Sudan: un anno di indipendenza tra guerra e diplomazia

di STEFANO MAGNI

A vederli in fotografia, in occasione del loro incontro di oggi, non potrebbero apparire più diversi. Omar Bashir, presidente del Sudan del Nord, con la sua pelle olivastra, il turbante e l’abito da religioso islamico, i baffetti da dittatore nazionalista arabo (in altre foto ufficiali, in effetti, si è soliti vederlo nella divisa kaki ereditata dall’impero britannico e tipica di molti altri leader arabi), è il riflesso di una storia che lo accomuna ai Paesi mediorientali più che al continente a cui appartiene geograficamente il suo Paese. Salva Kiir, con la sua pelle nerissima, l’abito di foggia occidentale, il cappello a tesa larga tenuto in testa anche in un interno, sembra più un possidente agrario, o un esponente di quell’improvvisata borghesia africana, formatasi nelle missioni cristiane e cresciuta a contatto con le imprese occidentali nel continente nero. Tutta un’altra storia, tutto un altro mondo.

La prima apparenza non inganna. Questi due uomini sono esponenti di due Sudan completamente distinti e distanti fra loro. Il regime di Khartoum domina un Nord islamico, totalitario, modellato secondo la cultura fondamentalista sunnita dell’Arabia Saudita ed ora alle prese con una sua “primavera” del dissenso, come tanti altri Paesi arabi. Il governo di Juba si è posto da un anno alla testa di un Sud africano sub-sahariano, formalmente democratico, abitato da una maggioranza cristiana e animista, ha rapporti con i Paesi dei Grandi Laghi (Uganda, Kenya e Congo) e inizia ad avere un serio problema di sottosviluppo, con una popolazione che mostra i primi segni di malnutrizione di massa. Queste due realtà, agli antipodi, sono state costrette a coesistere fino al luglio dell’anno scorso. Il Nord dominava il Sud. Ed era un massacro quotidiano.

Ora il Nord e il Sud si combattono ancora, anche se incontri come quello di ieri fanno sperare in una qualche forma di soluzione diplomatica. Omar Bashir e Salva Kiir si sono stretti la mano e si sono parlati a margine del vertice dell’Unione Africana, ad Addis Abeba (Etiopia), per cercare di trovare un accordo sulle numerose controversie che li dividono. Entrambe le parti rivendicano il possesso di aree di confine ricche di petrolio: Abyei, Heglig e la regione del Kordofan meridionale. Entrambe le parti ritengono che la demarcazione del confine metta a rischio l’incolumità della propria popolazione rimasta dall’altra parte: mezzo milione di sud-sudanesi sono in pericolo di vita, perché sono a Nord del confine, così come 80mila nord-sudanesi sono rimasti nel Sud, tagliati fuori dal loro Paese. Da aprile in poi, il regime di Khartoum ha condotto una serie di azioni militari nel Kordofan meridionale e nelle altre aree di confine, compresi bombardamenti aerei contro le città del Sud Sudan. Il Sud, invece, è accusato di armare e sostenere con il suo esercito i ribelli delle montagne Nuba, nel territorio di Khartoum. Il Sud, che deve far passare i suoi oleodotti nel territorio del vicino, accusa Khartoum di esigere un prezzo troppo alto. Per ripicca, Juba, ha chiuso il rubinetto dei suoi giacimenti. Ma così facendo ha perso la sua maggiore (pressoché unica) fonte di redditi. E la sua popolazione inizia a patire la fame.

L’Onu, che ha fissato una data-limite al 2 agosto per la soluzione di queste controversie, non è stata in grado di proporre un accordo valido. L’Unione Africana, la cui mediazione continua, ha proposto di dividere le due parti con una striscia di territorio demilitarizzato. Come quello che esiste fra la Corea del Nord e la Corea del Sud. Finora questa pare essere la soluzione più accettabile per entrambi i vertici di Khartoum e Juba.

Insomma, a un anno dall’indipendenza del Sudan del Sud, sembrerebbe che vi sia ben poco da festeggiare. Eppure… Eppure è persino difficile comprendere quanto la divisione fra i due Paesi abbia contribuito a salvare vite. Ora può sempre scoppiare una guerra. Ma il Sud avrebbe dei confini riconosciuti internazionalmente, una possibilità di stringere alleanze e far valere le sue ragioni nel mondo, un esercito regolare in grado di opporre resistenza. Quando il Sud era semplicemente una provincia del regime di Khartoum, non solo era soggetto alla sua legge islamica, ma era vittima di continue violenze. Secondo la legge “coranica” applicata da Omar Bashir, tutti i cittadini del Sud, essendo cristiani o animisti, dunque “infedeli”, erano privi di diritti, compreso il diritto alla vita. Le milizie islamiche che razziavano le regioni meridionali, avevano, in compenso, il “diritto” al saccheggio, alla cattura di schiavi (rivendibili in altri Paesi islamici), allo stupro e all’uccisione indiscriminata di civili. Il Sud Sudan, prima del lungo negoziato che ha portato finalmente alla sua indipendenza, ha subito da 1 milione e mezzo a 2 milioni di morti (a seconda delle stime), circa 40mila suoi cittadini sono stati ridotti in schiavitù, 4 milioni hanno dovuto abbandonare le loro case.

Nei prossimi mesi, o settimane, il Sud Sudan rischia una nuova guerra. Ma, a questo punto, è meglio una guerra fra due Stati indipendenti di un genocidio sotto un unico regime totalitario.

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2 Comments

  1. autores says:

    In Sudan la comunicazione in Internet no c’e’,tutto bloccato. Una vera vergogna.

  2. oppio 49 says:

    io mi chiedo cosa aspetti l’onu a condannare (quasi) tutti i regimi islamici per palese violazione dei diritti umani. basta vedere quel mentecatto del presidente afgano che ha avvallato una legge, naturalmente dettata dai soliti mullha o come cazzo si chiamano i predicatori islamici, in cui si permette al marito di picchiare la moglie.. e noi spendiamo soldi per mandare là militari a “proteggere e democratizzare” questi bifolchi? io ne farei una sola di spesa per l’afganistan ma non sarebbe elencabile tra le spese umanitarie… o forse si?

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