Sud arretrato anche prima dell’Unità

di ROMANO BRACALINI

Un lettore di origini calabresi, Franco Scarola, residente in Brasile, scrive a Mario Cervi del Giornale che i suoi genitori furono costretti a lasciare la loro terra che, essendo “nelle mani degli antichi i baroni”, dava poche speranze di vita. Terre, scrive ancora il lettore, in cui vigeva il feudalesimo, i contadini non contavano nulla ed erano costretti all’emigrazione, mentre l’Europa era avviata verso la modernità. La lettera si chiude con la domanda: perché mai personaggi come Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Cavour e Mazzini, i cui nomi si trovano nelle principali piazze e vie d’Italia, sono onorati dal popolo che da loro è stato sfruttato e massacrato? Finalmente un lettore meridionale che non ci rifila la solita solfa di un Sud prospero e ricco prima che venissero i “piemontesi” a depredarlo. Non può essere né evoluto né ricco un paese rimasto feudale fino al 1860 e dove l’economia era basata sul latifondo. Del resto una monarchia vincente come quella sabauda non poteva non glorificare nelle piazze gli uomini che si erano battuti per la causa italiana. Perfino Mazzini, condannato due volte a morte in contumacia dai Savoia, entrò nel Pantheon degli eroi.

Fu così che si costruì la mitologia risorgimentale, alla quale, si badi, contribuirono anche parecchi “patrioti” e scrittori meridionali, da Crispi a Settembrini. Avessero vinto i Borbone avremmo assistito al fenomeno opposto: con la beatificazione di re Nasone, Franceschiello, don Liborio, Dio ci scampi. Così va la storia. Ma una osservazione si impone. Se i meridionali sono convinti di essere stati sfruttati e massacrati dai Savoia, come si spiega che nel referendum del 1946 fu la maggioranza degli elettori meridionali a votare per Stella e Corona? Si disse, e ci credo, che la monarchia sabauda, dopo la conquista, avesse distribuito al Sud regalie, sussidi, pensioni (come faceva Lauro distribuendo scarpe e pasta), e il voto per Casa Savoia era stato il ringraziamento per i benefici ricevuti. In fondo anche il risultato del 2 giugno 1946 era un sintomo dell’arretratezza culturale e civile del meridione che con quel voto clientelare manifestava la propria vocazione subalterna e coloniale.

In 150 anni di storia unitaria le parti si sono invertite: è stato il Sud a sfruttare il resto del Paese dando alla società italiana solo burocrati e questurini. Ed è il lettore, che non può certo essere accusato di partigianeria nordista, a sgombrare il campo dagli inganni e dalle menzogne diffuse ad arte della propaganda neoborbonica. Ma un’altra domanda si impone. La struttura feudale della società meridionale, la miseria dei contadini, l’analfabetismo diffuso, furono una creazione “piemontese” o non furono piuttosto plaghe che caratterizzavano il Sud della penisola ancora prima dell’unità? Credo che la risposta giusta sia la seconda. Del resto fino al ’60 il meridione era privo di strade; e le ferrovie, tutte intorno a Napoli, non superavano i 90 chilometri di estensione. Non c’erano industrie perché non c’erano strade per trasportare le merci. La prima ferrovia, la Napoli-Portici, del 1839, vantata come la prima d’Italia, era stata costruita da imprese straniere: il materiale rotabile era francese, la locomotiva era inglese, tutto il resto era napoletano.

Il disordine delle città meridionali è tuttora un segno di scarsa educazione civica. Una società ricca e prospera si basa su ben altre regole. Napoli già allora era invasa da mucchi di spazzatura, e ogni tanto scoppiava il colera. La città, per dirla con Raffaele De Cesare, scrittore meridionale, ”era un letamaio”. Napoli era una “grottesca città parassita”, i cui abitanti erano in gran parte dipendenti della casa reale, preti, domestici, mendicanti. Le poche cifre disponibili riguardanti la popolazione napoletana nel 1845 danno 284 impiegati nelle banche e 298 nell’industria, contro 92 professori di legge, 3.900 cocchieri, 8.610 ecclesiastici e 10.048 servitori. Milano, nello stesso periodo, presentava un quadro ben diverso.

L’abisso tra sudditi e signori era reso più drammatico dal fatto che tutte le dinastie che si succedettero al Sud erano straniere. Dal 1504 al 1860, l’Italia meridionale passò dal dominio spagnolo a quello dei Borboni i quali, con un sistema d’arbitrio e di corruzione, diffusero la convinzione che si potessero conseguire incarichi e onori solo con la furbizia, l’inganno e la piaggeria. Le elezioni al Sud sono ancora oggi la prova che poco o nulla è cambiato. Nel dibattito sulle nuove province meridionali, che si era svolto dal 2 al 6 aprile 1861, Giuseppe Massari, barese, vissuto a Napoli e poi riparato a Torino,  disse che “il meridione era una piaga che faceva sangue e per guarirla occorreva un ferro rovente per cauterizzare la ferita aperta”. Nessuno dei presenti ritenne la metafora eccessiva. Anzi, Luigi Carlo Farini disse di temere che la cancrena avrebbe contagiato l’Italia intera. Bettino Ricasoli, successore di Cavour, uomo rigoroso e di specchiata onestà – aveva rinunciato allo stipendio di Primo ministro -, non era particolarmente ottimista, ma fece capire che le “piaghe” del meridione sarebbero state guarite col tempo, con le azioni di governo e l’efficacia delle leggi. Dopo un secolo e mezzo il vaticinio di Ricasoli deve ancora compiersi.

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20 Comments

  1. Gherardo says:

    BASTA LA COPIOSA DOCUMENTAZIONE DESUNTA DA AUTORI MERIDIONALI (SETTEMBRIBI,COLLETTA,FORTUNATO) DELL’INECCEPIBILE LUCA PER SMONTARE LE PURE E RITUALI INVENZIONI DELL’AMARO LUCANO, IL QUALE DOVREBBE LEGGERE LE SPAVENTOSE CRONACHE DELLA NAPOLI DEL COLERA.MA NAPOLI ERA NOTA ANCHE PER ALTRE PROPENSIONI CHE SI TRAMANDANO, TANTO CHE GLI AGLI ALLEATI NEL 1944 POCO FUORI LA CITTA’ AVEVANO AFFISSO IL CARTELLO A GUISA DI AVVERTIMENTO “NAPOLI CITTA’ DI LADRI”.

  2. lucano says:

    Vedo che la follia permane.

    1. il numero degli esuli napoletani a Torino.

    50.000? C’erano 50.000 intellettuali napoletani esuli a Torino? E’ una cifra del tutto assurda… a riguardo bisogna distinguere tra profughi… provenienti dal resto dell’italia dopo il flop delle guerre di indipendenza ed esuli provenienti dal regno delle due Sicilie che erano poche centinaia.

    Volendo sorvolare sul resto – è evidente che volevo scrivere 150 e non 1500 (è solo un refuso) e che il colera, come la pellagra sia da ascriversi alle condizioni di povertà che caratterizzavano anch il nord, tant’è che soprattutto da li si emigrava – veniamo al dunque: L’Unità è stata fatta dai piemontesi perchè ai piemontesi venne chiesto di farla… tant’è che al …. Il sud votò per l’annessione con un referendum . I piemontesi no…

    quel referendum, fu notoriamente falsato…

    L’irregolarità e l’anormalità di questo voto è testimoniato da numerosi studi come ad esempio quello di T. Pedio (Vita politica in Italia meridionale, 1860-1870) che afferma: «Basta che si manifesti il desiderio di votare per il mantenimento dei Borbone, perché si venga arrestati e rinviati a giudizio per rispondere di attentato a distruggere la forma di Governo; basta un semplice sospetto, perché si proceda al fermo preventivo che impedisce a numerosi cittadini di partecipare alle operazioni di voto». Un alto ufficiale piemontese, testimone oculare, ebbe a dichiarare: «In Caserta, lo Stato maggiore della mia Divisione, composto di cinquantuno ufficiali non tutti presenti al momento del plebiscito, si trovò ad avere centosessantasette voti. Nel resto del Regno si fece il plebiscito al pari di quello di Napoli».

    La formula del plebiscito, sulla quale i votanti dovevano esprimere le proprie volontà, era la seguente: «Il Popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti. Il voto sarà espresso per “SI” o per NO”, col mezzo di bollettino stampato» (Archivio di stato di Foggia).
    «Giorni prima che si facesse il plebiscito furono affissi, alle mura delle città principali, dei grandi cartelli, in cui si dichiarava nemico della Patria chi si fosse astenuto o avesse dato il voto contrario all’annessione». (C. Alianiello, La conquista del Sud)
    Il «plebiscito-burletta» a Napoli avvenne in un clima intimidatorio, «sparpagliati per tutta la città, garibaldini e camorristi cercavano di convincere in tutte le maniere e con i modi più sbrigativi come si doveva votare, cercando di sforzare la volontà altrui. In ogni seggio di votazione vi erano due urne palesi, quella del No era coperta dai nazionali e camorristi». (N. C. D’Amelio, Quel lontano 1860).
    «Tra un’esibizione di bandiere tricolori con stemma sabaudo e l’occhiuta vigilanza di addetti, guardie, e curiosi accalcati in entrata, ogni segretezza del voto – come si può capire – era pura illusione». (G. Campolieti, Re Franceschiello). Quei pochi che ebbero il coraggio di votare contro subirono minacce fisiche e violenze, fatti che fecero persino dire all’inglese Mundy: «Un plebiscito a suffragio universale svolto in tali condizioni non può essere ritenuto veridica manifestazione dei sentimenti del paese». Sulla stessa linea furono le affermazioni di Lucien Murat: «Le urne stavano tra la corruzione e la violenza. Non più attendibili apparvero gli scrutini. Specialmente i garibaldini si erano diverti ad andare a votare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo ai galantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modo la loro importanza». Insomma, «si fece ricorso a ogni trucco, nel voto e negli scrutini, per ottenere il risultato plebiscitario desiderato». (P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone l’ultimo re di Napoli).

    e così avvenne per il referendum per l’annessione del veneto nel 66

    Quando nel 1864 i piemontesi si ribellarono contro lo spostamento della capitale da Torino a Firenze vennero fucilati in piazza dalle forze dell’ordine.
    Il capo della polizia era il napoletano SIlvio Spaventa…e allora??? l’ordine al capo della Polizia chi lo ha dato? il capo del governo era piemontese e il ministro della Polizia era piemontese e l’ordine di spostare la capitale non venne certo da napoli

    I MERIDIONALI IMPLORARONO I PIEMONTESI DI VENIRLI A LIBERARE DAI BORBONE E DI FARE L’ITALIA:

    nessuno – tranne quattro pagliette scappate a Torino – ha implorato nessuno.

    il popolo non sapeva nemmeno cosa fosse l’italia, non vi era stata mai nessuna rivolta unitaria nessun pensiero unitario,

  3. lucano says:

    Volendo fare lo “storico” da citazioni sul web:

    1. Dell’educazione degli idioti (da pellagra)

    https://books.google.it/books?id=Rsayj3UtgDQC&pg=PA365&lpg=PA365&dq=pellagra+idioti&source=bl&ots=2QmQvpes6Z&sig=FbTJQpxaJOt-n2Y5JGq5J_bP5XM&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwiB2e-04uDeAhUqpIsKHWwnCH0Q6AEwA3oECAkQAQ#v=onepage&q=pellagra%20idioti&f=false

    2. L’ottocento fu per la Valle Brembana un secolo di gravi carestie e di terribili epidemie che, oltre ad un alto tasso di mortalità, portò ad un’ondata migratoria senza eguali.
    Numerosi furono inizialmente i casi di tifo petecchiale, ai quali si aggiunsero ben presto malattie infettive come il colera, il vaiolo, il morbillo, la varicella, la scarlattina e la difterite, detta anche mal del grop. Vi era poi il gozzo, particolare ingrossamento della ghiandola tiroidea, a cui spesso si associava l’idiozia e il cretinismo.
    Queste malattie, a parte il gozzo che era tipico dell’alta montagna, colpivano tuttavia anche le città e le aree di pianura, così come quella che si rivelò poi una vera e propria piaga e che fu oggetto di studi a livello internazionale: la pellagra.

    http://www.marieni-saredo.it/5.2%20pellagra.htm

    3. atti di inchiesta agraria X circoscrizione

    https://books.google.it/books?id=-KFHAAAAYAAJ&pg=PA375&lpg=PA375&dq=pellagra+CRETINISMO&source=bl&ots=1hnUl7qJs6&sig=RyFtT3GqOb5a8bGRzLVFcOHessw&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwi20czK4-DeAhWLxIsKHWJ9DX84ChDoATAAegQIBxAB#v=onepage&q=pellagra%20CRETINISMO&f=false

    4. saggio di ricerca sulla pellagra

    https://books.google.it/books?id=-KFHAAAAYAAJ&pg=PA375&lpg=PA375&dq=pellagra+CRETINISMO&source=bl&ots=1hnUl7qJs6&sig=RyFtT3GqOb5a8bGRzLVFcOHessw&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwi20czK4-DeAhWLxIsKHWJ9DX84ChDoATAAegQIBxAB#v=onepage&q=pellagra%20CRETINISMO&f=false

  4. Lucano says:

    Luca ma cosa vorresti dimostrare? Che il risorgimento lo hanno fatto i meridionali?
    1. A Torino vi erano un centinaio di profughi dei sud e sono quelli che hai citato. Ce n’erano altri. Ciò non toglie che la stragrande maggioranza dei meridionali volesse l’unità d’Italia. Anzi, molti ignoravano finanche il significato della parola Italia e credevano fosse la sorella di Garibaldi.
    2. Il mezzogiorno era arretrato. In generale nessuna zona d’Italia era avanzata, tant’è che fino all’inizio del 1900 le regioni dalle quali si emigrava di più erano la Lombardia e il veneto.
    3. Riportare stralci di libri pubblicati 1500 anni fa estrapolando dal contesto è espressione di idiozia.

    3.per esempio https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/alimentazione/la-pellagra-colpa-della-poverta-non-della-polenta

    Si legge:

    La pellagra’ stata lo sfacelo delle campagne della Pianura Padana. La si credette per secoli causata da un’ infezione del mais, solo nell’800 si sciolse l’enigma

    I malati di pellagra si riconoscevano per le famigerate «3 D»: dermatite – non di rado era scambiata per lebbra – , diarrea e demenza. Se non curata, portava alla morte e per decenni i manicomi del nord si riempirono di «matti» con i sintomi neurologici della malattia.

    Potrei dire allora che al nord erano tutti dementi?

    Forse tu…

    • luca says:

      Non hai letto quello che ho scritto. Forse tu…
      .
      1) A Torino arrivarono migliaia, non centinaia di profughi .Giorgio Pallavicino parla di 50’000 fuoriusciti.
      Torino all’epoca aveva solo 170’000 abitanti.
      Il sud votò per l’annessione con un referendum . I piemontesi NO.
      Il sud votò dopo la 2° guerra mondiale a favore della monarchia dei Savoia . I piemontesi NO
      Quando nel 1864 i piemontesi si ribellarono contro lo spostamento della capitale da Torino a Firenze vennero fucilati in piazza dalle forze dell’ordine.
      Il capo della polizia era il napoletano SIlvio Spaventa.https://www.gioventurapiemonteisa.net/gioventura-piemonteisa-critica-il-conferimento-del-sigillo-della-regione-piemonte-ai-carabinieri/
      -https://www.youtube.com/watch?v=hqT7ON00AbM (dal min. 47:00)
      .
      2) Mica vero che tutte le zone d’Italia erano arretrate.
      Il viaggiatore inglese Samuel Sharp nel 1765 va a Napoli e scrive cose terribili :
      https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/50/mode/2up/search/lazzaroni
      Poi viene a Torino nel 1766 e definisce il governo del Piemonte quello meno corrotto d’Italia e forse d’Europa:
      https://archive.org/stream/lettersfromitaly00shariala#page/264/mode/2up/search/turin
      Dice anche che tale è l’esatto ordine che regna a Torino che sembra che “se un mattone cada, subito venga sostituito da uno nuovo “, e addirittura che “c’è un’economia qui praticata che un inglese non ha l’idea di che cosa sia “:
      https://archive.org/stream/lettersfromitaly00shariala#page/280/mode/2up.
      Alessandro Barbero dice che l’Inghilterra di quegli anni era il posto più civile del mondo.
      Poi se avessi letto ciò che ho riportato , avresti notato che gli stessi cittadini del Sud come il Settembrini od il Massari raccontarono dell’enorme differenza che c’era tra nord e sud.
      Lo stesso fecero altri italiani e stranieri le cui dichiarazioni ho riportato .
      .
      3) Non ho riportato nessuno stralcio di 1500 anni fa ,nè estrapolandolo dal contesto.
      I testi riportati sono soprattutto del 19° secolo o al massimo della metà del 18°.
      Vi sono solo un paio di racconti più antichi ,quelli del napoletano Giordano Bruno e del toscano Francesco Petrarca che, anche contestualizzandoli meglio,credo difficile che si possa riuscire a cambiare il senso di quelle frasi.
      Le ritengo importanti perchè ,non solo mi raccontano ancor di più che i “problemi” del sud non siano iniziati con i piemontesi,ma che addirittura,come raccontava Fortunato,siano molto più antichi.
      Si capisce dunque il motivo per cui ,nonostante le enormi spese che il nord paghi ogni anno al sud,il meridione d’Italia non riesca ancora ad essere normale come gli altri territori d’Europa.
      .
      4) La pellagra fu una malattia causata da una dieta carente di Vitamina B3 dovuta ad una dieta vegana.
      La gente non mangiava carne e si nutriva soprattutto di polenta; forse solo per ignoranza o per difficoltà ad allevare bestiame .
      Diverso era il discorso con il colera che c’era soprattutto a Napoli, che invece era causato dal fatto che la gente defecava in strada .
      Sotto ci sono i racconti del napoletano Colletta ( soddisfacendo agli usi della persona senza i ritegni della vergogna)
      e di Bartolomeo Nardini (Non è tanto il fatto che a Napoli si mangi, si beva, si cucini, si dorma, si conducano le vacche, si dia da mangiare ai vitelli, si lascino branchi di fetidi maiali correre per ogni dove, ci si dedichi ad ogni sorta di loschi mestieri,
      si scrivano lettere e suppliche, ci si spidocchi e via di sèguito su pubblica via, ma quanto il soddisfare tutti i proprii bisogni corporali; è questa lurida costumanza che fa di tal enorme città una immensa cloaca e riesce insopportabile alla vista e all’odorato di uno straniero.
      Come viene giustificata quest’usanza disgustosa?)
      Samuel Sharp racconta che 2 anni prima del suo arrivo a Napoli c’era stata una terribile epidemia di colera unita alla carestia.
      Quando il re di Napoli cercò di aiutare la povera gente che moriva di fame comprando a spese sue il pane, si videro i lazzaroni rubare quel pane ed andarlo a vendere per fare soldi:
      “Circa due anni fa s’ ebbe nel Regno una grande carestia di pane, e produsse conseguenze fatali.Se ne scrisse spesso nei giornali di Londra ma non credo che se ne siano saputi tutti gli orrori.
      Cominciò nel dicembre del 1763 e fu seguita da una terribile epidemia ; si calcola che la carestia e
      l’ epidemia insieme fecero morire dalle trenta alle quarantamila persone.
      Rimasero alcuni paeselli completamente spopolati e non vi restarono se non due o tre superstiti, scampati alla violenza dell’ uno o dell’ altro flagello.
      Si dice che solo a ^Napoli sian perite oltre venticinquemila persone.
      Dalle descrizioni che ne ho udito o che ho letto mi pare straordinario che il male sia cessato così repentinamente, come accadde, poiché in certi casi esso somigliava molto alla peste; anche i più robusti morivano in due o tre giorni.
      Ed erano, si noti, i bubboni e i foruncoli tra’ sintomi più frequenti.
      La miseria della povera gente era così grande ch’ ella s’ accontentava perfìn di cibarsi del cibo dei cani, e queste stesse bestie offrivano un orrendo spettacolo,poiché le si vedeva addentare i corpi di coloro che cascavan morti nella strada, subito dopo che fossero esanimi.
      Un pane di quattro soldi non solo si vendeva a ventotto, ma neppure a quel prezzo (che per un povero equivaleva quasi una lira sterlina)lo si poteva comprare.
      Spesso, se si invitavano degli amici a pranzo, costoro stessi si provvedevano di pane.
      Vi fu in verità il caritatevole tentativo di distribuire del pane, a prezzo bassissimo,
      ai poveri: vi furono difatti alcuni fornai che a una certa ora offrivano ai poveri del pane, per ordine di Sua Maestà ed a spese sue; ma quella buona intenzione a poco o nulla valse; soltanto quelli, nella folla, eh’ erano più robusti pervenivano,minacciando con bastoni o con altre armi,
      fino alla porta del casotto di distribuzione.
      S’ impadronivano allora di tutto il pane al quale il Re aveva assegnato un prezzo assai modico e lo vendevano poi subito, con loro immenso profìtto, in città.
      Fra tanto i vecchi, i malati, i decrepiti per cui quella carità era stata progettata, simili a coloro
      che s’ affollavano alla piscina di Betseda, non potevano partecipare a tanta grazia di Dio.
      E questo è strano che, cioè, mentre i poveri gemevano sotto il flagello, la peggiore razza di canaglia del mondo, voglio dire i galeotti a bordo delle navi e i prigionieri nelle varie carceri
      di Napoli, erano serviti sempre della loro solita razione regolamentare e godevano la più florida salute!”https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/64/mode/2up/search/lazzaroni
      ————————————-
      Quello che voglio fare è dimostrare ai piemontesi, facendo vedere i testi dell’epoca,
      che:
      .
      1) è solo una lazzaronata quella di raccontare,come hanno fatto diversi autori meridionali, che se il sud è così, è colpa loro , e dunque se ne devono stare solo zitti di fronte al saccheggio che subiscono . Oggi il Piemonte è costretto a pagare ogni anno 13 miliardi di tasse in più (al netto delle spese per interessi sui titoli) rispetto alla spesa che riceve dallo Stato
      http://appsdps.dps.gov.it/CPTeXplorer/index.html#story=0 ( tabella dati in altro a destra) .
      Inoltre , nonostante nei test Pisa ed Invalsi il Piemonte si dimostri sempre migliore rispetto alle regioni meridionali, nei concorsi pubblici per ottenere le paghe ultra remunerate da Prefetto, Questore, Comandante Carabinieri , Finanza ed altre, pare vincano soprattutto i cittadini romani e meridionali ….
      I risultati si sono visti in piazza S. Carlo alla finale di Champions ,dove per colpa della sicurezza scadende , ci sono stati 600 feriti, una ragazza uccisa, una rimasta tetraplegica per tutta la vita.
      .
      2) L’Unità è stata fatta dai piemontesi perchè ai piemontesi venne chiesto di farla :
      – Il lombardo Cesare Correnti –
      I dieci giorni dell’insurrezione di Brescia :
      « A confermarli nel qual proposito si aggiunsero verso il mezzo novembre i conforti de’ fuorusciti Lombardi , che in gran numero raccoltisi allora in Piemonte, assediavano Re Carlo Alberto e il Parlamento e l’esercito perchè non venissero meno ai patti giurati della unione e commuovevano l’opinione pubblica, mirabilmente spalleggiali da quanti erano in quelle province amatori del viver libero e teneri dell’onor nazionale.
      E tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d’un popolo intero di profughi, che protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, che in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a’ proprii destini.» [Quali destini? quelli di indebitarsi e morire per liberarli, e poi venire accusato di tutto? ndr]
      https://archive.org/stream/bub_gb_tdDG0b6hWF4C#page/n9/mode/2up/search/destini
      – Il lombardo ANTONIO CASATI:
      « Si; la Lombardia che geme crede ìn quel principio, che unanime acclamava nei giorni della speranza; tien fiso lo sguardo in questa bandiera italiana che sventola nelle città subalpine; confida in questa stirpe di principi [Savoia ndr] che è ferma nei suoi giuramenti; spera in questa libera terra [il Piemonte ndr.], ove è nerbo di forze italiane, politica onestà, amore di libertà ordinata e fede nell’avvenire d’Italia.» Torino, il 15 febbraio 1853 https://archive.org/stream/milanoeiprincip00casagoog#page/n14/mode/2up
      .
      3) I piemontesi non poterono esprimersi sull’unità e pare fossero fortemente contrari .
      Vedi sotto Manin- Pallavicino.
      Aggiungo questo , del veneto Manin a Torino:
      “Cavour è una grande capacità, ed ha una fama europea. Sarebbe grave perdita non averlo alleato , sarebbe gravissimo pericolo averlo nemico. Credo bisogni spingerlo , e non rovesciarlo.
      Conviene lavorare incessantemente a formare l’opinione.
      Quando l’ opinione sarà formata ed imperiosa , sono persuaso che ne farà la norma della sua condotta. Evitiamo sopratutto qualunque atto che possa dare il menomo sospetto che si faccia una guerra di portafogli.
      Guai a noi se dessimo appiglio ad una simile accusa! La nostra influenza sarebbe perduta per sempre. Se in seguito la pubblica opinione domanderà imperiosamente l’impresa italiana, e Cavour vi si rifiuterà, allora vedremo.
      Ma io credo Cavour troppo intelligente e troppo ambizioso per rifiutarsi all’ impresa italiana quando la pubblica opinione la domandasse imperiosamente. Sono convinto che la sottoscrizione al proposto simbolo di fede politica non riuscirebbe , almeno per ora.
      Le ragioni di questa mia convinzione sono molte , e sarebbe lungo e faticoso esporle partitamente. Lo farò quando la mia testa sarà un po’ meno ammalata.
      Oggi mi limiterò a dirti che, a mio avviso, prima di occuparsi del novero dei neofiti , bisognerebbe continuare attivamente la predicazione [ a Torino , a favore dell’unità ndr ], e moltiplicare gli apostoli, e procurarsi pergami opportuni. Finora i soli apostoli eravamo noi due : se ne aggiunse un terzo eccellente , La Farina [siciliano].
      Non basta: conviene trovarne altri.
      Pergami, non ne abbiamo. Nessun giornale italiano finora ci aperse incondizionatamente le sue colonne : io sono costretto servirmi della stampa inglese, tu dei fogli volanti.
      Quindi la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta, svolta, discussa, diffusa.
      Quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , né sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti ad abbracciare. Un uomo che non posso nominare, ma che è in posizione d’ essere molto bene informato , mi disse alcuni giorni sono : « Vous ètes dans le vrai , mais je crains que vous ayez commencé trop tard : il faut beaucoup de temps pour que les idées neuves et hardies puissent ètre répandues et acceptées.»
      Spero che fra breve tornerai a Torino. Là potrai più agevolmente occuparti della predicazione [ a favore dell’unità ndr ], degli apostoli e dei pergami.
      E potrai pure con mezzi indiretti esplorare i progressi della nostra fede senza allarmare gli orgogli e le vanità de’ nostri uomini politici , che non vogliono riconoscere capi , né assoggettarsi a discipline, e senza esporsi a rifiuti poco onorevoli , e alla trista umiliazione di un fiasco” https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli
      .
      4) Voglio altresì ricordare loro che un tempo ,prima dell’Unità,Torino era molto diversa..
      «La città di Torino è una delle più belle che si possano vedere. lo non ho mai visto una città tenuta con tanta proprietà come Torino.
      Tutti i mercoledì si fa passare per due canali in tutte le strade l’acqua della Dora … si spazzano tutte le immondizie, e l’acqua corrente nello spazio di un’ora ripulisce tutta la città.
      Il popolo vi è buono, benefico, devoto; ciascun parroco tiene registro dei suoi parrocchiani, e se si vuoI conoscere la condotta di una persona, basta informarsi del nome, della parrocchia, recarsi presso il curato, ed egli vi farà una vera relazione giusta, di cui sempre ci si può fidare »
      Contessa Angelica Kottulinski 1763 http://www.atlanteditorino.it/documenti/feste.html
      Nel 1961 con l’abrogazione delle leggi contro le migrazioni interne fatte da Mussolini (legge del 6 luglio 1939 n. 1092 insieme alla legge del 9 aprile 1931 n. 358 ), milioni di meridionali si riversarono nel Nord.
      Torino oggi è la 3° città più meridionale d’Italia dopo Napoli e Palermo. http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1961-02-10;5@originale

  5. Ovidio Eduardo Monaco says:

    esprimo come lettore e appassioato di storia, quanto sostenuto da Caterina; nessuno dei meridionali ha mai chiamato i Piemontesi che hanno fatto una invasione senza dichiarazine di guerra, con corruzioni di alto livello nelle gerarchie militari borboniche…..la storia si ripete e purtroppo la scrive sempre chi vince; NULLA CONTRO I SETTENDIONALI, ma nemmeno possiamo essere accusati di parassitismo, quando dopo essere stati depredati di beni dai Piemontesi e di BRACCIA che hanno contribuito anche allo sviluppo del Nord; a noi meridionali è stato elargito qualcosa con la Legge 64 ed altre Leggine di industrializzazione meridionale, elargizioni che per la maggior parte è stata accaparrata da pseudo industriali del Nord, rimasti al Sud il tempo necessario per prendere i “contributi”……non vale per tutti ma per buona parte…..

    • luca says:

      COME I MERIDIONALI IMPLORARONO I PIEMONTESI DI VENINRLI A LIBERARE DAI BORBONE E DI FARE L’ITALIA:
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      -Il Pugliese Massari nel 1849:
      “E noi, esuli infelici e perseguitati, balestrati dalla burrasca politica fuori del nostro paese ma troppo lieti di trovar ricovero in questo Magnanimo Piemonte, sacrario augusto della italianità, noi rivolgiamo a voi, elettori subalpini e liguri, fratellevoli
      preghiere, perchè vogliate compiere il voto di tutti i buoni e salvare l’ltalia. La pietà della patria comune rafforzi in voi gli istinti del senno, confermi i dettati della ragione e della esperienza.
      Voi foste larghi del vostro sangue e dei vostri averi a prò della causa nazionale, ch’è la causa di tutti: compite ora l’opera a prò della medesima causa con un grand’atto di sapienza civile.
      Voi fortunati, che potete ancora liberamente manifestare le vostre opinioni e pronunciare intorno alle sorti della patria.
      Voi fortunati che avete la facoltà invidiabile, il raro privilegio di poter sollevare ancora dall’abisso della miseria una nazionalità
      oppressa ed infelice. Mirate il glorioso vessillo che sventola sulle vostre castella, sulle torri della vostra città, fra le schiere dei vostri soldati: egli è il vessillo tricolore, il santo ed adorato emblema della italianità.
      Egli non sventola più sul castello di Sant’ Elmo, sul campanile di Giotto:’ in tutta Italia fu tolto: solo in Piemonte egli è rimasto simbolo sensibile della nostra nazionalità, pegno di speranze immortali, presagio diletto di più lieto
      avvenire: solo al Piemonte è dato d’inalberarlo sulle sue navi quasi ad annunziare nelle più remote contrade, nei più lontani mari che l’Italia non è perita, e che nel Sepolcro di Novara non discesero tutte le sue speranze.
      Lo sò che alla vista di quella cara bandiera la commozione mi vince, gli occhi mi si empiono di lagrime e nelle angosce dell’esiglio balena all’animo oppresso un raggio di conforto, si ravviva la fede.
      Voi siete, elettori liguri-subalpini, i privilegiati custodi di quel prezioso deposito: serbatelo gelosamente: esso è destinato a sventolare un’altra volta per non esserne tolto mai più sulla guglia dal duomo di Milano.
      Il gran momento avvicina: accorrete senza studio di parte a deporre nell’urna i nomi dei vostri rappresentanti chiudete gli orecchi alle suggestioni dei partiti: attingete le ispirazioni nella vostra coscienza , nel vostro amore all’ltalia.
      E’ in poter vostro essere i benefattori d’ Italia, ovvero compierne al tutto la rovina: di preparare il comune riscatto o di tramandare ai nepoti una trista eredità di lagrime e vergogne.
      lspiri lddio le vostre scelte, ed accogliete benevoli questo grido solenne di angosciosa speranza, di supplice affetto che mi erompe a dirittura dal cuore: salvate il Piemonte ed avrete salvata l’Italia! ”
      Torino , 5 luglio 1849. GIUSEPPE MASSARI ex deputato al Parlamento Napoletano.https://play.google.com/books/reader?id=tOoWMmlizD0C&pg=GBS.PA22
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      – Qua Gilberto Oneto racconta la storia di questi esuli che convinsero i piemontesi a conquistare il sud (dal minuto 6: 52 ): https://www.youtube.com/watch?v=fxiaRvHP2SA
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      – Qua il siciliano Saitta, ex presidente della provincia di Torino ed ora assessore alla sanità del Piemonte , ricorda come i suoi connazionali duo-siculi invasero Torino nel 1848, modificandone « …il profilo umano e sociale della città facendola diventare, davvero, concentrato e specchio delle genti d’Italia al punto che il patriota leccese Sigismondo Castromediano, (Cavallino 1811-1895) archeologo e letterato, definì poi nelle sue memorie, redatte nel 1895, la Torino di quel decennio “la Mecca d’Italia”». http://www.provincia.torino.gov.it/speciali/2011/anniversario_unita_italia/pdf/storie_personaggi/28_esuli_torino.pdf
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      Dal sito della Treccani: “UNITÀ ITALIANA.
      – Associazione segreta che si formò in Napoli nel giugno del 1848, quando, dopo i fatti del 15 maggio, i patrioti di quella città decisero di congregarsi al fine di abbattere il governo borbonico, con aspirazioni verso Carlo Alberto e il Piemonte.”
      http://www.treccani.it/enciclopedia/unita-italiana_(Enciclopedia-Italiana)/
      https://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=hvd.32044061707733;view=1up;seq=7 ——————————————————–
      Il CAMPANO De Sanctis sulla conquista del Veneto del 1866 :
      “Ora noi vogliamo vincere, dobbiamo vincere; dunque non gridi, ma fucilate, non parole, ma baionettate, non chiacchiere, ma cannonate: dunque abbasso le dimostrazioni! Viva i fatti! La gioventù napoletana non ha bisogno di esortamenti; agli abitanti delle terre dei vulcani ci vuol freno non spinta. I giovani dissero otto sere fa: i fatti li faremo.
      Ebbene il tempo è venuto” http://www.liberliber.it/mediateca/libri/d/de_sanctis/scritti_politici/pdf/de_sanctis_scritti_politici.pdf
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      Francesco Saverio Nitti ricorda come loro, gente del Sud, sognassero l’Unità d’Italia :
      “A Vincenzo Nitti, mio padre E A Vincenzo Nitti, mio figlio Con queste poche parole, pubblicando per la prima volta i Principi di scienza delle finanze, io avevo voluto ricordare la gratitudine per mio padre ed esprimere le speranze nel mio primo figliuolo.
      Son passati venti anni dalla prima edizione e tutto intorno a me è mutato. Il mio povero padre è morto dopo una lunga vita di lavoro. Discendente di una famiglia in cui da secoli era il culto della libertà e la fede della democrazia, antico milite della Falange Sacra di Mazzini, antico soldato di Garibaldi nelle guerre dell’ Indipendenza, avea, nelle vicende non sempre liete della sua vita, conservato la immutabile fede nella patria e un amore della libertà, ch’era quasi insofferenza di ogni vincolo.
      Suo padre, medico insigne e umanista sapiente, era stato trucidato nella reazione borbonica dell’aprile 1861 e dalla terra nostra ai piedi del Vulture, da Venosa, s’era iniziato con la sua uccisione quel movimento che per cinque anni funestò largamente il Mezzogiorno d’Italia.
      Era un antico carbonaro : avea voluto che nel 1848 due suoi figliuoli fossero condannati a morte, piuttosto che servire sotto le bandiere borboniche. Avea mandato egli stesso mio padre nelle schiere garibaldine. Viveva dei suoi studi e del suo apostolato ; confinato dalla violenza del Governo nella sua piccola città nativa, avea sotto tutte le persecuzioni, aumentato il suo fervore.
      Era uomo virtuoso e religioso : nelle piccole chiese della mia terra si cantano ancora i suoi inni sacri. Fu trucidato perchè, di fronte agli invasori, che volevano costringerlo a gridare evviva al Re di Borbone, gridò : Viva l’Italia !
      Il suo cadavere venerando fu fatto a pezzi e l’antica casa dove molte generazioni si eran seguite, tutte intente al lavoro e tutte raccolte nello stesso spinto religioso, fu incendiata. Ho riunito dopo molti anni solo pochi libri scampati alla distruzione. Visse come un savio e morì come un eroe e di niuna cosa sono più grato a mio padre che di avermi imposto il suo nome. https://archive.org/stream/principidiscienz00nittuoft#page/n10/mode/1up”
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      -Il pugliese Giuseppe Massari, esule a Torino per una decina di anni, scrisse:
      “Né la stampa italiana falli al suo debito; non ci era su questo argomento nessuna diversità di linguaggio : a Torino la Concordia ed il Risorgimento, a Genova la Lega italiana ed il Corriere mercantile, a Firenze la Patria e l’Alba, a Pisa l’Italia, a Roma il Contemporaneo, a Bologna il Felsineo, svolgevano lo stesso tema, bandivano lo stesso principio : Italia ab exteris liberanda..
      Il Piemonte era stato l’ultimo ad entrare nella via delle riforme, ma ad un tratto aveva occupato il primo posto; il giorno in cui Carlo Alberto si appigliò alla risoluzione magnanima, fu gioia indescrivibile da un capo all’altro d’Italia, poiché tutti o per istinto o per ragionamento sentirono e compresero che finalmente la causa della indipendenza nazionale aveva la sua spada.” https://archive.org/stream/bub_gb_lUWVHnrZbpQC#page/n19/mode/2up/search/spada

      • luca says:

        I piemontesi non poterono votare per dire si all’ Italia unita,e le lettere dei lombardo-veneti esuli a Torino dopo il 1848 ci confermano che non la volessero .
        Accettavano invece l’idea di unità col resto della Padania (Regno dell Alta Italia)
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        -Il milanese Giorgio Pallavicino al veneto Daniele Manin:

        -“Noi abbiamo nel piemontesismo un nemico sommamente pericoloso, un nemico implacabile.
        I Piemontesi, tutti i Piemontesi dal conte Solaro della Margherita all’avvocato Angelo Brofferio , sono macchiati della stessa pece.
        All’Italia con una metropoli: Roma, essi preferiscono un’ Alta Italia con due capitali: Torino e Milano. Camillo Cavour è piemontesissimo !
        … Allora solo noi potremo avere speranza d’incatenarlo al nostro carro, quando gli avremo posto il coltello alla gola.
        Ma tu mi dici che la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta , svolta, discussa, diffusa;… che quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , nè sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti
        ad abbracciare. Ciò è possibile.
        Facciamo dunque di diffondere sempre più il nostro vangelo , continuando la predicazione, moltiplicando gli apostoli e procurandoci pergami opportuni.”
        https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n299
        ——————————————————
        -“Nell’ ultima mia lettera io ti dicea che tutti i Piemontesi sono municipali. Tu puoi obbiettarmi : « Se tutti i Piemontesi sono municipali, sarà egli possibile l’abbattere Camillo Cavour, il Piemontese per eccellenza , come tu dici?»
        Rispondo: Lo Stato subalpino, per buona sorte, non si compone soltanto di Piemontesi: si compone anche dell’elemento italico; perciocchè non sieno piemontesi, quantunque aggregati al Piemonte , i Liguri , i Sardi , gli abitanti di Novara, di
        Casale e d’Alessandria; non sono piemontesi i cinquantamila fuorusciti , operai , artisti , ingegneri , medici , giureconsulti , uomini letterati ed uomini militari che oggi hanno stanza in Piemonte.
        Ecco l’ elemento su cui può far disegno il « Partito Nazionale Italiano». Quanto ai Piemontesi puro sangue credo giusta la mia sentenza. Per averli con noi , dovremo trascinarli , non essendo sperabile ch’essi ci seguano volontariamente.”
        https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n301
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        -“La Farina [siciliano esule a Torino] non mi ha consultato prima di metter fuori la sua idea d’annessione della Sicilia al Piemonte.
        Ma io non partecipo a’ tuoi timori su questo proposito.
        La Farina , emettendo questa idea , volle combattere nel tempo stesso il municipalismo siculo ed il murattismo napoletano. Questa idea suona in Napoli : « Se scegliete Murat , noi ci separiamo. »
        E suona in Palermo : « Se vi separate da Napoli, dovete unirvi al Piemonte. » La Farina, uomo di senno e uomo d’onore, è tutt’ altro che murattista; ma non mi stupirei che lo fosse **•; io ho di costui una tristissima opinione.
        https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n331

  6. luca says:

    Il Pugliese Raffaele De Cesare (1845-1918), nel suo libro La fine di un Regno:
    Quasi non si sentiva nessun bisogno pubblico.
    L’igiene si trascurava in modo che le condizioni della maggior parte dei comuni, ma singolarmente dei più piccoli, erano orribili addirittura.
    Non fogne, non corsi luridi, non cessi nelle case, scarso l’uso di acqua, dove o’ era naturalmente ; quasi nessun uso, dove non c’era. Poche le strade lastricate o acciottolate , pozzanghere e fanghiglia nelle altre, e in questo gran letamaio razzolavano polli, e grufolava il domestico maiale. Bisogna ricordare che nei paesi meridionali, generalmente, i contadini vivono nell’abitato, nella parte vecchia, eh’ è quasi sempre più negletta e fomite di malattie infettive. Ma tutto ciò sembrava così naturale, che nessuno ho ne maravigliava ; e se, di tanto in tanto, si compiva qualche opera pubblica, era piuttosto un abbellimento o una superfluità.
    La povera gente era abbandonata a sé stessa, mentre il galantuomo, o aveva le case sulla strada principale, ovvero innanzi al suo portone si faceva costruire un metro di lastricato, per suo uso personale. I municipii, come si è detto, non avevano mezzi. Non il principe, non le autorità si maravigliavano di un simile stato di cose.
    Ferdinando II aveva percorse più volte le Provincie, e le condizioni moralmente e socialmente miserrime, le vedeva, ma non le intendeva. Se non rivolse mai le sue cure alla capitale, non era sperabile che le rivolgesse alle Provincie.
    Certi bisogni erano superfluità per lui ; gli bastava ordinare la costruzione di una nuova chiesa o convento, per credere di aver cosi appagato il voto delle popolazioni. Negli ultimi tempi manifestò una certa energia nel volere la costruzione dei cimiteri ; ma in tanta parte del Regno, di qua e di là dal Faro, anche dopo di averli costruiti, si seguitò a seppellire i galantuomini nelle chiese e a buttare la povera gente nelle ” fosse carnarie „. Anche innanzi alla morte l’eguaglianza civile era una parola senza significato ! https://archive.org/stream/lafinediunregnon02deceiala#page/116/mode/2up
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    Il figlio del Primo ministro delle 2 Sicilie Giustino Fortunato sulle condizioni delle 2 Sicilie :
    « Quali i dati, secondo cui le due Sicilie sarebbero state, al 1860, superiori alle altre regioni d’Italia, in particolar modo al Piemonte ? Poche le imposte, un gran demanio, tenue e solidissimo il debito pubblico, una grande quantità di moneta metallica in circolazione… È quello che ogni giorno si ripete comunemente.
    Ora, né tutto è esatto né esso vale come indice di maggiore ricchezza pubblica e privata. Poche le imposte, perché la ricchezza mobile e le successioni erano del tutto libere; ma ben gravi le tariffe doganali e la imposta sui terreni, assai più gravi che altrove.
    La fondiaria, con gli addizionali, saliva tra noi a circa 35 milioni, mentre in Piemonte non dava più di 20; così anche per le dogane, che avevano cinto il Regno d’una immensa muraglia, peggio che nel medio evo, quando almeno ora Pisa e Venezia ora Genova e Firenze avevano quaggiù grazia di privilegi e di favori.
    Tutto ricadeva, come nel medio evo, per vie dirette sui prodotti della terra, per vie indirette su le materie prime e le più usuali di consumo delle classi lavoratrici. Eran poche, si, le imposte, ma malamente ripartite, e tali, nell’insieme, da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. Non il terzo, dunque, ma solo un quinto il Piemonte pagava più di noi.
    E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi, non tanto lievi da non indurre il Settembrini, nella famosa «Protesta» del 1847, a farne uno dei principali capi di accusa contro il Governo borbonico, assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi: noi, con 7 milioni di abitanti, davamo via trentaquattro milioni di lire, il Piemonte, con 5, quarantadue.
    L’esercito, e quell’esercito!, che era come il fulcro dello Stato, assorbiva presso che tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe dell’Oriente.
    Secoli di miseria e di isolamento, non i Borboni, ultimi venuti e, come un giorno sarà chiaro allo storico imparziale, non essi — di fronte al paese — unici responsabili del poco o nessun cammino fatto dal ’15 al ’60, durante quei tre o quattro decenni di fortunata tregua economica non mai avveratasi per lo innanzi: lunghi e tristi secoli di storia avevano compressa ogni forza, inceppato ogni moto, spento ogni lume, perché, suonata l’avventurosa ora del Risorgimento, noi avessimo potuto essere qualche cosa dippiù di quel niente che eravamo.
    De’ due terribili malanni — secondo il Cavour — del Mezzogiorno, la grande povertà, e, frutto di questa, la grande corruttela, i Borboni furono la espressione, non la causa: essi trovarono, forse aggravarono, non certo crearono il problema meridionale, che ha cause ben più antiche e profonde… » http://bd.fondazionegramsci.org/bookreader/libri/It._Ec._2_283_La_Questione_meridionale_e_la_riforma_tributaria.html#page/30/mode/1up « «
    ———————————————–
    [continua]
    “Insomma, l’ Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere.
    Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi con la vendila di prodotti, quello di cui si aveva bisogno. In moltissimi comuni ben più della metà della popolazione non mangiava mai pane di grano, ed i contadini vivevano lavorando come bruti », poi che « il sostentamento di ognun di loro costava meno del mantenimento di un asino ,questo ha lasciato scritto Lodovico Bianehini, uno dei ministri di Ferdinando .
    L’esercito era tutto concentrato nelle vicinanze della capitale , mentre nelle province esisteva la sola gendarmeria: la flotta, sempre tra Napoli e Palermo: gl’impiegati, corrottissimi, quasi tutti napoletani, e tutti irrompenti da quel ceto medio professionale e da quella piccola borghesia, avida d’impieghi, che tanto contraddissero e tanto viziarono tutte e quattro le nostre rivoluzioni politiche del secolo scorso . Sottratte a’ 125 milioni del bilancio le spese per la lista civile, il debito pubblico e le pensioni, e quelle per l’esercito e la marina, — poco pìù del quarto rimaneva disponibile per tutti insieme i pubblici servizi così della capitale, che assorbiva e accentrava tutto, come delle province.
    Se le province, e non la capitale, precedettero, ne’ pochi moti insurrezionali, lo sbarco di Garibaldi a Reggio di Calabria, forse non poco vi contribuì un ascoso senso di avversione contro I’ eccessiva enorme preponderanza della città di Napoli, fatta troppo grande, se non ricca, a mezzo d’un piccolo e troppo misero oscuro Regno…
    Enorme preponderanza di un’ unica e troppo grande città, la cui strana multiforme vita parasitica fu allora, e rimane anche oggi, un singolarissimo problema a parte fra i tanti del Mezzogiorno continentale, se difficile a conoscersi, più difficile assai a risolversi, e dei cui dati anch’ io feci, or è un trentennio, argomento di studio (1) che il senatore Saredo, tre anni addietro, ricordò nella relazione della regia Commissione d’ inchiesta su l’amministrazione comunale di Napoli.
    Quale meraviglia che l’unità politica, compiutasi da un giorno all’altro, avesse arrecato al Mezzogiorno un profondo spostamento d’ interessi economici, non senza gravi danni, non senza parziali offese? Ma da questo a sostenere che materialmente ruinò, ci corre.
    Non solo non ruinò, ma presto si riebbe, e meglio si sarebbe riavuto se non fosse, nel breve intervallo, balzato di un tratto alle paure e alle barbarie del medio evo, come al tempo de’ saraceni e delle bande di ventura: ossia, se non lo avesse pure una volta sorpreso, ultima espressione del suo malessere sociale, l’immane flagello del brigantaggio, così tragicamente fosco e terribile, così poco nolo tuttora ai più, e, per ciò, assai meritevole di studi ». (I) Corrispondenze Napoletane alla • Rassegna Settimanale • (1878-880), • Scritti valli ., Trani, pp. 307-67. http://bd.fondazionegramsci.org/bookreader/libri/It._Ec._2_283_La_Questione_meridionale_e_la_riforma_tributaria.html#page/33/mode/1up

    • luca says:

      Quello che il napoletano Luigi Settembrini nel 1847 racconta sulle 2 Sicilie e sul Piemonte:
      « Gli stranierì che vengono nelle nostre contrade, guardando la serena bellezza del nostro cielo e la fertilità de’ campi , leggendo il codice delle nostre leggi, e udendo parlar di progresso, di civiltà e di religione, crederanno che gl’italiani delle Due Sicilie, godono di una felicità invidiabile.
      E pure nessuno stato di Europa e in condizione peggiore della nostra, non eccettuati nemmeno i turchi, i quali almeno sono barbari, sanno che non hanno leggi, son confortati dalla religione a sottomettersi ad una cieca fatalità, e con tutto questo van migliorando ogni dì; ma nel regno delle Sicilie, nel paese, che è detto giardino d’Europa, la gente muore di vera fame, e in istato peggiore delle bestie, solo legge è il caprìccio, il progresso è un indietreggiare ed imbarbarire, nel nome santissimo di Cristo è oppresso un popolo di cristiani.
      Se ogni paesello, ogni terra, ogni città degli Abruzzi, de’ Principati, delle Puglie, delle Calabrie, e della bella e sventurata Sicilia, potesse raccontare le crudeltà, gl’insulti, le tirannie che patisce nelle persone e negli averi; se io avessi tante lingue che potessi ripetere i lamenti e i dolori di tante persone, che gemono sotto il peso d’ indicibili mali, dovrei scrìvere molti e grossi volumi; ma quel pochissimo che io dirò, farà certo piangere e fremere d’ira ogni uomo, e mostrerà che i pretesi miglioramenti che fa il nostro governo, sono svergognate menzogne, sono oppressioni novelle più ingegnose.
      Questo governo è un immensa piramide, la cui base è fatta da’ birri e da preti, la cima dal re: ogni impiegato, dall’usciere al ministro , dal gendarme al ministro di polizia, dal prete al confessore del Re, ogni scrivanuccio è despota spietato e pazzo su quelli che gli sono soggetti , ed è vilissimo schiavo su quelli che gli sono soggetti.
      Onde chi non è tra gli oppressori, si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannia di mille ribaldi e la pace, le sostanze, la vita degli uomini onesti dipendono dal capriccio, non dico del principe o di un ministro, ma di ogni impiegatello, di una baldracca di una spia, di un birro, di un gesuita, di un prete.
      Gli altri italiani soffrono anch’essi, ma i nostri mali trapassano ogni misura. La Toscana ha un principe umano, un governo mite e ragionevole: nel Piemonte gli ordini civili sono saldi , il principe voglioso di operare, gli uomini parlano, scrivono e hanno dignità di uomini: nel Lombardo -Veneto, è il grande male della dominazione tedesca, e son puniti severamente anche i sospetti di peccato politico; ma la giustizia civile criminale ed amministrativa, serbasi esattissima: nello Stato romano, dopo sedici anni di oscena tirannide, or finalmente si respira, e si benedice al magnanimo pontefice, che si fa promettitore di lieto avvenire a tutta l’Italia.
      Ma son ventisette anni che le Due Sicilie sono schiacciate da un governo, che non si può dire quanto è stupido e crudele, da un governo che ci ha imbestiati, e che noi soffriamo, perchè forse Dio ci vuol far giungere all’estrema miseria, e all’estrema vergogna , per iscuoterci poi ed inalzarci a fortuna migliore: da un governo che non vuol vedere, non vuol udire , e ci ha finalmente stancati. Né vi è speranza di avvenire men reo; perchè re Ferdinando attempandosi diventa peggiore ; e i figli nati da lui ed educati da’ preti, saranno ancora più tristi di lui.
      Onde a questi popoli sventurati, non resta altro partito, che ricorrere alla suprema ragione delle armi: ma prima che giunga il giorno terribile dell’ ira, è necessario ch’essi si protestino al cospetto di tutta Europa, anzi al cospetto di tutti gli uomini civili.
      Noi dunque mostreremo quanto abbiamo fatto dal 1820 fin oggi, quanto sangue di uomini generosi è sparso nella nostra terra; diremo chi è questo Ferdinando II e la sua corte; che cosa i ministri, che sono il tutto del governo ; quante scelleraggini, quante ladronerie, quante infamie si fanno in ciascun ministero, ed in tutte le branche dell’ amministrazione: scopriremo le nostre piaghe, narreremo i nostri dolori, che sono immensi insopportabili , indicibili. Se in quel giorno terribile si trasmoderà , nessuno ci biasimi, nessuno ci consigli moderazione e prudenza, che questa è cancrena, e non ci bisogna altro che il ferro.
      E voi, o padre de’ cristiani, riguardate alla nostra miseria, che anche noi siamo vostri figliuoli, e redenti col sangue di Gesù Cristo. Pel sangue santissimo dì Gesù Cristo, vi preghiamo di alzare la vostra voce, e dire a un re superstizioso e stolto, che non ci costringa a spargere quel sangue, che ricadrà tutto sul suo capo, che il trono de’ tiranni spesso cade, e si stritola come un bicchiere di vetro; che l’ ira dei popoli è l’ira di Dio , e non bisogna provocarla , che noi siamo stanchi, e la pazienza stancata diventa furore.
      Le nostre antiche sventure, sono state si lunghe e si crudeli, che son conosciute in ogni parte di Europa, e sarebbe superfluo ricordarle.
      Ma se quello che abbiamo sofferto da molti anni, ed ancora soffriamo, non è noto a tutti ,è perchè il governo ha curato sempre di nasconderlo, ora noi lo sveleremo.
      Nel 1820, su le montagne di Avellino, un branco di uomini alzò il vessillo di una costituzione, che fu gridata da tutti i popoli, e solennemente giurata da Ferdinando I. La nazione non ricordò, che questo re era quel desso che nel 1799, non riconobbe la capitolazione di Castelnuovo, dicendo che un re non patteggia coi suoi sudditi, e che aveva le mani ancora lorde di sangue; onde ingannata, venduta, svergognata da pochi traditori, credette ch’egli andrebbe al congresso di Laybac, per far riconoscere la costituzione; egli tornò con uno esercito di tedeschi.» https://archive.org/stream/protestadelpopo00settgoog#page/n5/mode/2up
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      Il napoletano Pietro Colletta (Napoli 1775 – Firenze 1831) sulle condizioni delle 2 Sicilie e sulla nascita del termine Lazzaroni ( chiamati anche Lazzari o Lazzarelli). Oggi incolpano i Piemontesi per le loro condizioni, prima (come il Settembrini )incolpavano i Borbone e prima ancora (come il Colletta) gli Spagnoli.
      « Surse il nome di làzzaro nel viceregno spagnuolo, quando era il governo avarissimo, la feudalità inerme, i vassalli suoi non guerrieri, la città piena di domestica servitù, con pochi soldati e lontani, con meno di artisti o d’ industriosi , con nessuni agricoli ; e però con innumerabili che vivevano di male arti. Fra tanto numero di abbiette genti molti campavano come belve, mal coperti, senza casa, dormendo nel verno in certe cave, nella estate, per benignità di quel cielo , allo scoperto ; e soddisfacendo agli usi della persona senza i ritegni della vergogna.
      Cotesti si dissero làzzari, voce tolta dalla lingua de’ superbi dominatori; i quali, prodotta la nostra povertà e schernita , ne eternarono la memoria per il nome. Non si nasceva làzzaro, ma si diveniva; il làzzaro che addicevasi a qualunque arte o mestiero, perdeva quel nome; e chiunque viveva brutalmente, come sopra ho detto, prendeva nome di làzzaro.
      Non se no trovava, che nella città; ed ivi molti, ma non sommati, perchè ne impediva il censo la vita incivile e vagante : si credeva che fossero intorno a trentamila , poveri , audaci , bramosi e insaziabili di rapine , presti a’ tumulti . ll viceré chiamava i làzzari negli editti con l’onorato nome di popolo ; ascoltava i lamenti e le ragioni da làzzari deputati oratori alla reggia ; tollerava che ogni anno nella piazza del mercato, in dì festivo, scegliessero il capo, a grido,, senza riconoscere i votanti o numerare i voti; e con questo capo il viceré conferiva, ora fingendo di volersi accordare intorno a’ tributi su le grasce, ora, impiegando i làzzari a sostenere l’autorità dell’imperio; il celebre Tommaso Aniello era capo-làzzaro, quando nell’anno 1647 ribellò la città.
      Per le quali cose la legione degli spuntonieri , disciplinando parecchie migliaia di que ‘ tristi , accresceva numero all’ esercito, e faceva più sicura la quiete pubblica . » https://archive.org/stream/bub_gb_tV8bDXkJ2xMC#page/n113/mode/1up/search/lazzaro

  7. luca says:

    Denis Mack Smith :
    « La differenza fra Nord e Sud era radicale. Per molti anni dopo il 1860 un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un contadino piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra, che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli diversi di civiltà.
    I poeti potevano pure scrivere del Sud come del giardino del mondo, la terra di Sibari e di Capri, ma di fatto la maggior parte dei meridionali vivevano nello squallore, perseguitati dalla siccità, dalla malaria e dai terremoti.
    I Borboni, che avevano governato Napoli e la Sicilia prima del 1860, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee ed avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori delle rivoluzioni agricola e industriale dell’Europa settentrionale.
    Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per viaggi entro i confini dello Stato. In quell'”annus mirabilia” che fu il 1860 queste regioni arretrate furono conquistate da Garibaldi e annesse mediante plebiscito al Nord. » Mettrenich ”
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    La monarchia dei borboni ha reso il popolo meridionale mezzo barbaro , di una ignoranza assoluta , di una isupestizione senza limiti , come gli africani ” Metternic 1820
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    in una lettera a Cavour del 27 ottobre 1860 indirizzata da Luigi Carlo Farini, “Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile.
    E quali e quanti misfatti! Il Re dà carta bianca: E la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a galantuomini, e se ne vanta e scrive a Gaeta: i galantuomini son tanti e tanti: a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno ai liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno e in mezzo a noi.
    Ma da qualche dì non è accaduto altro: ho fatto arrestare molta gente; alcuni ho fatti fucilare alle spalle (ne domando scusa a Cassinis); Fanti ha pubblicato un bando severo. Giunto che io sia a Napoli, vi manderò un rapporto con documenti sopra questa gesta della Corte di Gaeta, la quale ha mantenute incontaminate le tradizioni della Regina Carolina e del Cardinal]e Ruffo2.”
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    Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva :” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”. Enrico Cialdini a Napoli nell’agosto del 1861 in una lettera inviata a Cavour, così si esprimeva: “Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”
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    il generale Paolo Solaroli: “La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”.
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    Il veneto Carlo Nievo al più celebre fratello Ippolito, ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia: “Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome, poiché sinora nel Napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro”.
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    Si comincio’ anche a temere che il sud potesse contagiare il nord,come se fosse portatore di una malattia infettiva.
    Pasquale Villari,meridionale,storico e senatore del Regno,scrisse nel 1875:”Oggi il contadino che va a morire nell’agro romano,o che soffre la fame nel suo paese,e il povero che vegeta nei tuguri di Napoli,possono dire a noi e a voi:Dopo l’unità e la libertà d’Italia non avete più scampo;o voi riuscite a rendere noi civili,o noi riusciremo a render barbari voi.”
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    Villamarina suggerisce in un’altra lettera da Napoli che la storia da sola non basta per giustificare il degrado dei napoletani: «Qui non esiste altro che viltà. Per scusarsi essi dicono che sono avviliti […] ma perché, dico io, si sono lasciati avvilire in questo modo? […] Alla fine la storia dimostra che tutti i popoli, più o meno ci sono passati, ma non sono caduti in un tale stato di abbrutimento e di poltroneria come i napoletani». (CC, Lib. del Mezz., I, p. 141).
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    Scrivendo a Donna Ghita Collegno il 23 agosto 1860, Massari ,pugliese,sfoga la sua frustrazione contro i napoletani così:
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    Nel seguente brano di un memorandum sulle condizioni dell’Italia meridionale scritto da Lady Holland a Cavour da Napoli nel tardo ottobre, l’enfasi sullo stato di indecenza e sulla mancanza di strutture civili nel Sud va di pari passo con l’idea che i piemontesi dovranno costruire una civiltà partendo da zero: « È poi rimarchevole che in questo Regno delle Due Sicilie il nuovo governo troverà che tutto è da fare […]. Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato di indecenza, quasi inferiori a quello delle antiche tribù dell’Africa. Le prigioni ed i luoghi penali sono locali dove appena si possono tenere le belve. Non vi sono fontane pubbliche, non orologi, e tutt’altro che a civili contrade si conviene.»
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    Nel suo rapporto al Ministro degli Interni Marco Minghetti sulle condizioni dell’Italia meridionale, Diomede Pantaleoni descrive le difficoltà del viaggiare in Calabria durante l’estate 1861 nel modo seguente: «Bisogna avere 40, 60 uomini di scorta, andare di conserva con altre vetture, armati tutti da capo a piedi, e viaggiare come caravane nel deserto per difendersi dagli Arabi e da’ Beduini […]. Non hawi una sola parola di esagerazione in tutto ciò! È la storia, la semplice storia del modo stesso col quale […] ho dovuto e potuto viaggiare io stesso in quelle parti» P. Alatri (a cura di), Le condizioni dell’Italia meridionale in un rapporto di Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti (1861), in «Movimento operaio», 1953, 5-6, p. 771).
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    Alcuni anni dopo, A. Bianco di St. Jorioz fu persino più esplicito a proposito della paradossale coesistenza di «Italia» e «Africa» nella stessa nazione: «Qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa» (in B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari 1972, p. 246).
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    Una simile visione dell’incivile Sud, come di un posto dove la società deve essere costruita ex novo, compare in una lettera a Cavour scritta dal suo Ministro della Giustizia, G.B. Cassinis, durante una visita di governo a Napoli nel tardo novembre.
    Cassinis inquadra il problema in termini di necessità di creare nel Sud la coscienza pubblica indispensabile per l’applicazione di un sistema costituzionale di governo: « Bisogna in certa guisa adunque rifare il paese, rifare, o dirò meglio creare, la coscienza pubblica, bisogna rendere gli uomini capaci della applicazione del sistema costituzionale.
    E sarebbe cosa da spaventarsene, sarebbe cosa da riputarsi impossibile, se questa medesima terra tanto lontana dalle idee di progresso e di civiltà, non ci presentasse opportunità speciali.»
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    «Il Settentrione ,più ricco e più civile,ha verso il Mezzodì grandi doveri,che finora si guardò bene di assolvere,sebbene l’assolverli sarebbe anche nel proprio beninteso interesse.Quindi:egemonia temporanea della parte più avanzata del paese sulla più arretrata, non per opprimerla,anzi per sollevarla e per emanciparla. Filippo Turati 1900.
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    Diomede Pantaleoni in una lettera a Cavour del 6 novembre 1860:« La nostra annessione con Napoli e con quelle provincie appestate e guaste dal dispotismo più assurdo è già un’ardita pruova che noi facciamo, ma almeno con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intelligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e domarle.»
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    lettera di Diomede Pantaleoni a Massimo d’Azeglio del 21 agosto 1861:«Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nella mani dei più gran farabutti.»
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    Generale Paolo Solaroli,il 12 dicembre 1860 dopo una breve visita a Napoli nel dicembre 1860: «Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima.
    La popolazione è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissimo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per il terreno, non abbia generato un altro Popolo»

    • luca says:

      Il brigante Mammone, nominato sul campo “generale” dell’esercito “sanfedista” da Sua Eminenza il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, elogiato personalmente dal “re lazzarone”, era notoriamente un cannibale.
      Una fonte fra le molte disponibili: ”Mammone Gaetano, prima molinaio, indi generale in capo dell’insorgenza di Sora, è un mostro orribile, di cui difficilmente si trova l’eguale. In due mesi di comando, in poca estensione di paese, ha fatto fucilar trecentocinquanta infelici;…Non si parla de’ saccheggi, delle violenze, degl’incendi;…non de’ nuovi generi di morte dalla sua crudeltà inventati… Il suo desiderio di sangue umano era tale, che si beveva tutto quello che usciva dagl’infelici che faceva scannare.
      Chi scrive (Cuoco, ndr) lo ha veduto egli stesso beversi il sangue suo dopo essersi salassato, e cercar con avidità quello degli altri salassati che erano con lui. Pranzava avendo a tavola qualche testa ancora grondante sangue; beveva in un cranio…”. (Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, Bur 1999, cpt XLIV, pag.265, nota 4).
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      Noi che pur siamo amanti e ricercatori del pittoresco, non dobbiamo fingere di ignorare la depravazione, la degradazione e la miseria a cui è irrimediabilmente legata l’allegra vita di Napoli! (Charles Dickens)
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      I lazzaroni soltanto non avevano mai sentito parlare di diritti popolari, eccetto contro la santa inquisizione, che neppure Filippo II era riuscito a introdurre in Napoli. Il clima toglie ad essi di provare molti bisogni, e dà i mezzi di soddisfarli con poca fatica. L’ozio li mantiene nella superstizione e nel vizio, inducendoli a gettarsi disperatamente nelle insurrezioni ed a ritrarsene con altrettanta rapidità per amor d’inazione. Essi erano felicissimi sotto un governo assoluto, che dovunque è più incline a punire le pubbliche virtù dei sudditi più eminenti ,che i delitti dei più umili. (Ugo Foscolo)
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      L’aria di Napoli mi è di qualche utilità; ma nelle altre cose questo soggiorno non mi conviene molto…. Spero che partiremo di qua in breve, il mio amico ed io. Non so ancora per qual luogo. […]Risolvendosi, come pare, il mio amico Ranieri a partire per Roma nel mese entrante, io sono risolutissimo di mettermi in viaggio malgrado il freddo; perchè oltre l’impazienza di rivederla, non posso più sopportare questo paese semibarbaro e semiaffricano, nel quale io vivo in un perfettissimo isolamento da tutti…. (Giacomo Leopardi)
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      l’infimo popolo napoletano ti si appresenta nel dialogo con quella prontezza e copia di motti arguti e quella abbondanza di proverbi, di sentenze, d’invocazioni ai santi e di bestemmie, che sono una qualità particolare dell’ indole e de’ costumi di esso. Possono citarsi ad esempio tutte le scene della compagnia de’ finti birri, e quella in ispecie di Marco e Barra, che si raccontano a vicenda le truffe operate nella osteria del Cerriglio in Napoli e in quella di Pumigliano” ( Giordano Bruno)
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      [Napoli], per molti rispetti eccellente, ha questo oscuro e vergognoso e inveterato malanno, che il girar di notte vi è non meno pauroso e pericoloso che tra folti boschi, essendo le vie percorse da nobili giovani armati, la cui sfrenatezza, né la paterna educazione ,né l’autorità dei magistrati, né la maestà e gli ordini del re ,seppero mai contenere. (Francesco Petrarca)
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      nella sola città di Napoli numerava il censo giudiziario trentamila ladri; gli omicidii, le scorrerie, i furti violenti abbandonavano nelle province, gli avvelenamenti nella città, tanto che il re creò un magistrato, la «Giunta de’ Veleni», per discoprirli e punirli. Prevalevano in quel delitto le donne, bastandovi la malvagità de’ deboli, come piace alla nequizia de’ forti l’atrocità scoperta.(Pietro Colletta)
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      IL Mezzogiorno è molto ignorante:più ancora è deplorevole in esso la mancanza di ogni coscienza politica ;è spesso un grande elemento di disordine.L’azione politica nel Mezzogiorno non è utile all’italia;spesso è dannosa.Non è solo un’energia ritardatrice:è spesso un’energia dissolvitrice.La colpa è dei meridionali;non però solo di essi.(Francesco Saverio Nitti)
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      “L’Italia meridionale entrò disgraziatamente a far parte del nuovo Regno in condizioni assai diverse da quelle che il Nitti lascia credere. Essa viveva di una economia primitiva, in cui quasi non esisteva la divisione del lavoro, e gli scambi erano ridotti al minimo: si lavorava più spesso per il proprio sostentamento, anziché per produrre valori di scambio e procurarsi, con la vendita di prodotti, quello di cui si aveva bisogno”. Giustino Fortunato, ( figlio del Primo Ministro del Regno delle 2 Sicilie ) -Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910), vol.2, Laterza, 1911, p.340
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      Questo è ciò che gli Inglesi videro a Napoli nel ‘700 :
      – a proposito dell’oro e della ricchezza :https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/62/mode/2up/search/moneta ; https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/52/mode/2up/search/miserabile
      – a proposito del lavoro, della delinquenza e dei LAZZARONI : https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/48/mode/2up/search/lazzaroni ; https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/50/mode/2up/search/lazzaroni ; https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/76/mode/2up/search/officine
      – a proposito della loro forza navale (forte contro Lilliput!) : https://archive.org/stream/letteredallitali00shar#page/99/mode/1up
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      Qua invece su Torino: https://archive.org/stream/lettersfromitaly00shariala#page/264/mode/2up/search/turin
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      Qua invece il livello di indebitamento degli Stati della Penisola al momento dell’Unità ( il Sud aveva 110 milioni di debiti , altro che oro!): http://archive.org/stream/appletonsannualc1862newyuoft#page/392/mode/1up

      • luca says:

        I link a dove potete trovare le parole di Charles Dickens e di GIacomo Lopardi:
        -(Giacomo Leopardi) https://archive.org/stream/bub_gb_JvVERWnBgw8C#page/n221/search/malgrado+il+freddo
        -(Charles Dickens) .https://archive.org/stream/picturesfromital00dickrich#page/240/search/degradation
        -(Cuoco Vincenzo) https://archive.org/stream/bub_gb_o1uZiQx3L3UC#page/n177/mode/2up/search/gaetano
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        Elisabetta Gonzaga su Napoli 1790
        “Che popolo ! E son questi i discendenti dei Greci ? Piuttosto son prova eccellente che tutto degenera, sopratutto l’uomo.
        Quella loro felice organizzazione di società, quei sensi perfetti, cosi fini, cosi delicati, cosi adatti a cogliere, ad abbellire la natura, son allora divenuti cosi ottusi, laidi e grossolani ?
        Le belle arti non nasceranno più qui; un popolo cosi degenerato, cosi degradato non può avere idee del vero bello. ”
        Elisabetta Gonzaga a Napoli nel 1790. da: Lettres sur l’Italie, la France et L’Allemagne pour les beaux arts, Hambourg 1797 https://play.google.com/books/reader?id=pZZCAAAAcAAJ&pg=GBS.PA210
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        Bartolomeo Nardini su Napoli nel 1799
        – La crudeltà commessa durante la rivoluzione può essere ricordata solo con orrore. I lazzaroni [napoletani ndr] arrostivano gli uomini per le strade e chiedevano ai passanti elemosina per comprare il pane da mangiare con il loro arrosto.
        Molti di loro avevano le dita, le orecchie, ecc. tagliati nelle loro tasche; e non appena incontravano qualcuno che credevano fosse un realista, gli mostravano questi resti con aria trionfante.
        Condussero un uomo nudo per le strade e lo costrinsero a camminare inchinandosi e ritirandosi la pancia , perché uno di questi furfanti, che era accanto a lui, cercava di tagliare le sue parti naturali con la sua spada.
        Le donne erano anche più atroci: basta essere denunciati come rivoluzionari da una di queste furie, per essere massacrati sul posto. Chiunque avesse i capelli tagliati, era morto.
        Ci affrettammo a mettere false code [parrucche]; ma i barbari indovinarono l’astuzia; correvano dietro ai passanti, tiravano fuori la coda e, se rimaneva loro in mano, era finita. Più di duemila case furono saccheggiate e tutto fu fatto per amore della santa fede. Per tre mesi Ruffo con i suoi calabresi devastò il suo paese. https://play.google.com/books/reader?id=rG45AAAAcAAJ&pg=GBS.PA40
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        – (continua Nardini)
        […]Voi sapete, signore, quale fu la fine del governo popolare, e come, troppo debole per resistere alle armi reali, la città fu inondata di Calabresi e abbandonata a nuovi orrori.
        […] Ho sempre presente, davanti ai miei occhi, il terribile momento in cui Lazzarronni, guidati dai feroci Calabresi, riempivano l’hotel della duchessa de “il Popolo”.
        […] e vidi quella donna generosa, appoggiandosi a sua figlia, avanzare orgogliosamente verso gli assassini e parlare loro con gentilezza.
        Ma, ahimè! cosa sono diventato, quando due di questi cannibali, tutti coperti dal sangue delle vittime che avevano appena sacrificato alla loro furia, si precipitarono su queste creature innocenti, le accolsero con insulti e le spinsero brutalmente in mezzo alla truppa feroce che comandavano!
        https://play.google.com/books/reader?id=rG45AAAAcAAJ&pg=GBS.PA90 Bartolomeo Nardini a Napoli nel 1799. da: Mes périls pendent la révolution de Naples; récit de toutes les horreurs commis par les lazzaronis.
        Anche qui tradotto : http://napolidelpassato.blogspot.com/2008/10/benedetto-nardini-2-su-napoli.html
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        – (continua Nardini)
        «Non è tanto il fatto che a Napoli si mangi, si beva, si cucini, si dorma, si conducano le vacche, si dia da mangiare ai vitelli, si lascino branchi di fetidi maiali correre per ogni dove, ci si dedichi ad ogni sorta di loschi mestieri,
        si scrivano lettere e suppliche, ci si spidocchi e via di sèguito su pubblica via, ma quanto il soddisfare tutti i proprii bisogni corporali; è questa lurida costumanza che fa di tal enorme città una immensa cloaca e riesce insopportabile alla vista e all’odorato di uno straniero.
        Come viene giustificata quest’usanza disgustosa?
        Ci sono decine di migliaia di lazzaroni che abitano e dormono per le strade; occorre quindi che essi soddisfino ivi tutte le loro necessità. Inoltre vi è un’infinità di gente della campagna che porta quotidianamente i prodotti delle sue terre in questa grande città e anche essa non ha altro ricetto se non le vie e le piazze; si afferma che persino il proprietario di una casa in cui vi sia un androne non possa impedire che vi si entri per farci i proprii bisogni.
        Se ciò è vero, io non vorrei mai vivere a Napoli, e tanto meno averci casa.
        Molti abitanti di alto lignaggio cercano di preservare le loro dimore da simili decorazioni con un’espediente buffo: dal momento che la superstizione è una malattia nella mente dell’intera nazione, vale sicuramente sfruttarne gli effetti.
        Nei luoghi che sarebbero più adatti a lasciarvi le proprie lordure si appendono al muro delle croci.
        I Napoletani provano tanta venerazione per queste croci che è molto raro che osino depositarvi in prossimità i loro escrementi.
        E se non basta, si cerca talvolta di commuovere ancora di più gli spiriti, altrimenti del tutto insensibili ad ogni igiene e nettezza del luogo che abitano, ponendo in mezzo a due croci raffigurazioni delle fiamme del Purgatorio con l’immagine di un’anima che leva le mani al cielo supplichevole.Una tale raffigurazione è di solito efficace, ma non sempre, dal momento che ho visto parecchi uomini darsi tutta la pena del mondo per spegnere quelle fiamme con la loro urina..
        Si crederebbe possibile che sulla piazza del Castello Angioino, di fronte al palazzo reale, e proprio di fronte alla chiesa di San Luigi, si trovi uno dei letamai a cielo aperto più estesi di Napoli ?
        Il re, i cui appartamenti dànno su questo lato, non può venir al balcone senza portar involontariamente lo sguardo su queste lordure, e i fedeli non posson entrar in chiesa senza insozzarsi le scarpe e dunque i pavimenti del sacro edificio .
        Per non parlar dei nasi ! Per quanto grandi siano solitamente quelli dei Napoletani, essi paiono tuttavia non posseder l’olfatto, dal momento che non sembrano neppur rendersi conto di quanto puzzi la loro città.Forse è l’ecessiva sensibilità del loro udito a far gli trascurar l’odorato.
        Quando parlano urlano che par vogliano venir alle mani da un momento all’altro o paion dei dannati.
        Essi sembrano quanto mai indifferenti ad ogni forma di decoro, eccetto che nella stanza in cui vivono.
        I vestiboli, le scale, le anticamere; a tal riguardo un palazzo di un ministro non è affatto diverso dalla misera casa di un bottegaio – lo putecaro, come dicono qui–Io non riesco a capire come mai gli Inglesi, che amano tanto la pulizia dei pubblici luoghi, vengano cosi volentieri e in sì gran numero in questo paese.
        Le strade hanno comunque un vantaggio sulle case per il fatto che vengon pulite, non per iniziativa dell’amministrazione – poichè nessuno ci pensa-, ma perchè c’è una quantità di gente che raccoglie gli escrementi animali ed umani per venderli come concime.
        Questo è un mestiere spicciolo e di facile guadagno per la plebe, molto ricercato dai lazzaroni.
        Si può immaginare quanto sia appetitoso vedere uno di questi uomini che, fatta la propria cesta quasi piena, comprime con le mani queste porcherie, senza minimamente preoccuparsi del tipo di materiale che maneggia, cosi da farcene entrar ancora di più.
        https://play.google.com/books/reader?id=rG45AAAAcAAJ&pg=GBS.PR18 .Bartholome Nardini. Storico.
        Da : Mes périls pendant la révolution de Naples. Récit de toutes les horreurs commises dans cette ville par les lazzaronis – temoin oculaire des événéments qui ont précedé ou suivi l’entrée des Français dans cette ville après de la révolution. A Napoli nel 1799.

    • luca says:

      errata corrige:
      Scrivendo a Donna Ghita Collegno il 23 agosto 1860, Massari ,pugliese,sfoga la sua frustrazione contro i napoletani così:

      • luca says:

        “Oh! Quella Napoli come è funesta all’Italia! paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie.
        Creda a me; Napoli è peggio di Milano”

  8. Gherardo says:

    Il Sud si denigra da solo con la criminalità e lo stato parassita.Volendo qualche buon libro ci sarebbe….

  9. luigi bandiera says:

    Il guaio e’ che hanno convinto tutti da se stessi a noi settentrionali, che loro sono i migliori e noi i peggiori.
    Un uomo in divisa o a capo di un ufficio statale o parastatale o in tribunale parla esclusivamente con accento regno duo siculo.
    Beh, poi basta accendere la TiVi (TiVu e’ meridionale e men che meno europeo) per rendersi conto.
    Oh, ce ne sono moltissime di brave persone, pero’ facendo una pesata dei ruoli dei cittadini nord sud ci scappa qualche pensata maligna.
    Sara’ con molto tempo dedicato a fare dello stato italia una nazione..?
    Ma duo sicula o africana..?
    Visti gli andazzi… addio alle 5 giornate…
    Ci saranno piu’ vespri che giornate.
    Salam
    Beh, anche, bacio le mani.

  10. caterina says:

    Avevo postato un commento che pero’ non e’andato a buon fine…e forse e’ meglio cosi’, perche’ io mi arrabbio troppo quando sento ripetere le falsita’ di comodo che si sono inventate per denigrare il popolo di quello che fu fino alla maledetta unita’ il Regno delle Due Sicilie… il quale all’epoca era all’avanguardia in tantissimi campi anche in raffronto con gli altri stati della penisola e fuori…per la vivacita’ delle intelligenze e la ricchezza delle contaminazioni di tutti i popoli affacciati sul mediterraneo tutti con culture millenarie e lingue e religioni diverse….a parte il fatto che capitali come Napoli e Palermo si sono sviluppate sul mare e pertanto al centro dei traffici e degli scambi per secoli… il primo piroscafo a vapore che varco’l’Atlantico nacque a Napoli, ma a parte il mare, anche le industrie della carta, della seta, della lana erano all’avanguardia, la medicina pure e uomini di grande caratura erano presenti in tutte la branchie della cultura, filosofica, letteraria, giuridica, musicale…I Borbone Napoli dal 1734, cioe’ dopo aver scacciato gli austriaci con la vittoria a Bitonto (un monumento a ricordo fu da Carlo di Borbone fatto erigere per celebrare “L’ITALICAM libertatem”) furono una dinastia illuminata che subito si adopero’ per metter ordine con il “Catasto onciario” in un territorio vasto dalle tradizioni e comportamenti i piu’ vari e fuori controllo…
    Quando, dopo due attentati a Ferdinando II, sali’ al trono il giovane Fracesco II, venne l’ora propizia per gli inglesi d’accordo con Cavour, indebitato fino al collo, di spingere i Savoia a prendersi il regno con il compenso per loro della Sicilia, per non essere messi fuori gioco dalla Francia che stava aprendo il canale di Suez…
    Altro che unita’ d’Italia, slogan che va bene per i romantici del tempo…
    Distruzione di un Regno, stragi, persecuzioni per anni degli indomabili che chiamarono briganti, incendi di paesi interi,…la repressione che sappiamo quando si vuol domare un popolo, che se puo’ fugge, se non puo’ cede alla corruzione di chi si piazza col nuovo che comanda… i piu’ ammanicati con l’invasore si piazzano a Torino nel nuovo parlamento, salvo nel giro di due tre anni recriminare in che stato e’ ridotto il popolo da cui provengono…. Ma ormai e’ troppo tardi…e la mafia la fara’ da padrone… Il resto lo sappiamo, e’ l’oggi..
    Di chi e’ la colpa?…dell’Italia unita naturalmente… non ci scappa! Lo e’ stata per tutti i popoli della penisola… Ma Cattaneo se ne e’ accorto subito, e Miglio venne dopo di lui, e oggi ci siamo noi che dobbiamo capirlo: il destino che ci aspetta non puo’ che essere una grande confederazione di popoli liberi ciascuno nel proprio Stato.

    • Stefania says:

      Caterina, commentare è una cosa. Avere il diritto di attaccare senza garbo è un’altra. Ci sono modi diversi per esprimere il proprio disappunto. Questa è la casa di tutti, ma i toni vanno tenuti garbati.

      • caterina says:

        e’ vero, e Lei ha ragione… Ma dovrebbe valere anche per gli autori… nelle prime tre righe dell’ultimo capoverso c’e’ un’ingiuria che ritengo inaccettabile, non solo per me che sono un’ammiratrice esterna di Ferdinando Il, ma anche per tutti i “poveri sudditi” che ancora oggi ne coltivano la memoria, e magari sono intellettuali e storici… lo depenno un certo ex giornalista Surace che riversa maldicenze per i nordici tutte le volte che ne ha l’occasione… ma per fortuna e’ riparato in Francia…a Napoli gli hanno distrutto l’ufficio.

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