Svizzera, la patria che si può amare, a differenza di casa nostra

RASSEGNA STAMPAsvizzera

di GIANCARLO DILLENA – «La patria è dove si sta bene», recita un motto latino. Semplice, quasi banale. Ma, come ricordava Tolstoj, la grandi idee sono spesso semplici.
Se riferisco questa frase alla mia esperienza – non perché più significativa di altre, ma perché è quella che conosco meglio – devo riconoscere che l’assunto vale: amo questo Paese innanzitutto perché ci sto bene. Perché mi ha dato un’infanzia, una giovinezza e quel che è seguito nel segno della pace, della tranquillità, della sicurezza. Senza i travagli, i conflitti, il sangue che hanno conosciuto i nostri vicini. Il che, la storia insegna, è tutt’altro che scontato.

Ma amo questo Paese anche perché mi ha insegnato a vivere e condividere alcuni valori fondamentali: libertà, democrazia, convivenza nella diversità di lingue e di mentalità. E mi ha insegnato l’importanza non solo di conquistarli e difenderli, ma anche e soprattutto di praticarli quotidianamente, con costanza, pazienza e moderazione. Nella consapevolezza che si fondano certo sulla salvaguardia dei
miei diritti, ma altrettanto sul rispetto di quelli degli altri e sulla ricerca di un comune terreno d’intesa. Un esercizio quotidiano faticoso, a volte difficile, che richiede soprattutto pazienza e perseveranza. E che porta spesso a dover accettare dei compromessi. Parola sgradita a chi si accontenta degli stereotipi.

Non a chi è consapevole del suo significato originario, cioè «mettere insieme per uno scopo». E se lo scopo è il bene comune, nel rispetto delle differenze e delle prerogative di ciascuno, è uno scopo nobile.
Amo questo Paese perché ha saputo coltivare queste virtù. Frutto non certo di quella pretesa «superiorità» che altri, intorno a noi, hanno sovente rivendicato, con nefande conseguenze per tutti.

No, queste virtù sono essenzialmente il frutto della necessità. Piccolo, privo di petrolio, di una grande flotta, di un impero coloniale, questo Paese ha dovuto cercare altri modi per non farsi inghiottire e per dare pane, sicurezza e dignità ai propri cittadini. Non per questo è diventato perfetto, per carità. E non per questo è autorizzato a credersi migliore degli altri. In molte cose ha tanto da imparare da chi ha esperienze storiche, sociali, umane diverse dalle sue. Ma ciò non per dimenticare o peggio rigettare le sue, bensì per cercare, ancora una volta, di trarne il meglio. Per questo amo il mio Paese.

Lo amo anche quando le diversità linguistiche e soprattutto quelle fra mentalità diventano un ostacolo alla comprensione reciproca. Lo amo anche quando, come esponente di una minoranza, devo fare i conti con i «clichés» e i pregiudizi della maggioranza. Lo amo anche quando una scelta politica lo conduce nella direzione opposta a quella che vorrei. Perché so che, finché rimarrà fedele a sé stesso, mi darà comunque altre opportunità di esprimere e far valere il mio punto di vista.

Ci sono momenti in cui, lo ammetto, questo Paese lo amo un po’ meno. Quando si lascia prendere dalle opposte nevrosi. Quella della «cittadella assediata» che nutre l’illusione, vagamente medievale, di salvare sé stessa e i suoi valori fondanti semplicemente richiudendosi entro le proprie mura. Ma ancor di più quella, opposta, segnata dall’ossessiva autoflagellazione e dall’altrettanto ossessiva ansia di gettare a mare quello che siamo stati e quello che siamo, per correre affannosamente incontro non si sa bene a che cosa.

Vorrei che il mio Paese si liberasse da queste nevrosi. Che sapesse guardarsi dentro, senza illusioni e senza presunzioni, ma anche senza stupidi complessi, ritrovando e rinvigorendo ciò che ha fatto e ancora oggi può fare la sua forza. E che proprio per questo potesse guardarsi intorno senza paura, con disponibilità e capacità di tenere il passo con un mondo che cambia. Un Paese aperto, perché
saldamente e fieramente ancorato al meglio di sé stesso, della sua storia, dei suoi valori. Un Paese da consegnare alle nuove generazioni con la fiduciosa certezza di dare loro un luogo in cui «stare bene» insieme. Cioè una Patria.

(da Corrieredelticino.ch)

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