Cari tecnocrati, o si riduce lo Stato o si muore!

di CLAUDIO ROMITI

Mi associo con quanto scritto  da Gianluca Marchi circa la surreale faciloneria con la quale personaggi pubblici di ogni ordine e grado urlano le loro ricette per far uscire il Paese di Pulcinella dalla crisi in cui sta inesorabilmente sprofondando. Ovviamente, nel mare magnum di un keynesismo da burla, orientato alla stampa indiscriminata di cartaccia a corso legale, spiccano i proponimenti espressi da gran parte delle forze politiche circa i sempre più chimerici tagli alla spesa pubblica. Con tanto di grafici e tabelle numeriche, gli esperti dei partitoni e dei partitini cercano di spiegare ai loro potenziali elettori che, grazie ad un uso sapiente dei bottoni e delle leve di comando, sarebbe possibile realizzare una sorta di miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, salvaguardando l’attuale livello delle prestazioni offerte dalla mano pubblica, all’interno di un sostanzioso abbattimento della spesa pubblica e della relativa tassazione.

Lungi dal voler affrontare la questione sotto il molto meno rassicurante profilo sistemico, i migliori rappresentanti dell’attuale politicaccia si sforzano di convincere il parco buoi dei cittadini-elettori che attraverso un uso oculato dell’infernale macchina pubblica, costituita da una incontrollabile ramificazione di centri di spesa, è possibile tenere sotto controllo il bilancio dello Stato, favorendo nel contempo una politica di rilancio economico. E come funghi, rispuntano un po’ ovunque propositi di dimagrimento della stessa spesa che risalgono alla prima Repubblica. Tra questi citiamo il blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, la riduzione delle auto blu,il  taglio dei costi della politica, la lotta senza quartiere ai falsi invalidi, il ridimensionamento delle pensioni d’oro e delle retribuzioni degli alti dirigenti di Stato, il giro di vite sulle consulenze, il drastico abbattimento delle varie forme di sussidi pubblici alle imprese, alla cultura, allo sport e chi più ne ha più ne metta. Le note promesse da marinaio.

L’idea di fondo è sempre la stessa: cercare di far passare il concetto che lo Stato, questo ente infernale che sembra fatto apposta – come scrisse il grande Bastiat – per far vivere qualcuno alle spalle di qualcun altro, può continuare a distribuire “pasti gratis” senza deprimere la capacità complessiva del sistema economico. E l’ultima sponda di una siffatta forma di collettivismo strisciante, travestito da capitalismo, sembra incarnarsi in alcuni autorevoli esponenti dell’accademia. A ruota del bocconiano Monti, quello che ha interpretato il rigore richiesto dall’Europa quasi esclusivamente aumentando il già folle prelevo tributario allargato, si è infatti creata una sorta di cultura politica di orientamento tecnocratico con la quale rinforzare la citata illusione dei pasti gratis. Quasi che un celebrato professore, con un ricco bagaglio di pubblicazioni e riconoscimenti alle spalle, possa gestire meglio di un politico navigato il tragico bilancio finanziario dello Stato italiota.

Da questo punto di vista, saper far di conto – come soleva dire un leghista di governo della prima ora – non serve a nulla se non si comprendono le ragioni profonde, per l’appunto sistemiche, che hanno condotto sull’orlo del collasso la nostra economia, costretta a finanziare un Leviatano che spende il 55% della ricchezza nazionale, sommerso compreso. Mi sembra ovvio che di di fronte al portato evidente di un processo socio-politico il quale, gradualmente ma inesorabilmente, ha sempre più squilibrato l’assetto economico della Penisola, consentendo lo sviluppo di un parassitismo pubblico con pochi esempi in Occidente, non si possono avanzare delle ridicole ricette di natura contabile, della serie “razionalizzo questo o quel comparto a vantaggio di un welfare nuovo, ripensato per i più deboli”, come sento da tempo proporre da un piccolo partito che si sforza di portare avanti una bizzarra forma di liberalismo sociale.

Se non si riconosce che la mala politica, la burocrazia soffocante, la crescente estorsione fiscale, gli enormi sprechi di risorse e l’insostenibile indebitamento accumulato costituiscono semplicemente il frutto perverso, ma inevitabile, della irresistibile espansione del perimetro pubblico non si va da nessuna parte. Da questo punto di vista possiamo pure continuare a baloccarci nell’illusione che un altro Stato è possibile, al pari di quei cocciuti comunisti che ancora si rammaricano di una pessima applicazione della loro salvifica dottrina, tuttavia senza un suo drastico ridimensionamento non si cava un ragno dal buco, come si suol dire. Drastico ridimensionamento che, come ha correttamente dichiarato più volte in tv l’esponente di Fare per fermare il declino Alessandro De Nicola, deve partire dal presupposto di ridurre le prestazioni offerte – coercitivamente, aggiungo io – dallo Stato medesimo. In sostanza o si riduce il Leviatano o si muore, tertium non datur.

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10 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Leggevo , or ora, due interessanti notizie.
    Il debito spagnolo è a circa 923 miliardi da 775 rispetto a 12 mesi fa. All’88,2% rispetto al Pil.

    Poi, Le regioni non riescono a sbrigare le pratiche di cassa integrazione perché non ci sono soldi.
    Molte aziende ne fanno richiesta, ma non la ottengono perché non ci sono soldi in cassa. Allora Uil chiede che sia ripartito un miliardo tra tutte le regioni “affinché le famiglie abbiano un po’ di sollievo”,

    Se queste non sono due notizie da fallimento in corso, io non saprei proprio cosa lo possa essere.

  2. Marco Mercanzin says:

    Mi ripeto : lo stato italiano e i suoi politici, tecnocrati, tirapiedi, prefetti andrebbero presi a calci nel culo e mandati a processo tipo Norimberga.
    La spesa dello stato andrebbe riallocata per produrre sviluppo.

    Ma la causa dell’attuale crisi non è la spesa pubblica.

    Nel link sottostante l’ammissione tardiva del vice di Draghi e una tabella che spiega come la causa sia il l’aumento del debito privato nei paesi periferici.
    Per chi vuole capire.

    http://vocidallestero.blogspot.it/2013/06/la-bce-scopre-che-il-problema-e-la.html?m=1

  3. Albert Nextein says:

    Egregio Sig.Romiti, date le premesse, i precedenti, e la storia, io direi proprio che si muore.
    Senza dubbi.

  4. fabiomln says:

    la riduzione dello stato passa da una riduzione delle spese, giusto?
    ebbene abbiamo visto cosa ha portato la gestione di Monti.
    Aumento della disoccupazione, calo drastico del pil, conseguente aumento del debito pubblico (anche a fronte di un aumento delle tasse).
    Cosa vi serve ancora per capire che l’europa è stata un fallimento, che è ora di uscirne e ricreare la nostra lira?

    Se la teoria delle vostre formulette si infrange di fronte all’evidenza la spiegazione dovrebbe essere logica: la teoria è totalmente sbagliata.
    Nemmeno la Germania, o meglio i cittadini, stanno bene. Il loro potere di acquisto è calato drasticamente e la loro competitività passa da un calo dei loro salari reali.
    Nemmeno quando saremo ridotti in cenere come la Grecia cambierete idea!

    • Aquele Abraço says:

      Il problema è che i pelasgici sperano o son convinti di poter replicare con i germani lo stesso schema con cui stanno derubando i padani, il solidarismo malsano cattocomunista imposto per legge. Ma la storia non vi ha insegnato, cari cattocomunisti, che già Calvino e Lutero (puro sangue ariano) avevano rifiutato secoli fa uno schema analogo. Per quale motivo i loro discendenti dovrebbero accettarlo ora?

    • Luca says:

      Direi che il premio “miglior analisi economica da bar” ti spetta di diritto (non è un complimento, nel caso non lo si fosse capito)

  5. Maurizio says:

    Con Saccomanni post-montiano all’economia un piano di riduzione degli sprechi è impensabile. Ho la netta impressione che lo stiano facendo apposta ad affondare il paese e provocare una rivolta. Sennò certe decisioni sciagurate venute da persone preparate non sarebbero concepibili.

  6. lory says:

    i tagli mai! è quindi è meglio fallire subito !

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