SVIZZERA, QUINTA NAZIONE PIU’ LIBERA AL MONDO

di CHIARA M. BATTISTONI

Era la primavera del 2008 quando Unioncamere Veneto pubblicava il Quaderno di Ricerca n° 9 dal titolo “Spesa pubblica e federalismo”, uno studio dettagliato sull’allocazione delle risorse umane e finanziarie e l’efficienza delle Amministrazioni pubbliche, con un confronto tra Italia, Spagna e Germania. In quegli anni si era ancora nel pieno del “federalismo fiscale”e a infiammare il dibattito erano soprattutto le politiche di perequazione.

Lo studio evidenziò come il drenaggio di risorse in atto nel nostro Paese, con flusso prevalente da Nord a Sud, finisse per impoverire le regioni settentrionali senza di fatto aiutare le regioni meridionali; la causa era (ed è) la cecità della perequazione, che prescinde dalle reali esigenze del territorio e si basa sull’irresponsabile principio del costo storico, di fatto un premio all’inefficienza e all’assistenzialismo. Una perequazione così concepita non fa che rafforzare il centralismo che ci caratterizza; e la riforma avviata, pur spostando l’attenzione dai costi storici ai costi standard, non entra nel merito della questione: l’organizzazione federale dello Stato. Ma il nostro Paese ha davvero voglia di federalismo? Forse no; in questi anni abbiamo addirittura smarrito il significato di questo termine, abusato e mistificato. Ricordo uno studio del Censis del giugno 2008, “Il nuovo bisogno di Stato”, da cui emerse il forte aumento della percentuale di italiani insoddisfatti e preoccupati per il futuro; situazione che portò alla crescita della quota di cittadini (48%) convinti che il protezionismo fosse una soluzione alle difficoltà contingenti. In crescita vertiginosa anche il numero di cittadini che chiedevano più Stato, perdendo al tempo stesso fiducia tanto nell’Euro quanto nell’Europa; ben il 47,5% era favorevole a un incremento del potere dello Stato centrale, solo il 28,4% pensava a un incremento del ruolo delle Regioni e il 24,1% di Province e Comuni.

Se questa è la fotografia del comune sentire dei cittadini due anni fa, forse è lecito chiedersi cosa ne sia oggi del federalismo. Nell’avvicendamento delle emergenze è difficile mantenere la rotta, ancor più quando mancano scenari; siamo sommersi da diagnosi e analisi ma davanti a noi, almeno a noi cittadini, non ci sono nuovi modelli di sviluppo e di governo del futuro. Abbiamo strumenti di lettura del passato, incapaci di avere valore predittivo. Se vogliamo cambiare, dobbiamo avere coraggio e audacia per comprendere a fondo le ragioni dei successi e soprattutto degli insuccessi, superando la logica della velocità, della fretta, dell’emergenza che sembra invece governare il mondo in questi ultimi anni di crisi.

Chi governa deve trovare il coraggio di comunicare modelli e azioni, perché non si cambia senza motivazioni convincenti. E pensare che le teorie aziendali di Change Management non si stancano di ricordare agli imprenditori che le strategie del cambiamento devono essere comunicate, condivise; che la vision e le missioni devono essere comprese, che i collaboratori devono capire per scegliere.

Ebbene, ci sono Paesi in cui la democrazia diretta, associata a strumenti di governo agili e flessibili, permette di costruire tutto ciò. Qualche giorno fa è stata pubblicata la classifica dell’indice della libertà economica, stilata annualmente dalla Heritage Foundation.

Tra i migliori dieci al mondo ci sono ben quattro Paesi a ordinamento federale; il migliore è l’Australia, terza, seguita dalla Svizzera, quinta, dal Canada, sesta, e dagli Stati Uniti, decimi. L’Italia invece è sprofondata al 92esimo posto, con un punteggio totale di 58,8 addirittura inferiore alla media mondiale di 59,5. Una tendenza in apparenza inarrestabile, qualunque sia il colore del governo scelto.

Di fronte a simili prestazioni, il buon senso suggerisce l’analisi accurata delle variabili critiche, degli elementi costitutivi dell’indice; l’approccio scientifico poi richiede la formulazione di una teoria che permetta di correlare le variabili e che proponga modelli da confrontare e verificare, in grado di proporre un cambio di prospettiva che inverta la tendenza in atto. In quest’ottica è necessario avere la lucidità per cominciare a leggere, se necessario, le criticità come punti di forza; si tratta di cambiare la cornice per costruire l’inedito.

Chi negli anni recenti ha avuto audacia e lucidità sufficiente è la Confederazione Elvetica che visse anni assai complessi; l’esplosione della globalizzazione, la creazione dell’Unione Europea misero a dura prova la competitività del Paese, giungendo a metterne in discussione perfino la struttura federalista. Ci si chiedeva se non fosse il caso di invertire il processo, orientarsi verso una progressiva centralizzazione.

Nulla di tutto questo accadde; la Svizzera mise mano alla propria struttura facendo leva proprio su ciò che il mondo riteneva essere fragilità e criticità, ovvero spiccata territorialità delle politiche, elevata frammentazione degli strumenti di gestione, diversità di culture e stili di vita. Ma ciò che la globalizzazione suggeriva essere limiti, per la Confederazione erano le radici del proprio essere e gli svizzeri scelsero di conservarli, agendo in modo che si trasformassero in punti di forza. Lavorando su di essi, con la democrazia diretta, il cittadino elvetico, arbitro finale delle scelte politiche, costruì i successi di questi ultimi quindici anni.

A partire dalla prossima settimana, dunque, cercheremo di dare un nuovo senso al federalismo, quello autentico, impegnandoci in un viaggio affascinante alla scoperta delle buone pratiche elvetiche, per cercare di capire come sia possibile che in un Paese tanto piccolo convivano ventisei diversi sistemi sanitari, scolastici, fiscali, tutto ciò senza generare il caos.

Non sarà che il federalismo, raffinata tecnica di governance, sia la risposta più idonea alla complessità e all’incertezza dei tempi moderni?

 

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3 Comments

  1. Giacomo says:

    Meravigliosa Chiara!
    Giacomo Consalez

  2. Ottimo e interessante pezzo! Come sempre la via Helvetica è per i popoli Alpini ( ma soprattutto per la Valsesia ) l’unica futura speranza di sopravvivenza. Complimenti Chiara !

  3. mr1981 says:

    Trovo sbagliato prendere la Svizzera come esempio di modello federativo per l’Italia. La Confederazione Elvetica è una dimostrazione di federalismo per aggregazione, che viene proposto per unire una nazione ancora divisa. Si potrebbe rifarsi a questo concetto se le province italiane confinanti con la Svizzera decidessero di entrare a far parte della Confederazione Elvetica come nuovi cantoni. Per l’Italia bisognerebbe avere un federalismo per scissione, l’unico esempio che mi viene in mente è quello austriaco, che comunque è sempre troppo unitario, quindi apparente. Il processo che si avrebbe in Italia sarebbe simile, il sistema federale sarebbe un’infrastruttura ritenuta essenziale per un miglior funzionamento del sistema, ma tuttavia il suo potenziamento verrebbe continuamente posticipato per non creare temporanei disagi agli utenti, specialmente quelli del Mezzogiorno. Ricorda qualcosa questa frase?

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