IL RIMPIANTO FRANCESE DEI TAGLIAGOLE DEMOCRATICI

di ROBERTO GREMMO*

L’astro nascente del nuovo sinistrismo mondialista francese si chiama Jean-Luc Mélenchon ed ha un cognome che richiama, di per se, tristi e crepuscolari viali del tramonto.
Il personaggio si candida alla presidenza della Repubblica ed é accreditato con consensi marginali ma sufficienti per rosicchiare all`esponente socialista Hollande quanto basta per far vincere Sarkozy.

Benché politico di poco seguito, questo malinconico individuo sembra godere di buona stampa da noi, dove la ricerca di volti nuovi a sinistra non guarda troppo per il sottile ed ha, ad esempio, promosso a leader di prima grandezza un ampolloso e saccente burocrate di seconda fila del P.C.I. come Nicola Vendola.
Nel padrinaggio mass-mediatico di Mélenchon si é distinto fra noi il quotidiano “La Repubbllca” che lo scorso 20 marzo gli ha dedicato un paginone di sperticate lodi a firma Giampiero Martinotti.
Sappiamo cosi che il politico francese, astro nascente della sinistra calante, é stato trotskista da giovane quando, per allenarsi alla democrazia ed al pluralismo, “aveva scelto come pseudonimo Santerre, il nome della guardia che portò Luigi XVI sul patibolo”.
Soprattutto, veniamo informati che i1 nostalgico della ghigliottina ha oggi due “stelle polari” che sarebbero “la Rèpublique e la massoneria”. Niente da eccepire sulla sua fede libero-muratoria.

Ricordiamo che Antonio Gramsci aveva definito questo sodalizio “l’unico partito della borghesia” perché nelle logge raggruppava e univa sotto lo stesso cielo (stellato) i politici che si mettevano ‘riservatamente’ tutti perfettamente d’accordo al di là del partito e poi facevano finta di litigare in pubblico.
L’unico anarchico italiano degno di questo nome, il vercellese Luigi Galleani denunciava la massoneria per la sua capacita corruttrice nei confronti dei capi del movimento operaio. Che un ‘trotskista’ tenga in buon conto squadre, cappucci e compassi va messo nel conto.

Che poi abbia un programma magnoloquente che rivendica (niente meno!) la fine del capitalismo c’era da pensarlo, perché per non ottenere niente è regola costante chiedere tutto (come ben sapeva i1 famoso ‘anarchici’ Conh Bendit del ‘maggio del `68′ oggi ben pagato europarlamentare sedicente ‘ecologista’).
Merita semmai un rilievo il riferimento nazionalista da “Grande France” del personaggio, evidentemente affascinato dai “grandi principi dell’89”, il famigerato trinomio “Liberté – Egalité – Fraternité“. Il mito del centralismo, rivisitato dalla sinistra Italiana nella foga risorgimentalista e garibaldinista, è duro a morire ed è la palla al piede che giustifica il centralismo sfrenato che in Francia nega 1’indipendenza a Corsi, Bretoni, Baschi, Savoiardi e da noi a Sardi, Piemontesi, Siciliani, Sudtirolesi.

La liberté come la intendono loro è solo l`alibi per la disgregazione di ogni valore etico e morale.
L’egalité é il mito ormai frusto per la conservazione dei privilegi dei ceti parassitari e burocratici garantiti.
La pelosisima franternité senza regole è i1 passaporto per l’invasione di milioni di disperati che tolgono lavoro e sicurezza ai proletari.

Non v’é dubbio che l’esempio Mélenchon farà strada anche in Italia. All’insegna della massoneria, del nazionalismo e della peggiore demagogia.
Tanto per imbrogliare, ancora una volta, la povera gente.

*ilsalotto.info

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