Sui banchi di scuola col vestito provocante. E il prof non sa che fare

scuola_banchidi SERGIO BIANCHINI – A scuola vesti decorose ed adeguate. Ma a che cosa? Sul Corsera del 5 maggio, pagina milanese, c’è un articolo che tratta delle vesti “adeguate” alla scuola.

Ho sempre sentito la fragilità concettuale dei difensori severi della serietà della scuola. Allo stesso tempo rifiutavo il ruolo di estremo difensore di qualunque libertà individuale. Ma la sintesi, anche solo lessicale e logica delle due esigenze ha sempre fatto fatica a realizzarsi. Io comunque l’ho sempre cercata e non per un gusto intellettuale ma per una corretta gestione della problematica nel governo delle relazioni scolastiche.

E’ evidente che se un insegnante o un preside dichiara inadeguato o indecoroso un abito di un alunno la prima domanda che questo può porre è :-ma chi decide cosa è decoroso ed adeguato-?

Abolito a furor di “intelligentone” il concetto di normalità siamo stati obbligati ad enucleare quello di comune sentire. Lo ha fatto Bossi circa 25 anni fa. E’ una rivitalizzazione proprio del concetto di normalità posizionato però in modo dinamico sullo stato emozionale della comunità.

Che è poi il criterio principe, direi l’unico criterio per definire l’adeguatezza o meno di un abbigliamento in una certa situazione. Alla fin fine è inadeguato ciò che in quella situazione urta col COMUNE SENTIRE , genera SCANDALO, altera il clima generale attirando l’attenzione, se-ducendo l’attenzione -, distraendola dal clima di fondo necessario al gruppo ed ai singoli a svolgere l’attività tipica di quella situazione.

Se l’educatore dice ad un alunno(oggi più frequentemente ad una alunna) che la sua veste è inadeguata non basta. Se lo dichiara poi brutalmente offende e de-raglia. Se invece le/gli dice che così attira l’attenzione di tutti e turba la concentrazione sul lavoro scolastico, e se ciò è vero e non una fissazione particolare di un particolare docente, sicuramente l’accusata capisce e accetta. O come minimo tutta la classe accetta la reprimenda dell’insegnante e la asseconda isolando il trasgressore che di solito teme tremendamente l’isolamento.

Con questo criterio non è difficile operare e dialogare anche con la famiglia. Solo che anche qui bisogna rilevare la profonda frattura avvenuta e perdurante in italia proprio nella percezione della “normalità”. Basta pensare al nudismo sulle spiagge, alle impunite femen con i seni nudi e dipinti, alle pornostar  come Cicciolina portate in parlamento, alla fotografia famosa della Ripa di Meana in lotta contro le pellicce mostrando la sua ”pelliccia”.  Nei media quasi sempre ha prevalso e prevale ancora, nella nostra “pacifica” guerra civile permanente, il sostegno alle “provocazioni” al “liberismo” la lotta contro la meschinità e la grettezza dei vetero moralisti, la loro arretratezza e ottusità.

E così, passo dopo passo, si è generato quel tipo umano sempre eccitato e anticonformista, che arde e vive solo quando supera le soglie tradizionali, quando cattura l’attenzione ambientale. Il bravo giovane, la brava persona sono concetti aboliti. Ma il mondo e il nostro paese in particolare ha estremo bisogno di BRAVI giovani e BRAVE persone senza le quali niente funziona più e che vanno ridefiniti dinamicamente e valorizzati con linguaggi nuovi.

Quindi il docente che sarebbe contento di avere una classe ben funzionante, attenta e concentrata sull’apprendimento e su armoniose relazioni sia orizzontali che verticali si deve chiedere anche quale impatto abbia il proprio vestire e atteggiarsi quando entra in una classe.

Se poi si chiedesse quale impatto hanno anche i suoi imput letterari e culturali ad alto livello sarebbe il massimo. Ad esempio “l’allievo modello” di Roth fu per anni uno dei testi più letti in terza media assieme al Mazzarò di Verga. L’alunno diligente e il lavoratore indefesso erano nel mirino. E quindi si sono nascosti e non si possono invocare apertamente. La curvatura etica prevalente ancora oggi del nostro paese e della nostra cultura è proprio in lotta contro il crescente e diffusissimo ormai desiderio di stabilità e di armonia.

Nella scuola di stato io ho visto di tutto proprio tra i docenti. Nello stesso istituto entravo in classi dove l’insegnante faceva alzare tutti gli alunni col sonoro richiamo -”il preside”- ad altre dove la docente, seduta sulla cattedra, mi guardava con l’occhio indagatore. Una volta, in un corso 150 ore, guardando dal grosso vetro della porta vidi una insegnante posta davanti alla classe con un piede sulla seggiola e la gamba alzata proprio difronte agli allievi che la fissavano attoniti. Non osai intervenire, l’insegnante tra l’altro era la moglie di un famoso uomo politico. Dopo pochi giorni venne da me dicendo che non ce la faceva più e che gli allievi non la rispettavano. Mi raccontò anche che era terrorizzata dal pensiero che dopo pochi giorni il figlio sarebbe uscito dalla comunità e ritornato a casa.

Per fortuna, seppure in fondo e in modo contraddittorio, il comune sentire opera fortemente e silenziosamente. Va però cercato, protetto e sostenuto pur nella sua costante evoluzione. Io lo facevo nell’interazione costante e amichevole, non settaria, col comitato genitori e col comitato alunni che istituivo e gestivo personalmente sempre nella scuola media dove i due organismi non sono obbligatori.  Ma a mio parere utilissimi proprio per liberare, sostenere, declinare il comune sentire. Concetto col quale ancora troppi intelligentoni pseudodemocratici non solo non si trovano ma che temono fortissimamente.

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2 Comments

  1. bianchini says:

    Non ho capito il pensiero di Rostk. Qualcuno ha capito? Stefania? saluti Bianchini

  2. Rostk says:

    Questi sproloqui continui sulla scuola hanno veramente stufato. Non avrei mai voluto un insegnante così e non lo vorrei assolutamente per i miei figli. Chi è dipendente del ministero dell’istruzione non può fare discorsi del genere anti italiani e assolutamente anacronistici (medievali). Sento anche forte puzza di indottrinamento dalla cattedra e politicizzazione… ma è una mia sensazione e spero vivamente di sbagliarmi.

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