fortissima identità di gruppo.

    Guai al povero cristiano d’origine europea se rivendica le sue radici!

  2. Sante says:

    Il TeaPartyUSA funziona “divinamente” negli StatiUniti
    XKè può esercitare, come ha fatto, un’ OPA sul GOP.
    I risultati di 100 deputati-senatori TeaParty nelle ultime
    MID-TERM, sono la dimostrazione di cosa è riuscito a fare in America.
    Anke in italia il TeaParty , pur essendo iperattivo a livello di movimento, nn riesce ad “esercitare”
    “REALE potere politico”.
    hic et nunc, in italy, si va, con il cappello in mano, dai 3 segretari di partito del CDX a “mendicare” qualke osso.
    rebus sic stantibus, nn può funzionare.

  3. Vittore Vantini says:

    Il movimento Tea Party, di cui ho avuto diretta conoscenza in una recente visita ai miei cugini in Florida, tende a minare dalle basi lo Stato centralista, che anno per anno, sotto la bandiera democratica e repubblicana, ha minato gravemente la “carta” originale. Può essere un ottimo esempio di organizzazione dal basso e dovremmo imitarlo. USA e Germania erano stati confederati e i politici di professione (acerrimi nemici di ogni decentramento) li hanno distrutti.

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