Lo “stato etico” non mi piace e non c’entra con la “cittadinanza”

di GIACOMO CONSALEZ

Caro Fumagalli, ho letto il suo articolo pubblicato ieri su “l’Indipendenza e intitolato “La rivoluzione deve partire anche dal linguaggio” e secondo me lei sbaglia. Lo stato (insisto nell’usare la minuscola) è esattamente quello che lei descrive come “l’insieme dei governanti e dei burocrati, come “corpo separato”, distinto dalla massa del popolo”, e trovo sia profondamente mistificatorio proporre che lo stato debba coincidere con la cittadinanza. Quello che io vedo come un problema è il fatto che lo stato venga reificato da parte dei nazionalisti che lo rappresentano come una struttura dotata di un giudizio e di un’etica sua propria, un arbitro imparziale e garante di moralità e giustizia. La concezione Hegeliana dello stato etico, cara alla sinistra italiana, ha prodotto 200 anni di disastri incalcolabili.

Per me lo stato migliore è un branco di minuscoli somarelli imbrigliati con redini corte e tenuti saldamente sotto controllo dalla cittadinanza sovrana, comunità per comunità, territorio per territorio. È una rete in franchising di uffici postali delle dimensioni stabilite da ciascuna comunità, che svolgano la gestione corrente fintanto che producono più di quanto costano, e che agiscano sotto la perenne minaccia di chiusura e smantellamento unilaterale e inappellabile da parte dei cittadini.

I funzionari di questa rete in franchising non dovrebbero operare in un monumentale fortilizio protetto da un costoso apparato militare, ma tornare a casa ogni sera negli stessi quartieri dove vivono i cittadini comuni, riconoscibili dallo sguardo torvo, i quali, essendo membri di una milizia popolare, custodiscono un fucile ben oliato nell’armadio. Solo a queste condizioni uno stato, e i suoi operatori, potrebbero meritarsi, loro malgrado ed obtorto collo, l’appellativo di “marginalmente onorevoli”. Fino alla prima prova contraria.

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7 Comments

  1. Luciano says:

    E la concezione Hegeliana dello stato etico, cara alla sinistra italiana, ha prodotto 200 anni di disastri incalcolabili. Vero! Ti vogliono imporre come devi parlare ( non usare certi vocaboli, ) come reprimere le tue opinioni perché offendono il prossimo, come tacere ciò che ti piace e ciò che non ti piace, come comportarti, quando gioire e quando recriminare. Insomma legiferare sulla “buona” educazione e sui sentimenti. Pazzesco.

  2. fiorenzo says:

    grazie Giacomo.
    “stato” e’ il participio passato di opprimere i cittadini,
    “autogovernarsi” e’ il futuro prossimo del verbo vivere da uomini liberi.

  3. Druido Lombardo says:

    Complimenti Dott. Consalez. No allo stato etico, si alla libertà!

  4. Albert1 says:

    Sottoscrivo ogni parola del Sig. Consalez.

  5. Franco says:

    Caro Consalez siamo perfettamente d’accordo che la definizione “Stato etico” di Hegel ha generato, come lei dice “200 anni di disastri”, e mi permetto di ricordare che per il sig. Hegel “lo stato fonda la sua sovranità e la sua ragione d’essere in sé medesimo e non nel popolo”. E’ questo il concetto che mi sono sforzato di contrastare, forse non riuscendoci. Purtroppo è ancora hegeliana la concezione di stato che vige nel nostro Paese. A mio parere, se anche lei, condanna Hegel, come ravviso dalle sue chiare parole, viene ad essere contraddittoria la sua affermazione “è mistificatorio proporre che lo stato coincida con la cittadinanza”, quando per “cittadinanza” si intenda il vincolo di appartenenza ad un popolo. Io sostengo che è proprio quest’ultimo il titolare dello stato e quindi del potere riconosciutogl, e non gli organi pubblici. Cordialità.

  6. Dino Caliman says:

    Come è possibile comunicare per poter accordarci? Il significato semantico di ogni parola vale per gruppi culturali omogenei,siciliani milanesi ecc.
    I politici all’apice, poco possono fare per risolvere i veri problemi che riguardano le città Italiane.Ai problemi già nostri si sono aggiunti quelli derivanti dalle comunità straniere.In città come Milano stravolta,negli ultimi
    20 anni,nel suo tessuto di scambi e relazioni che rendono risibili le problematiche degli anni 60.
    Come possono legiferare a Roma, condizionati da trattati Europei ed Internazionali e dall’ottica della chiesa? Non rimane che decentrino completamente alle città metropolitane tutti gli oneri inerenti alla loro gestione. Esse potranno regolamentare le condizioni migliori alla
    sopravvivenza delle loro aspirazioni di comunità sociale.

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