ZANZIBAR VUOLE L’INDIPENDENZA DALLA TANZANIA

di SALVATORE ANTONACI

Tempo addietro – a gennaio di quest’anno – la Tanzania, Stato dell’Africa orientale, conobbe un quarto d’ora di warholiana notorietà in forza del suo indiretto coinvolgimento nelle maldestre operazioni di investimento leghiste legate al tesoretto del finanziamento pubblico acquisito con  i “meriti” elettorali del movimento e la compiacenza di una legislazione truffaldina. Non fossero bastati i problemi anche seri che agitano quel paese, mancava anche il link con le vicende semiserie di un gruppo di guitti che avrebbe messo in imbarazzo financo uno di quei satrapi dediti alla spoliazione ed al ladrocinio così diffusi a queste latitudini.

Per passare dalla celia alle cose serie, dirò che, proprio in queste settimane, un nuovo focolaio di tensione si è acceso dalle parti dell’ex-colonia tedesca e poi britannica. Da sempre divisa in due realtà ben distinte ancorché associate, il Tanganika cristiano e l’isola di Zanzibar islamica, la Tanzania deve, infatti, fronteggiare la crescente spinta separatista che proviene dalla seconda. Assecondata dall’emergere di Uamsho, un network islamista che raggruppa diverse decine di associazioni, non tutte dedite a scopi caritatevoli evidentemente, la rivolta rischia di compromettere la fragile congiuntura economica della zona.

Il comprensorio attorno a Zanzibar è divenuto, negli ultimi anni, una piccola mecca per gli investitori occidentali segnatamente, come facile intuire, nel settore turistico essendo  la zona un ricettacolo di bellezze naturali mozzafiato. Tra gli stranieri spiccano soprattutto quelli provenienti dal Bel Paese, alacri nella creazione quasi dal nulla di lussuosissimi resort destinati ad ospitare una clientela crescente. Ora, si diceva, tutto questo attivismo rischia di finire in malo modo, visto che gli indipendentisti si fanno portavoce di una versione piuttosto rigorista del verbo islamico, ammesso che ne esista una davvero tollerante. E per dimostrare che le parole, da sole, non bastano a far trionfare la causa, ecco che i più scalmanati hanno pensato di passare ad un’applicazione sul campo delle ricette già conosciute in tanta, troppa parte del globo. Come? Semplicissimo, incendiando chiese cristiane alla maniera dei loro correligionari in Nigeria. Di qua agli eccidi ed agli attentati sanguinari lo iato, facile congetturare, è piuttosto breve.

Per completezza di informazione è doveroso rimarcare l’atteggiamento poco attento delle autorità di Dar ES Salaam: qualche concessione come quella di un referendum sull’indipendenza avrebbe forse contribuito a sbollire gli ardori dei locali ed a disinnescare la mina fondamentalista. Ora sembra davvero troppo tardi e nel luogo che diede i natali al grande Freddy Mercury, le prospettive sono piuttosto cupe. Il verde che avanza lascia ben poche speranze.

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