SVIZZERA: PERCHE’ MAI DOVREMMO CONTINUARE A CRESCERE?

di CHIARA BATTISTONI

Qualche giorno fa, a Berna per la 26esima edizione della Schweizer Frauenlauf, una manifestazione sportiva che richiama ogni anno nella capitale circa quattordicimila donne per una giornata di corse e nordic walking, osservavo con curiosità BundesPlatz, la piazza antistante il Parlamento della Confederazione. A me piace considerarla la culla del federalismo perché qui che la Svizzera politica prende le sue decisioni in occasione delle periodiche sedute delle due Camere, sedute che riempiono Berna dei colori dei vessilli dei ventisei Cantoni. Vivere Berna, soprattutto nella sua parte più antica, quella dei famosi portici, è un po’ scoprire lo stile del federalismo rossocrociato; è la capitale della Confederazione che rappresenta di fatto lo stile dei ventisei Cantoni; nulla a che vedere con l’imponenza di altre capitali, concepite per trasmettere maestosità, forza e potenza. Berna no, appare subito molto più familiare; la sua autorevolezza sta tutta nella libertà con cui si vivono gli spazi che tradizionalmente incarnano il potere. Il pragmatismo elvetico fa sì che davanti al Parlamento possano coesistere mercato dei fiori, manifestazioni sportive, incontri di associazioni, talvolta anche gruppi di protesta; uno spazio di tutti e per tutti, proprio come lo Stato, al servizio di tutti. Stile asciutto ed efficace per gestire lo spazio pubblico, che rappresenta la forza del federalismo, quella forza che da oltre settecento anni rende la Confederazione un Paese davvero libero, dove il cittadino ha accanto a sé uno Stato sempre più snello.

Quassù sembra ci sia ancora poco spazio per il “sobrio” collettivismo in salsa tecnica che impera in Italia, ancor più evidente da qualche mese a questa parte. Come osservava già nel 1946 Ayn Rand, nella prefazione al suo romanzo “Antifona”, “Guadagni sociali, scopi sociali, obiettivi sociali, sono diventati le banalità quotidiane del nostro linguaggio: La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e per ogni cosa è adesso data per scontata. Non c’è proposta abbastanza oltraggiosa per la quale il suo autore non possa ottenere ascolto e approvazione rispettosi se si dichiara che in qualche modo indefinito essa è per il bene comune”.

Settimana scorsa il caso ha voluto che nella medesima giornata, venerdì 15 giugno, mentre a Roma il Consiglio dei Ministri varava dopo mesi di messianica attesa il Decreto Sviluppo, a Berna il Consiglio federale (il governo elvetico) approvasse il Rapporto sulla politica di crescita 2012-2015 e prendesse atto del “Rapporto finale sulle aspirazioni riformiste 2008-2011”. Sul Decreto Sviluppo sapete già tutto; stampa e televisione ci offrono interpretazioni, letture, analisi e controanalisi. A ben guardare però continua a sfuggire la visione che esso sottende; la risposta, cioè, alla domanda più banale e complessa che si possa fare: quale sarà la struttura del Paese nei prossimi tre anni? Non molto diversa da quella attuale, visto che l’attesa cura dimagrante per apparati pubblici e burocrazia sembra soprattutto una dichiarazione d’intenti e l’agognata semplificazione si traduce in alcune disposizioni certo utili, ma ancora insufficienti per incidere sulla sostanza della vita del cittadino, che continua a essere suddito.

La Confederazione e i Cantoni, per cui governare è prevedere, hanno invece un approccio assai più pratico. Innanzitutto si chiarisce il senso delle politiche di crescita; perché mai dovremmo continuare a crescere, si chiede la Svizzera? Perché in futuro si vuole promuovere lo sviluppo a lungo termine del benessere e per farlo è necessario attuare sin da ora riforme tempestive.

Non dimentichiamo che governare è prevedere e infatti, dal 2004, la politica di crescita della Svizzera è una politica di riforme destinate a rendere lo Stato sempre più leggero, sempre più snello. Riforme (dall’Iva alle politiche per le Pmi) misurate nel tempo, corrette in itinere, integrate in funzione degli obiettivi e della situazione contingente. Di benessere si parla innanzitutto nella Carta Costituzionale; il Preambolo ci ricorda che è libero soltanto chi usa della sua libertà e che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi mementi; l’articolo 54 ricorda che la Confederazione “si adopera per salvaguardare l’indipendenza e il benessere del paese”, infine l’articolo 94 rammenta che Confederazione e Cantoni tutelano gli interessi “dell’economia nazionale e contribuiscono con l’economia privata al benessere e alla sicurezza economica della popolazione”.

Concretamente, il Consiglio ha identificato sette ambiti di intervento, per complessive tredici misure, la cui attuazione sarà verificata dal Dipartimento federale dell’Economia (più o meno il nostro Ministero dell’Economia) e annualmente riportata al Consiglio con un rapporto sullo stato avanzamento. Il focus si rivolgerà ora sul mercato interno, con misure che ne facciamo crescere la produttività (investimenti in formazione, per esempio); sulla politica agricola, sulla riforma della sanità, sulle scelte di semplificazione amministrativa, sull’implementazione delle politiche di e-government, sui nuovi criteri di definizione della spesa pubblica, da programmare periodicamente in funzione del medio termine, sulla politica energetica che può già contare sul Rapporto “Politica energetica 2050”.

Il Rapporto si inserisce in un tessuto informativo maturo e documentato; c’e’ continuità tra quanto segnalato nel primo trimestre 2012 nel rapporto “Prospettive a lungo termine” e il Rapporto di venerdì 15 giugno. Le prospettive a lungo termine offrono uno sguardo sulla Confederazione del 2060 attraverso l’analisi delle finanze; la scelta del 2060 risponde al fatto che entro quell’anno si verificheranno gli effetti più profondi dell’invecchiamento della società: la generazione del Baby Boom sarà entrata nella quarta età, superando la novantina; il basso tasso di natalità di inizio anni Novanta sprigionerà tutti i suoi effetti.

Le generazioni future saranno così chiamate a confrontarsi con una popolazione complessivamente sempre più vecchia e sempre più longeva; nel 2060 la struttura del Paese per classi di età sarà diversa da quella attuale; se oggi per ogni ultrasessantacinquenne ci sono 3,6 cittadini in età lavorativa (il cosiddetto indice di vecchiaia, pari al 27,5%), nel 2060 il rapporto sarà di circa uno a due (in Italia uno a uno). L’impatto sulle politiche economiche sarà significativo, sebbene i Cantoni abbiano già oggi una serie di regole fiscali e di adattamenti istituzionali che impedisce loro eccessivi indebitamenti e la Confederazione possa contare su meccanismi di freno che garantiscono il pareggio di bilancio a medio termine e perseguono l’obiettivo di mantenere le finanze sostenibili sul lungo periodo, costringendo di fatto, sempre, al pareggio di bilancio. Il Rapporto del 15 giugno traduce operativamente alcune delle indicazioni emerse a inizio 2012, dimostrando tra l’altro che leggi e regole fiscali in vigore oggi possono esser riviste o addirittura ripensate radicalmente in futuro.

Il federalismo è anche questo; un cantiere sempre aperto, che impara dai propri errori, si mette in discussione e sa costruire il nuovo.

 

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9 Comments

  1. Bunga says:

    Gabriella, le banche elvetiche contribuiscono al pil per l’11 percento. A occhio e croce i veri canali di approvvigionamento contante in Svizzera sono Nestlè e Novartis. Personalmente non ho simpatia né per una né l’altra, ma un paese calvinista non va altrettanto per il sottile.

  2. Diego Tagliabue says:

    Certamente, il segreto bancario e l’accettazione di denaro da tutti (cani e porci) è un vantaggio, ma non demonizzerei la Svizzera, per un semplice motivo.

    Questa struttura, veramente federale, con uno Stato centrale snello e con la democrazia diretta, è ben più vecchia delle banche svizzere e ha radici storiche.

    Solo così, nel rispetto delle identità locali e della loro cultura (cosa che comporta sia diritti che doveri reciproci), la Svizzera ha potuto prosperare e prospera ancora, tenendo insieme quattro etnie/lingue: tedesco, francese, italiano, retoromanico.

    “…quale sarà la struttura del Paese nei prossimi tre anni?”
    La risposta a questa domanda (riferita a FallitaGlia) è: centrale, centralista, peggio di quanto lo sia già ora.
    Motivo? Destra, sinistra centro, terzo pol(l)o ecc. pensano che il tramonto della Lega sia l’occasione giusta per ripristinare lo Stato risorgimentale e appiattire completamente le identità locali.
    Lega e indipendentismo NON sono sinonimi.
    Questa ideologia dell’allineamento ad un’identità italiana, creata a tavolino, piace ai postfascisti, ai postcomunisti e ai postdemocristi: sono i maghi dell’appiattimento. Solo i loro dogmi sono differenti nella forma.

    Essendo il popolo disinteressato a queste “piccolezze” (panem et circenses dà lo Stato al popolo bue), se ne accorgerà solamente quando non avrà più niente in tasca. Sarà troppo tardi per qualsiasi soluzione civile.
    FallitaGlia è una polveriera come la ex Jugoslavia, solo che i politici dell’unità si rifiutano di vedere la realtà delle cose e continuano a tassare, senza tagliare privilegi grandi e piccoli (almeno il 70% della spesa pubblica), a maiá föra le tasse riscosse asimmetricamente e ad abbattere i simboli delle identità locali, come i cartelli nelle lingue locali.

    Non è una novità: se FallitaGlia è l’unico Paese con targhe automobilistiche “anonime”, questo è puramente voluto, per amalgamare un popolo, che – in quanto “italiano” – non esiste.

  3. Diego Tagliabue says:

    Certamente, il segreto bancario e l’accettazione di denaro da tutti (cani e porci) è un vantaggio, ma non demonizzerei la Svizzera per un semplice motivo.

    Questa struttura, veramente federale, con uno Stato centrale snello e con la democrazia diretta, è ben più vecchia delle banche svizzere e ha radici storiche.

    Solo così, nel rispetto delle identità locali e della loro cultura (cosa che comporta sia diritti che doveri reciproci), la Svizzera ha potuto prosperare e prospera ancora, tenendo insieme quattro etnie/lingue: tedesco, francese, italiano, retoromanico.

    “…quale sarà la struttura del Paese nei prossimi tre anni?”
    La risposta a questa domanda è: centrale, centralista, peggio di quanto lo sia già ora.
    Motivo? Destra, sinistra centro, terzo pol(l)o ecc. pensano che il tramonto della Lega sia l’occasione giusta per ripristinare lo Stato risorgimentale e appiattire completamente le identità locali.
    Questa ideologia dell’allineamento ad un’identità italiana, creata a tavolino, piace ai postfascisti, ai postcomunisti e ai postdemocristi: sono i maghi dell’appiattimento. Solo i loro dogmi sono differenti nella forma.

    Essendo il popolo disinteressato a queste “piccolezze” (panem et circenses dà lo Stato al popolo bue), se ne accorgerà solamente quando non avrà più niente in tasca. Sarà troppo tardi per qualsiasi soluzione civile.
    FallitaGlia è una polveriera come la ex Jugoslavia, solo che i politici dell’unità si rifiutano di vedere la realtà delle cose e continuano a tassare, senza tagliare privilegi grandi e piccoli (almeno il 70% della spesa pubblica), a maiá föra le tasse riscosse asimmetricamente e ad abbattere i simboli delle identità locali, come i cartelli nelle lingue locali.

    Non è una novità: se FallitaGlia è l’unico Paese con targhe automobilistiche “anonime”, questo è puramente voluto, per amalgamare un popolo, che – in quanto “italiano” – non esiste.

  4. Giacomo says:

    Sempre ottima Chiara Battistoni. Diffondo.

  5. gabriella franceschetti says:

    ….pregi e difetti dellA Svizzera: quando un paese ha delle Banche che sono piene di soldi di dubbia proveneinza…cassaforti “a distanza” di soldi sporchi o sottratti al fisco o quant’altro… diciamo cosi’ per restaree in tema: non mi tornano piu’ i conti! . :

  6. ferdinando says:

    La Svizzera è avanti anni luce rispetto a noi. E’ per questo che la Svizzera per noi è come andare su Marte. Qui gli italioti preferiscono chiaccherare in continuazione, dalla spazzatura al nucleare ai termovalorizzatori. In Svizzera un referendum e via! O si o no! Ma gli ELVETICI sono seri è qui la differenza con noi. Vi pare poco?

  7. Per i politici italiani l’erba del vicino non è più verde della sua.
    Quante idee e prassi si potrebbero copiare dalla vicina Svizzera senza scomodare “tecnici” alla Monti.

    • fabio ghidotti says:

      impossibile. perchè ciò che succede in Svizzera è consentito dal consenso dal basso su cui è nato quel Paese.
      Inimmaginabile in un’entità come l’italia, nata da atti di violenza che ne hanno generati altri a catena (e che proseguono tuttora). Non ha senso ridurre tutto a problemi “tecnici”.

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