Da Machiavelli ad oggi: ascesa e caduta delle Province

di SERGIO SALVI

La semantica storica è quella disciplina che studia il mutamento di significato di una stessa parola durante lo scorrere degli anni e dei secoli. È un disciplina il cui studio appare fondamentale per i politici e i giornalisti i quali, tuttavia, sembrano non dedicarle la minima attenzione.

Ai tempi di Niccolò Machiavelli, ma anche assai prima, il significato della parola “provincia” corrispondeva a quello che oggi, magari scorrettamente, si intende per “nazione”. Secondo Machiavelli, l’Italia era una “provincia” mentre Firenze e Siena erano due “nazioni”. Il termine “regione”, oggi tanto di moda, era allora piuttosto desueto. Comunque, la “provincia” si è, Almeno semanticamente, progressivamente ristretta. Per venire all’Italia, tutti gli stati pre-unitari erano, alla vigilia della cosiddetta “unità”, divisi proprio in province. Faceva eccezione il Piemonte, che era strutturato in “divisioni” (e questa terminologia di tipo militare dice molto proprio sulla incipiente “unità”).

La prima Italia unita, tutta presa dall’intento di far dimenticare gli stati inglobati, si basò proprio sulle province che li costituivano. Disaggregandoli, si suddivise in 59 province che ricalcavano, ma senza più soluzione di continuità tra di loro, gli antichi confini interni agli stati fagocitati. Anche se il loro numero era destinato ad aumentare via via che procedevano le annessioni: le province erano l’unità di base della distrettuazione dello stato e raccoglievano nel loro grembo materno i comuni, l’ente locale di più antica tradizione e il più vicino ai cittadini (ma solo in parti del centro e del nord). Per passare dal comune allo stato era obbligatorio transitare per la provincia, dotata sì di una modesta autonomia ma sulla quale incombeva minacciosa la figura del prefetto, un alto funzionario nominato dal governo, che la controllava con feroce attenzione, nonostante la provincia godesse di propri organi elettivi anche se con poteri limitati.

Il regno d’Italia, appena “unito”, pensò anche ad istituire alcuni enti “superiori” alle province, cioè alle regioni, ma decise subito di non farne di nulla, dichiarando di non sapere quali, quante e dove fossero (escluse le isole). Nel 1863 raggruppò infine le province in “compartimenti”, di taglio cervellotico, privi di personalità giuridica, ai meri fini del censimento e della rendicontazione statistica. Nel 1912 questi compartimenti presero il nome ufficioso di “regioni” e dettero origine ad uno degli equivoci più colossali della nostra storia recente. Ne parleremo in un prossimo articolo. Il regno d’Italia giunse così al fascismo suddiviso in province. E il fascismo cercò più volte di abolirle per render il morso dello stato più omogeneo. Ne abolì comunque quel minimo di autonomia e di parvenza democratica che ancora possedevano.

Dopo avere “riformato” i comuni, sostituendo consiglio comunale, giunta e sindaco con un podestà nominato con decreto reale, fece lo stesso (siamo al cuore degli anni venti) con le province. Al posto di presidente, giunta e consiglio provinciale, vennero istituiti un preside e un organo collegiale, il rettorato, entrambi nominati con decreto reale, i quali misero fine agli ultimi conati di autonomia e di democrazia elettiva. Prima che a un proprio rettore, si era pensato di affidare le province direttamente al prefetto. Le province rimasero, anche se più di nome che di fatto. Ma perché il fascismo non ebbe cuore di abolirle del tutto? La ragione vera era la presenza del fantasma della regione, evocato durante lo stato unitario (dopo un suo primo e brevissimo “innamoramento” che portò al progetto Minghetti, subito esorcizzato) da alcune forze politiche, i popolari, e da molti intellettuali. Per non trovarsi tra i piedi eventuali regioni, almeno territorialmente assai più consistenti, il fascismo mantenne così, sia pure a malincuore, le province, ormai del tutto addomesticate, che gli facevano meno paura dal punto di vista della centralità assoluta dello stato.

Veniamo all’oggi. Le province, ripristinate nella loro gracile rappresentatività dopo la caduta del fascismo e l’avvento della repubblica, sono di nuovo in via di abolizione proprio per mano del governo repubblicano, o comunque di drastica riduzione per accorpamento. Ciò accade per ragioni opposto a quelle addotte dal fascismo. Proliferate in maniera impressionante (dalle 59 iniziali alle 110 odierne), trasformate in piccoli centri di potere e di corruzione e costosissime, si dice che si imponga un intervento massiccio nei loro confronti, se non altro per razionalizzare la spesa pubblica. Ma non solo. Dal 1960, esistono infatti le regioni, che formano, o dovrebbero formare, la “rete” reale della sovranità popolare, sempre meno sottoposta al potere centrale e, si spera, sempre più rappresentativa del “popolo” che vive sul territorio di loro pertinenza: senza più bisogno, in buona parte dei casi, di una frammentazione interna spesso efferata e comunque, quasi sempre artificiale e insensata. Lo dimostra il caso recente dei 7 comuni del Montefeltro che, dopo anni di lotta e un referendum popolare, sono riusciti ad abbandonare la provincia di Pesaro-Urbino dove lo Stato italiano li aveva costretti, e sono felicemente e democraticamente approdati nell’agognata provincia di Rimini: dalle Marche all’Emilia-Romagna. Questo, però, la dice lunga anche sull’artificialità e l’insensatezza, oltre che delle province, delle regioni attuali.

Prendiamo proprio le Marche: un nord romagnolo, un centro più o meno “umbro”, un sud nemmeno troppo vagamente “abruzzese”. Quando leggo di un movimento “indipendentista” marchigiano, considerate queste premesse, mi accade di scuotere la testa con un diverso movimento, questa volta fisico, allo stesso tempo ondulatorio e sussultorio, sul tipo di quello appena accaduto in Emilia-Romagna.

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