AUGURI DI CAPODANNO: IL PRESIDENTE SVIZZERO LI HA FATTI IN 3 MINUTI

di CHIARA M. BATTISTONI

Poco meno di tre minuti: stando ai commenti dei media elvetici, una delle allocuzioni più sintetiche degli ultimi anni. Tanto è bastato al nuovo Presidente della Confederazione, Ueli Maurer, per salutare i cittadini e augurare loro buon anno la sera del 31 dicembre; mentre a reti unificate nel nostro come in molti altri Paesi europei i rispettivi Presidenti o i Primi Ministri tracciavano bilanci e delineavano strade future, in Svizzera si andava dritti al cuore dei messaggi. La sintesi, peraltro, è un tratto tipico dei politici di quassù: nell’avvicendarsi annuale delle allocuzioni presidenziali, la brevità è una peculiarità che colpisce (la Confederazione ha ogni anno un nuovo Presidente, primus inter pares, scelto tra i sette Consiglieri in carica che costituiscono il Consiglio Federale, di fatto il Governo; dopo tre anni in cui la Svizzera è stata rappresentata da signore, nel 2013 sarà il signor Maurer il volto della Confederazione). Concisione che non va affatto a discapito di intensità ed efficacia e che ogni anno, in funzione delle differenti sensibilità del Presidente di turno, coglie elementi di specificità storica, attualizzandoli. Quest’anno, per esempio, il messaggio è stato registrato nel nuovo museo storico dei Patti Federali, a Svitto, inaugurato nel 2012, luogo concepito per raccontare la storia e dare concretezza ai principi chiave del federalismo più antico del mondo, l’unico a superare i settecento anni ancora in forma, capace – se fosse studiato e compreso come meriterebbe – di dare ancor oggi preziosi suggerimenti alla rissosa compagine di Stati europei, ben lontani da cogliere la portata “rivoluzionaria” del federalismo rossocrociato, incapaci di trasformare le proprie specificità in un concreto vantaggio competitivo rispetto al mondo intero, relegando così l’Europa al rango di continente vecchio e decadente. D’altro canto, quando a prevalere sono i centralismi burocratici, che si tratti di Roma, Berlino, Bruxelles o Strasburgo poco importa: il modello è obsoleto in partenza, destinato a replicare un approccio per Nazioni vacillante e gravemente ferito già al termine delle due grandi guerre mondiali, inadeguato per far germogliare idee nuove, paradigmi e pratiche innovative, perché dove “non c’è alternativa, nessuno scopo e nessun valore sono possibili” (da Ayn Rand – La virtù dell’egoismo – Liberilibri – pag 12)

Torniamo alla sintesi, però, per nulla casuale. Sintesi, concisione, brevità sono l’espressione di un approccio pragmatico alla politica, che è e resta al servizio del cittadino, libero e non suddito. Il patto, il patto federale prima e poi quello tra i propri cittadini, chi li rappresenta e chi li amministra sono la chiave di volta del Paese, i pilastri su cui da 721 anni la Svizzera costruisce la propria esistenza.

Nel patto c’è la parità delle parti che lo contraggono, insieme per scegliere di essere “uno per tutti, tutti per uno”, come ha ricordato il signor Maurer, richiamando il motto vergato nella cupola di Palazzo Federale a Berna, destinato a rammentare che la Svizzera è nazione costruita sulla volontà. Popoli diversi, ognuno con la propria specificità, scelgono di stare insieme per un obiettivo comune; il federalismo dà loro modo di essere rappresentati, di essere parte attiva nelle decisioni, superando il concetto stesso di minoranza e maggioranza.

Come osservo da anni, il federalismo rossocrociato è un cantiere sempre aperto, una fonte quasi inesauribile di riflessione; non è esportabile (come non lo sarebbe qualunque altra forma di federalismo), lo sono però alcune buone pratiche e molti principi, che opportunamente declinati farebbero un gran bene pure al nostro Paese. Basta sfogliare le prime pagine della Carta Costituzionale elvetica per rendersene conto; pensate, per esempio, che al capitolo 3, articolo 41, quello intitolato Obiettivi sociali (sicurezza personale, cure necessarie alla salute, famiglia protetta e promessa, ecc.), dopo aver spiegato che Confederazione e Cantoni si adoperano perché ognuno sia assicurato contro le conseguenze economiche di vecchiaia, invalidità, malattia, ecc, si sancisce che “Dagli obiettivi sociali non si possono desumere pretese volte a ottenere direttamente prestazioni dello Stato”. Stato leggero, sempre e comunque, per non trasformare i cittadini in sudditi o, peggio, in moderni schiavi tanto assuefatti all’abbraccio avvolgente dello Stato da non cogliere neppure più il peso delle proprie catene. Anche così si declina il motto che campeggia a Palazzo Federale.

Il richiamo alla responsabilità individuale è uno dei pilastri del federalismo, ripreso spesso nelle allocuzioni; quest’anno il signor Maurer, a proposito dell’eredità lasciata dal patto federale, ricorda che “La Comunità svizzera funziona soltanto se non smettiamo mai di domandarci che cosa possiamo fare per il nostro Paese. Ognuno secondo le sue possibilità e le sue forze. La Comunità svizzera alla lunga non potrà che disgregarsi se ci chiediamo soltanto che cosa può fare lo Stato per noi. Restare uniti e sostenersi a vicenda: è questa la base per la sicurezza e il benessere.”

Un monito quanto mai pertinente anche per noi, al collasso dopo mesi di tecnocrati, privati di una visione di lungo periodo, incapaci di immaginare con occhi nuovi il futuro, perciò impotenti di fronte a un’organizzazione statuale inadeguata ai tempi e alle situazioni, frutto di una cultura centralista e assistenzialista, che non sa e non può reagire con l’agilità richiesta dalla contingenza, proprio quell’agilità che il federalismo rossocrociato, nella sua semplicità e nella sua genialità, dimostra di saper ancora costruire. Davvero uno strano Paese, il nostro, che vive diviso e non capisce che nella valorizzazione delle specificità (territoriali, sociali e culturali) sta il segreto della sua rinascita.  Perché, vedete, il federalismo, quello vero, è straordinario; valorizza le diversità, promuove l’identità e la territorialità, in un virtuoso rapporto di concorrenza da cui emergono le “buone pratiche”. E’ un processo che parte dal basso, dal singolo cittadino, consapevole e responsabile, al quale è affidata la responsabilità di scegliere, sulla base di ciò che i propri eletti propongono.

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4 Comments

  1. fracatz says:

    ogni bobbolo ha i suoi degni caporioni
    d’altronde se ha parlato di più (io non lo so, lo dite voi) sarà perchè lo avranno pagato di più
    aggratis non si fa nulla

  2. Ma non lo sapete che i sudditi-beoti italici sono ignoranti e le prediche vanno spiegate bene e a lungo?
    Poi Napoletano essendo sudista non ha il dono della sintesi.

    Mi piace l’accostamento “insieme per scegliere di essere “uno per tutti, tutti per uno”, come ha ricordato il signor Maurer, richiamando il motto vergato nella cupola di Palazzo Federale a Berna, destinato a rammentare che la Svizzera è nazione costruita sulla volontà.”,
    con il nostro motto di patrioti
    Ti con nu nu con Ti

    “…non potrà che disgregarsi se ci chiediamo soltanto che cosa può fare lo Stato per noi.”
    ha copiato Bersani e Vendola!

  3. Luca says:

    Biografia di Maurer presa da wikipedia:

    “Maurer è cresciuto in una famiglia povera di contadini nelle campagne del canton Zurigo. Dopo aver studiato in un Istituto Tecnico Commerciale ha ottenuto un diploma. Negli anni fra il 1994 e il 2008 è stato presidente dell’Unione dei coltivatori di Zurigo (Schweizer Gemüsebauer), fino alla sua elezione al Consiglio federale.”

    Insomma, umili origini, poco fumo e tanta concretezza e voglia di lavorare.

    Guardiamo invece la biografia del nostro Giorgione:

    “Nasce a Napoli da Giovanni, avvocato liberale, poeta e saggista, originario di Gallo di Comiziano (Napoli), e da Carolina Bobbio, figlia di professionisti napoletani di origine piemontese […] Durante gli anni dell’università, fa parte del GUF, il gruppo universitario fascista, collaborando con il settimanale IX maggio dove tiene una rubrica di critica teatrale.[…] Nel 1944 entra in contatto con il gruppo di comunisti napoletani – come Mario Palermo – e italo-tunisini – come Maurizio Valenzi – che prepararono l’arrivo a Napoli di Palmiro Togliatti. Nel 1945 Napolitano aderisce al Partito Comunista Italiano, di cui è segretario federale a Napoli e Caserta. […] tra l’ottobre e il novembre, si consuma da parte dell’URSS la repressione dei moti ungheresi, che la dirigenza del PCI condannerà come controrivoluzionari (l’Unità arriva persino a definire gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”). Nel momento stesso degli eventi, egli stesso elogia l’intervento sovietico dichiarando: «L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo»”
    Dopodichè comincia ad occupare vari incarichi politici, fino a quello di senatore a vita e infine presidente.

    In poche parole, uno coi soldi che gioca a fare il comunista (mentre fino al giorno prima era fascista) e che nella vita, oltre a qualche comparsa a teatro, ha sempre vissuto di politica. Come dire, i politici rispecchiano molto bene il paese che rappresentano…

  4. Dan says:

    E adesso ascoltiamo il messaggio del presidente rex d’italia dux d tutt’gl altr, marchese del grillo, imperator d’albania et d’etiopia, padre della patria, grande lider, supremo signore e padrone d’ovunque posi lo sguardo, magister del ponzi ponzi e dominatore del popopò, cavaliere di gran croce (uncinata), sua altezza serenissima, massima gioia, vostra guida per volontà di dio, la madonna, gesù cristo, allah, buddha, stalin e bruxelles, re giorgio napolitano iii.

    (non hanno finito l’elenco delle onorificenze e siamo già a 8 minuti…)

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