Il Fisco vuole l’85%! Ecco come lo Stato distrugge le imprese

di PAOLO CARDENA’

Partiamo da una premessa: il caso di seguito descritto rappresenta la pressione fiscale complessiva subita da una piccola società con due soci, che ha realizzato, nell’esercizio 2012, un utile di appena 32000 euro. Una miseria, insomma. Eppure la pretesa del fisco è tale da richiedere alla società e ai soci il pagamento di circa 27 mila euro tra tasse e contributi, ossia quasi l’85% dell’utile realizzato. 

In questi giorni, visto l’approssimarsi delle scadenze fiscali, sono molto impegnato con le dichiarazioni fiscali per il periodo di imposta 2012. Questo periodo, oltre ad essere sempre intenso di lavoro, ispira  numerose riflessioni e  altrettanti spunti  sullo stato di salute delle nostre imprese, sulla pretesa tributaria che patiscono, e sul futuro che ci attende. In una di queste, sono giunto alla conclusione che, in Italia, conviene non lavorare, non imprendere. Starsene beatamente a casa curando i propri interessi, i propri hobby, e magari darsi a qualche buona lettura, ripagherebbe molto di più che fare impresa. Sarebbe molto più utile, almeno nello spirito. Perlomeno, fino a quando non accadrà qualche shock di sistema, tale da riformare strutturalmente i meccanismi fiscali  al limite dell’incredibile, dell’immaginario e della sopraffazione. Mi riferisco alla sopraffazione che il fisco pratica nei confronti dei contribuenti e, nel caso specifico, di chi fa impresa.
Qualche giorno fa, mi è passata di mano una dichiarazione di un piccola società di capitali: una srl, con due soci che svolgono entrambi la propria opera all’interno della società. La crisi, chiaramente, anche in questo caso,  non ha risparmiato l’impresa: i ricavi si sono contratti significativamente, e anche l’utile è stato spinto al ribasso. Tant’è che  il bilancio al 31/12/2012, presenta un utile prima delle imposte di appena 32000. Una miseria insomma, che non ripaga affatto il sacrificio sopportato dai due imprenditori, che si dedicano alla loro attività quasi 12 ore al giorno, immersi con impegno totale e dedizione in questo lavoro, trascurando i propri interessi, i propri affetti e le proprie passioni. Una storia di imprenditori onesti e laboriosi. Una storia come tante altre, in Italia.
In questo caso, nella determinazione delle imposte da pagare a carico della società in esame,nonostante l’esiguità dell’utile – certamente non sufficiente a  garantire la sussistenza degli imprenditori e delle rispettive famiglie-, la tassazione pretesa dal fisco in capo alla società è di oltre 15.000 euro. 15.593 euro, per l’esattezza. Di cui, 12.024 a titolo Ires, e 3569 per Irap. Quindi, la società subisce un carico tributario di oltre il 48%.
Vi chiederete come sia possibile, immagino. E’ possibile perché il legislatore fiscale, sempre in cerca di nuova materia imponibile da colpire, e quindi di nuovo gettito tributario, nel corso degli anni, ha reso indeducibili una serie di costi, sia ai fini Ires che Irap. Solo per enunciarvi qualche esempio, le società, ai fini Ires, nonostante abbiano patito un incremento dei costi finanziari per via dell’inasprimento delle condizioni bancarie, nella determinazione del reddito, non possono portare in deduzione tutti gli interessi passivi che pagano, ma possono farlo solo nei limiti del 30% del ROL (Reddito Operativo Lordo). Essendo il ROL una variabile che dipende, tra l’altro, dai ricavi conseguiti, diminuendo questi ultimi, ne deriva che si contrae anche il ROL, divenendo meno capiente ai fini della deduzione degli interessi passivi, che comunque aumentano. Invece, ai fini Irap, gli interessi passivi sono, in buona sostanza, indeducibili nella sua interezza. Quindi, aumentano gli interessi (costi), diminuiscono i ricavi, il reddito, ma si pagano più imposte.

Altro esempio emblematico riguarda le autovetture. Si pensi ai costi di acquisto, gestione e manutenzione del parco autovetture.  Questi, possono essere dedotti solo per il 40% (deduzione ridotta al 20% dal primo gennaio 2013). Oppure, ancora, all’indeducibilità dei costi del personale ai fini Irap, per i quali, il legislatore riconosce comunque alcune deduzioni. Per queste componenti di costo, enunciate solo  a titolo esemplificativo, il legislatore ha previsto l’indeducibilità ai fini della determinazione del reddito tassabile, ancorché siano costi sostenuti nell’ambito del normale svolgimento dell’attività di impresa, pertinenti e indispensabili  al conseguimento del fine imprenditoriale.
Per via della parziale deducibilità o dell’indeducibilità totale di questi  costi, accade che, paradossalmente, l’erario può fondare la pretesa tributaria su un reddito non prodotto e su un utile realizzato.

Ritornando all’esempio che ci occupa, la tassazione della società e dei due soci non si esaurisce con i 15.593 euro di tasse in capo alla società. Ma anche i soci sono colpiti dal imposizioni tributarie e contributive.
Già, per l’anno 2012, i due soci hanno corrisposto i contributi Inps sul reddito minimale individuato a circa 15000 euro. E quindi altri 3200 euro ciascuno di contributi Inps facendo salire il conto a 21993. Oltre ai contributi pagati sul reddito minimale,  la legge prevede che, ciascun socio che lavora nell’azienda debba versare anche i contributi Inps a percentuale sulla parte di reddito eccedente il minimale. In questo caso, essendo il reddito fiscale di euro 43722 per via della ripresa a tassazione delle componenti di costo pocanzi enunciate, ne consegue che ciascun socio debba corrispondere all’Inps altri 1482 euro ciascuno, ancorché il reddito prodotto non sia stato prelevato in forma di utili distribuiti. E l’imposizione fiscale complessiva, con un utile  di appena 32000, è già arrivata a quasi 25000 euro, ossia il 78% dell’utile prodotto nel 2012.
Ma c’è dell’altro. I due soci, nel corso del 2013, volendo prelevare l’utile netto realizzato nel 2012 , o meglio quel che rimane (16.407=32.000-15.939) anche per far fronte alle proprie spese e al pagamento dei contributi Inps in scadenza nell’anno, saranno sottoposti a un’ulteriore tassazione. Prima di tutto dovranno  registrare la delibera di distribuzione dell’utile, pagando 168 euro. Poi, nel 2014, nella propria dichiarazione dei redditi dovranno riportare l’utile imputato a ciascuno di loro (8.203) che andrà a formare la base imponibile in misura del 49.72% dell’utile prelevato, in quanto, in parte, già tassato in capo alla società. Quindi, ipotizzando che lo scaglione di reddito da applicare sia il più basso (23%), ciascuno di loro, al netto degli oneri deducibili pagati nel corso del 2013, dovrà corrispondere all’erario ulteriori 900 euro tra Irpef e addizionali varie. Quindi, il conto delle imposte pagate sia dalla società che dai soci, per un misero utile di 32000 euro, sale fino ad arrivare a 27000 euro, euro più euro meno. Ossia l’85% dell’utile prodotto dalla società nel 2012. Oltre alle tasse di cui abbiamo dato nota, c’è da dire che l’impresa, durante l’esercizio, subisce altre forme di imposizione. Si pensi, ad esempio, al diritto annuale della camera di commercio, alla tassa sulla vidimazione dei libri sociali, all’eventuale IMU (indeducibile) e ad altre contribuzioni obbligatorie per legge, che, tuttavia, sono già considerate nella determinazione del risultato d’esercizio originario(32.000 euro).
C’è da dire che la pretesa del fisco non si esaurisce con questa pretesa assurda e distruttiva, che oltrepassa di molto ogni limite di sostenibilità e ragionevolezza. Invero, per i 5 anni successivi, il fisco potrà esperire eventuali controlli sulla fedeltà fiscale dell’azienda, e magari accertare ricavi superiori a quelli dichiarati, determinati in ragione agli indicatori previsti dagli studi di settori a cui la società è sottoposta. 

Se pensate che il caso appena descritto costituisca  un caso limite, vi state sbagliando di grosso. Benché il caso proposto offra dei piccoli margini di ottimizzazione del livello di pressione fiscale, esistono casi in cui le aziende, nonostante conseguano delle perdite anche significative, sono esposte ugualmente al pagamento di un carico fiscale eccessivo ed insostenibile. Tanto più in momenti di crisi profonda come quello attuale. Ciò è possibile per effetto della ripresa a tassazione dei costi che il fisco considera indeducibili, nonostante siano indispensabili e strumentali  al raggiungimento degli scopi imprenditoriali.
ARTICOLO TRATTO DA: http://www.vincitorievinti.com

Al fine di riepilogare il ragionamento proposto, vi propongo questo schema riassuntivo. (clicca e ingrandisci)

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24 Comments

  1. ariete says:

    Chi ha scritto l’articolo deve essere piu’ corretto , minimo doveva allegare copia del bilancio della srl , (i bilanci delle società di capitale sono pubblici ), per capire l’andamento aziendale ed analizzare le voci di bilancio , se ci sono state manovre di bilancio per occultare perdite o utili .
    (le più semplici : operare su magazzino , ammortamenti , costi capitalizzati ,e l’utile varia notevolmente , per non parlare di altre manovre piu’ sofisticate ).
    – se’ fra i costi della srl c’e’ ed a quanto ammonta il compenso amministratore , ( che ha un diverso
    trattamento fiscale rispetto agli utili d’impresa ) , spesso conviene avere un adeguato compenso amministratore , (generalmente sono soggetti della stessa compagine sociale ) , ed automaticamente abbattere gli utili.
    – Per quanto riguarda l’Irap , da ricordare che non ha la stessa base imponibile dell’ Ires, puo’ capitare il caso che si paghi anche se si e’ in perdita , e’ un’imposta che premia le aziende piu’ efficenti e piu’ capitalizzate , bastona le imprese che vanno male , (come base imponibile fra le varie voci ci sono gli oneri finanziari e il costo del lavoro , fu ideata dal prof. Rafaello Lupi ed assorbiva 7 tipi di imposta , fra cui la piu’ consistente riguardava i contributi sanitari , (sostanzialmente inseriti nel costo del lavoro ). che si dovevano pur sempre pagare anche se si registrava una perdita .
    Inoltre , sarebbe stato corretto elencare gli oneri fiscalmente indeducibili, (che gonfiano gli utili fiscali d’impresa ) , per capire se erano costi necessari alla gestione dell’impresa.( e’ ovvio se io responsabile della mia azienda porto i miei clienti a cena ad un lussuoso ristorante non e’ che la ricevuta fiscale sia totalmente deducibile ma solo fino ad un certo valore ).
    Con gli oneri fiscalmente INdeducibili , (non e’ questo il caso ) , per le imprese che non possono fare nero , si riesce a creare fondi a nero a parte .
    Tutte le imprese sono realta’ diverse hanno tassazioni diverse , per cui per me gli sudi di settore sono inutili .
    Concludendo
    Il problema dell’impresa non e’ solo il fisco o il costo del lavoro , c’e’ la burocrazia ,la macrocriminalita’, la corruzione , le infrastrutture , il ricambio generazionale , la logistica , la tecnologia , l’internazionalizzazione, In azienda bisogna conoscere a quanto ammonta il capitale investito , ( capitale proprio e capitale di terzi ) , il rendimento del cap investito , il costo del capitale di terzi , il rendimento del capitale proprio , il rischio credito verso i clienti , ( la lunghezza degli incassi fra le piu’ altre dei paesi Ue , è tutto un fiorire di concordati che premia solo chi non paga )

  2. ariete says:

    Chi ha scritto l’articolo deve essere piu’ corretto , minimo doveva allegare copia del bilancio della srl , (i bilanci delle società di capitale sono pubblici ), per capire l’andamento aziendale ed analizzare le voci di bilancio , capire se ci sono state manovre di bilancio per occultare perdite o utili .
    (le più semplici : operare su magazzino , ammortamenti , costi capitalizzati ,e l’utile varia notevolmente , per non parlare di altre manovre piu’ sofisticate ).
    – se’ fra i costi della srl c’e’ e a quanto ammonta il compenso amministratore , ( che ha un diverso
    trattamento fiscale rispetto agli utili d’impresa ) , spesso conviene avere un adeguato compenso amministratore , (generalmente sono soggetti della stessa compagine sociale ) , ed automaticamente abbattere gli utili.
    – Per quanto riguarda l’Irap , da ricordare che non ha la stessa base imponibile dell’ Ires, puo’ capitare il caso che si paghi anche se si e’ in perdita , e’ un’imposta che premia le aziende piu’ efficenti e piu’ capitalizzate , bastona le imprese che vanno male , (come base imponibile fra le varie voci ci sono gli oneri finanziari e il costo del lavoro , fu ideata dal prof. Rafaello Lupi ed assorbiva 7 tipi di imposta , fra cui la piu’ consistente riguardava i contributi sanitari , (sostanzialmente inseriti nel costo del lavoro ). che si dovevano pur sempre pagare anche se si registrava una perdita .
    Inoltre , sarebbe stato corretto elencare gli oneri fiscalmente indeducibili, (che gonfiano gli utili fiscali d’impresa ) , per capire se erano costi necessari alla gestione dell’impresa.( e’ ovvio se io responsabile della mia azienda porto i miei clienti a cena ad un lussuoso ristorante non e’ che la ricevuta fiscale sia totalmente deducibile ma solo fino ad un certo valore ).
    Con gli oneri fiscalmente deducibili , (non e’ questo il caso ) , per le imprese che non possono fare nero , si riesce a creare fondi a nero a parte .
    Tutte le imprese sono realta’ diverse hanno tassazioni diverse , per cui per me gli sudi di settore sono inutili .
    Concludendo
    Il problema dell’impresa non e’ solo il fisco o il costo del lavoro , c’e’ la burocrazia ,la macrocriminalita’, la corruzione , le infrastrutture , il ricambio generazionale , la logistica , la tecnologia , l’internazionalizzazione, In azienda bisogna conoscere a quanto ammonta il capitale investito , ( capitale proprio e capitale di terzi ) , il rendimento del cap investito , il costo del capitale di terzi , il rendimento del capitale proprio , il rischio credito verso i clienti , ( la lunghezza degli incassi fra le piu’ altre dei paesi Ue , è tutto un fiorire di concordati che premia solo chi non paga ) .

  3. JayJay says:

    L’articolo è fuorviante. Si parla di tassazione totale (fatturato, utile, persona fisica) in rapporto ai soli utili di impresa. E’ come confrontare mele con le pere. E’ un caso che viene 85%, poteva venire piu come meno.
    Ad esempio nel conteggio appare l’irap, ma l’irap è una tassa sul fatturato (di circa il 4%), non sull’utile, quindi che c’entra?
    Per una azienda che fattura 100.000 e ha un utile di 2.000 cosa avreste scritto? che la tassazione irap (4.000) è del 200% dell’utile? A che pro?

    Invece di fomentare le masse, individuate il punto specifico, ed eventualmente criticate solo quello.
    L’utile è tassato la 27%, discutibile, anche se in linea con molti altri paesi. Il motivo di questa tassazione è che si invita l’imprenditore a reinvestire gli utili.

  4. valter ottello says:

    la risposta è > FEDERARE LE … PARTITE IVA > ed **** abbandonare *** le ASSOCIAZIONI di CATEGORIA ovvero > le TRADITRICI degli ASSOCIATI ……….. !!!!!! https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2170007749373&set=pb.1822135057.-2207520000.1369757704.&type=3&theater

  5. carlo says:

    Io ho una srl e ho deciso di pensare alla mia famiglia pertanto questi signori si attaccheranno al cazzo…..decido io quanto dargli e se non gli stà bene mi facessero chiudere.
    Se continuiamo a fare quello che dicono loro ci porteranno alla rovina ….

  6. Roberto Porcù says:

    L’articolo centra il problema, o forse è ancora latente in qualche cosa.
    Per esempio, la piccola società nominata, è di persone o una srl?
    Perché in quest’ultimo caso l’amministratore o i due amministratori devono pagare l’Inps anche se, per la recessione in atto e l’insaziabilità del Moloc, non percepiscono ricompense.
    Poi, per quel poco che ricordo di diritto, c’è anche un danno esistenziale da conteggiare del quale sono vittime coloro che fanno impresa.
    Anche ad essere ligi a tutto, fiscalmente e normativamente, ché ce ne sono a iosa di norme cretine fatte per dar lavoro ad una pletora di gente che vive attorno alle imprese, anche ad essere ligi dicevo, c’è da vivere con la spada di Damocle sulla testa ché un qualsiasi ufficio ha la potestà di fare ispezioni con la certezza di arrivare a sanzionare perché qualche cosa sicuramente trova.
    La soluzione?
    Che l’Italia dichiari il fallimento, ci siano sollevazioni popolari violente e la gente inizi finalmente a tagliare fisicamente la testa a politici e burocrati senza andare troppo per il sottile ed a pignorare loro i beni come si fa con le altre mafie.
    La Lega ha attirato speranze ed energie sane e le ha dissipate. Altre le sta dissipando il M5S, la resa dei conti si avvicina.

  7. andrea says:

    ma… ci hai anche messo dentro i contributi Inail ? Se i 2 soci lavorano nella società pagano anche quelli

  8. stefano says:

    Amici Padani è ora di farsi furbi: se avete un utile di 100.000 euro ve ne portano via 85.000 ma se l’utile è di 1000 ve ne portano via non più di 850. Ovviamente se vi chiedono il 110% (e può capitarvi) ricordatevi solo che un contribuente specchiato in onesta miseria non fa la felicità delle vostre famiglie.

  9. Emilio Del Nunzio says:

    che possiamo fare?

  10. Alberto Pento says:

    Sto somexo o exenpio el spiega ben la raxon del nero e de la evaxion come lexetema defexa.
    Co sti conti na enprexa, on laorador otonomo, n’enprendifor laorador se nol fa nero e no l’evade el dovaria sarar botega.
    Pa ver na paga de n’operaio speçalexà co tute le ore de straordenaro cogna far almanco el dopio en nero … se no no se pol vivare.
    Se anvense de 32000 euri se ghi n ese 64 mila, fati li conti de le tase, restaria par tuti do li laoradori-enprendidori gnanca na paga de on solo operaio da spartirse en do.
    Robe da mati … da far nero a tuto andar e da tegnerse saldo on forcon co le punte ben gusà par xbuxar panse, cojoni e culate.
    Diavolo de on demonio aiame ti!

  11. andrea says:

    Denunciare il ministro delle finanze per riduzione in schiavitù e TUTTI i comercialisti per concorso

  12. l’auspicio è ke le tasse aumentino… skommettiamo ke andranno a roma a kiedere pietà e karità !?

  13. Luke says:

    Pazzesco!

  14. eridanio says:

    l’effetto finanziario poi (quanto e quando versare) su eventuali quote differenziali di incremento del reddito dell’anno precedente raddoppiano temporaneamente tutto perchè viene richiesto un acconto imposte aggiuntivo.

    Non è da credere ma è assolutamente vero ed obbliga all’indebitamento qualsiasi imprenditore. Non importa se grande o piccolo. E SU QUESTO GOLGOTA RIMANGONO IMPICCATI IN TANTI.

  15. Diego Tagliabue says:

    L’importante è che campino i serbatoi di voti per i politici nazziunali: scendicane, beduini, rom ecc.!

  16. eridanio says:

    mancano ancora le accise e l’iva sui consumi personali le concessioni governative e le imposte di bollo sui telefonini e conti correnti, depositi, passaporti ecc ecc ecc

    fottuti al 110%

  17. pippogigi says:

    L’articolo presenta bene le cose e l’aspetto che più colpisce è il differenziale tra la pressione fiscale statistica, intorno al 42% e quella reale, 70/80%.
    La cosa è molto grave anche per un fattore: se io voglio investire oppure semplicemente lavorare devo poter conoscere tutti i costi e vendere ad un prezzo tale da poterli coprire oppure chiudere l’attività se il mio prezzo di vendita fosse tale da non essere competitivo.
    In Italia questo non è possibile. Oltre ad una normativa fiscale in continua variazione (e sempre in peggio dal punto di vista della pressione), l’interpretazione delle norme, gli Studi di settore non permettono ad una azienda di valutare il possibile aumento della pressione fiscale conseguente a controlli o accertamenti. In altri Stati, ovviamente civili e senza uno Stato ingordo e parassita da mantenere, gli Studi di settore non vengono usati per fare cassa come da noi, prima di un triennio l’azienda presenta gli Studi al Ministero delle Finanze, su quelli ci si accorda su quanto pagare di tasse e per un triennio quell’azienda è tranquilla, può anche omettere di fare scontrini e fatture. Lo Stato incassa, non deve fare controlli, l’azienda è tranquilla è tutti sono contenti. Da noi invece, controlli, multe, accertamento con adesione (anche se non evadi è meglio che ti accordi per pagare un tot al fisco per evitare conseguenze peggiori) condoni, ecc insomma il solito terzomondismo italico.
    Pensate ad uno straniero che voglia investire, oltre all’arretratezza delle infrastrutture, si troverebbe in un paese in cui verrebbe considerato solo come un forziere da svuotare invece che una risorsa che porta lavoro.
    Non dimentichiamo la burocrazia: sono famose storie di paesi esteri dove in 48 ore si inizia un attività, qui occorre fare comunicazioni ad Agenzia delle Entrate, CCIAA, Inps, Inail, comune, asl, vigili del fuoco, ecc e chi più ne ha più ne metta ed ovviamente il tutto corredato da pesantissime sanzioni a fronte di una normativa nebulosa, bizantina e spesso incomprensibile agli stessi funzionari statali, sovente attendendo mesi per avere tutti i permessi. La cosa più semplice sarebbe andare in Camera di Commercio, fare domanda ed entro 7 giorni avere tutti i permessi pensa sanzioni per la Camera di Commercio ed i suoi dipendenti.
    Comun que ormai siamo alla fine, presto l’Italia scomparirà e rimarrà per noi solo un brutto ricordo, per fortuna.

    • Dan says:

      “L’articolo presenta bene le cose e l’aspetto che più colpisce è il differenziale tra la pressione fiscale statistica, intorno al 42% e quella reale, 70/80%.”

      E vogliamo parlare dei “soli” 3 milioni di disoccupati senza tenere conto di tutti quelli che all’ufficio di collocamento non ci vanno neanche più ?

      Facciamo un bel giochino statistico: chiamiamo “disoccupati” i tizi tra il metro e cinquanta ed il metro e cinquantuno, bruni con mesh bionde ed argentate, di ventordici anni, gli occhi verdi, portatori di gobba che non lavorano. Uh ma guarda ! Non ci sono disoccupati !!!!! La crisi è finita anzi non è mai esistita !

      “se io voglio investire oppure semplicemente lavorare devo poter conoscere tutti i costi e vendere ad un prezzo tale da poterli coprire oppure chiudere l’attività se il mio prezzo di vendita fosse tale da non essere competitivo”

      Qualche anno fa, non mi interessavo di queste cose, dello stato, delle imprese, della politica, semplicemente me ne fregavo, poi un giorno mi sono posto questo dubbio perchè volevo aprirmi un negozio: giunsi alla conclusione, senza neanche aver scavato troppo nelle spese, che neanche digiunando tutti i giorni dell’anno sarei riuscito a trovare una quadra per permettermi di concretizzare quel mio progetto.

      “In altri Stati, ovviamente civili”

      In un Paese civile, la gente allo Stato ladro semplicemente lo prende per le palle e gliele taglia senza pensarci due volte e lo riporta bene con i piedi per terra.
      Ma un Paese civile è abitato da gente civile che ha ben chiaro il concetto che i propri diritti bisogna difenderli da soli senza aspettare che cada sempre dal cielo un duce che salvi la giornata ai vigliacchi.

  18. Stefano Nobile says:

    l’unica è spostarsi all’estero, società, residenza e tutto.
    E voglio vedere come faranno i criminali che ci governano.
    AFFAMIAMOLI !

    • Simone T. says:

      non è giusto andare via da dove siamo nati o venuti. Dobbiamo mandare via loro, i parassiti che hanno infestato la terra.Dobbiamo avere il coraggio di essere uniti e consapevoli che solo così il popolo può far valere il suo diritto sovrano.
      Continuare a dare i voti ai soliti non porta a nulla.
      San Marco guidaci tu!

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