IL COMMERCIALISTA E LA STORIA DELLE TASSE EQUE

di MATTEO CORSINI

“Un sistema fiscale, per avere successo deve:

– essere semplice, razionale, equo e giusto;

– avere aliquote nominali accettabili e tali che l’evasione non sia considerata il migliore investimento;

– essere compreso e accettato dagli operatori, dalle imprese e da tutti i cittadini, come un “buon” sistema fiscale.” (P. Moretti)

Paolo Moretti è Consigliere del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, cioè un professionista che si occupa di fisco tutti i giorni. Come spesso accade di leggere nei commenti di altri esperti di questioni fiscali, le critiche al sistema fiscale italiano sono numerose, e altrettanto lo sono le proposte per migliorarlo. Personalmente trovo comprensibile il desiderio di avere un sistema fiscale migliore, ma credo che le basi da cui muovono tutti questi commenti oscillino tra la pia illusione e il non condivisibile. Prendiamo i punti evidenziati da Moretti su come dovrebbe essere un sistema fiscale per avere successo:

1) “Essere semplice, razionale, equo e giusto”. Passi per il semplice e razionale, ma che sia equo e giusto è impossibile per definizione. Nessun sistema che impone un prelievo forzoso a qualcuno può essere equo e giusto. Non lo sarebbe se il prelievo colpisse tutti indistintamente; non lo è a maggior ragione nella realtà, dato che il principio costituzionale della capacità contributiva è di per sé criticabile come concetto e lo è ancor di più nella sua declinazione pratica. Alla fine ogni sistema fiscale ha dei contribuenti netti e dei beneficiari netti. Dato che i primi non sono praticamente mai d’accordo né sull’entità del prelievo, né sulla destinazione dello stesso (altrimenti la tassazione non sarebbe neppure necessaria, essendo la solidarietà spontanea), iniquità e ingiustizia sono garantite.

2) “Avere aliquote nominali accettabili e tali che l’evasione non sia considerata il migliore investimento”. Qualcuno parla di accettabilità, qualcun altro di sopportabilità. Al lato pratico non c’è una gran differenza. Il fatto è che si tratta di concetti del tutto soggettivi. Anche a parità di base imponibile e aliquote di tassazione, soggetti diversi possono avere un’idea divergente di ciò che è accettabile o sopportabile. Imporre un’idea di accettabilità a tutti quanti e soprattutto a chi non viola i diritti di proprietà altrui è, a mio parere, ingiusto.

3) “Essere compreso e accettato dagli operatori, dalle imprese e da tutti i cittadini, come un “buon” sistema fiscale”. Qui valgono un mix delle considerazioni di cui ai punti precedenti. Ben venga la comprensibilità, ma è ben difficile che un sistema fiscale sia accettato da “tutti i cittadini”. E non sto a ripetere perché.

In definitiva, può essere lodevole l’intento di chi vorrebbe migliorare il sistema fiscale, ma mi sembra un proposito molto più utopistico delle proposte libertarie di abolizione del prelievo fiscale e di tutta la spesa pubblica.

 

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