INVECE DI TAGLIARE SI CHIEDE L’ORO ALLA PATRIA

di CARLO ZUCCHI*

Un po’ tutti i quotidiani, con più o meno enfasi, hanno evidenziato il rapporto tra il gettito dell’Imu e il calo o il crollo dei consumi. Dal punto di vista del governo, la prima rata dell’Imu si è dimostrata un successo, con 9,5 miliardi € entrate nelle casse dello Stato, in linea con i 20,7 miliardi € di gettito previsti per fine anno.

Nel frattempo, però, i consumi crollano. Per forza, in un paese che non cresce da 15 anni quel che si spende di più da una parte si spende di meno dall’altra. E i denari spesi per rimpinguare (il che non significa risanare) le casse dello Stato, sempre bisognose di risorse, provocano un’inevitabile contrazione di consumi e risparmi privati, con conseguente dissanguamento dell’economia. Le previsioni di un calo del pil dello 0,4% su base annua previsto dal governo Monti nel decreto Salva Italia sono già state smentite da un calo dello 0,7% nel primo trimestre del 2012, mentre le stime di Confindustria ipotizzano una contrazione annua del 2,4%. Come ha giustamente osservato Francesco Forte sul Giornale di domenica 8 luglio, siamo in una situazione da lacrime e sangue, perché in un momento di flessione del pil, a cui seguono depressione degli investimenti, riduzione del fatturato delle imprese, aumento delle sofferenze bancarie e aumento della disoccupazione, bisogna pagare più imposte, nonostante il minor reddito. Ma quel che preoccupa, non è il momento difficile, bensì il fatto che i sacrifici siano imposti senza una prospettiva di uscita dalla crisi e di rilancio dell’attività delle imprese, oggi in estrema difficoltà.

Ma la colpa di tutto questo non sta nel rigore. E il fatto che a sbraitare contro il rigore ci si siano messi anche autorevoli commentatori di area centrodestra lo trovo davvero preoccupante, come se lo sviluppo economico non potesse avvenire in modo diverso dalla vecchia ricetta keynesiana della spesa pubblica in deficit. No, invece di presentare la situazione attuale in termini di sviluppo contro rigore, occorrerebbe dire che la vera contrapposizione è tra risorse possedute, gestite ed espropriate dal settore pubblico, contro risorse possedute, gestite ed espropriate al cittadino privato. Invece di ragionare macroeconomici e per saldi complessivi, va detto chiaro e tondo che occorre trasferire risorse da dove vengono sprecate (settore pubblico e finanziario) a quello privato e produttivo. Come in qualsiasi impresa che funzioni, vanno recisi i rami secchi per investire in quelli che producono reddito. In caso contrario, al rigore non segue il risanamento, ma il tracollo dell’economia.

Esaltare le politiche di lacrime e sangue a fini pedagogici, come fa da sempre una certa pubblicistica che invoca Quintino Sella a sproposito, oltre che odioso è anche pericoloso, perché nasconde l’idea che stangare il popolo sia sempre e comunque operazione da statisti, poiché se gli si lascia un po’ di roba in tasca la spenderebbe in quisquilie, invece di coltivare le virtù predicate da lor signori. E in Italia, soprattutto a sinistra, ancora troppe persone hanno ben radicato il pregiudizio secondo cui lo stato è virtuoso e il privato vuole far soldi fregando il prossimo. Ebbene, compito della stampa e di chi fa cultura è convincere l’opinione pubblica del contrario, altrimenti si ha un bel da frignare perché l’economia non cresce. Mai come ora rigore e sviluppo debbono andare di pari passo. Soltanto togliendo risorse dalle mani di chi le spreca sarà possibile rilanciare l’economia. A tal riguardo è indicativo di come i tre commissari nominati dal governo, ossia Amato, Bondi e Giavazzi abbiano predisposto una legge secondo la quale i CDA delle ex-municipalizzate «[…] dovranno essere composti da non più di tre membri. Di questi, due devono essere dipendenti dell’amministrazione titolare della partecipazione, in caso di società a partecipazione diretta; oppure due dipendenti della società controllante, per le società a partecipazione indiretta». Peccato che, contrariamente agli annunci, questa disposizione non si applichi alle società quotate in Piazza Affari come Eni e Terna. E tantomeno per società come Acea, Hera, Iren, A2a, Ascopiave, e Acegas-Aps, che nonostante da un anno a questa parte i loro titoli abbiano perso rispettivamente il 36,83%, il 27,23%, il 73,46%, il 60,25%, il 44,4% e il 13,6%, continuano a essere prede ambite per sistemare pletore di trombati e amici vari.

Infine, è veramente sconcertante sentire un presidente di Confindustria usare il peggior gergo cigiellino ricorrendo al termine “macelleria sociale” non appena si nomina la parola tagli. Perciò, di che meravigliarsi se sempre più politici prospettano un Monti bis sostenuto dall’attuale coalizione, magari dopo aver predisposto una legge elettorale alla bisogna. Del resto, Mario Monti si sta confermando ogni giorno di più il garante dei rapporti di potere in essere. Con il decreto liberalizzazioni ha voluto salvaguardare gli interessi delle corporazioni, mentre con la riforma del lavoro si è inchinato ai diktat della Cgil e del Presidente della Repubblica Napolitano, irrigidendo ancor di più il mercato del lavoro. Insomma, piuttosto tagliare le unghie allo Stato, si preferisce invocare l’oro alla patria. Dai tempi di Mussolini, quindi, è cambiato poco. Anche se non siamo più in piena dittatura, non mancano i corifei della responsabilità nazionale, pronti a tacciare come nemici della patria coloro che di combattere contro tasse e burocrazia non ne possono proprio più.

*http://carlozucchi.wordpress.com

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