VIVIAMO DENTRO LO “STATO MASSIMO”: LA LIBERTA’ E’ UNA CHIMERA!

di SANDRO SCOPPA*

Uno dei fenomeni più significativi del nostro tempo è rappresentato dalla crescita accelerata e rilevante delle funzioni dello Stato che, come ha scritto Ludwig von Mises, «è essenzialmente un apparato di costrizione e coercizione». Mises ha giustamente visto che «il tratto caratteristico» delle attività statali consiste nel «costringere la gente, attraverso l’applicazione o la minaccia della forza, a comportarsi diversamente da come avrebbe fatto». Il processo di espansione della sfera di intervento statale appare al momento inarrestabile. Ed è favorito dall’azione di ideologiche ostili al mercato e alla cooperazione sociale volontaria, a cui l’affermazione in campo economico delle teorie keynesiane ha dato un rilevante e rinnovato sostegno. È così che, attraverso l’attribuzione di sempre più vaste competenze in materia economica e sociale, il potere pubblico reso pervasiva la sua presenza nella società. Come è mostrato da vari elementi, lo Stato è divenuto “massimo”.

Un primo elemento su cui occorre soffermarsi è senz’altro rappresentato dalla pressione fiscale, che appare spinta ai limiti dell’esproprio. Il che viene attuato mediante un sistema tributario notevolmente complesso e articolato, che impone un numero imprecisato di tributi. Ciò ha prodotto e produce gravi conseguenze a carico delle scelte individuali e della dinamica sociale nel suo complesso. Viene impedita la realizzazione di progetti economici, perché l’imposizione li renderebbe infruttuosi. Le risorse vengono in tal modo distolte da settori verso cui i privati le avrebbero indirizzate e vengono convogliate verso settori decisi da politici e burocrati.

Altro ma non meno importante elemento è dato dal controllo da parte dello Stato dell’istruzione. C’è un regime di monopolio, che abbraccia le scuole di ogni ordine e grado e il sistema universitario, anche gli atenei gestiti da enti privati, che sono sottoposti all’autorità centrale e periferica del Ministero dell’Istruzione e assoggettati al principio di conformazione al modello statale.

C’è poi il controllo dei mezzi di informazione: i giornali, per i quali è persino previsto il finanziamento pubblico; la televisione di Stato, che rappresenta un mezzo pubblico a carico dell’erario,  ma che è posta al servizio della politica. Lo Stato controlla altresì l’economia e i fenomeni di mercato, non solo direttamente con le aziende pubbliche e ponendosi come imprenditore, ma anche sussidiando gruppi contigui alla politica, che sopravvivono proprio per i contributi finanziari dello Stato e la socializzazione delle perdite. Per effetto di ciò, interessi vari si mescolano a danno delle categorie che, senza protezione, operano sul mercato. L’ingerenza statale nell’economia si realizza anche con la limitazione della proprietà privata, che viene regolata e guidata da interventi governativi e di altre forze dotate di poteri coercitivi, ovvero imponendo la realizzazione di fini “sociali”.

A fare da cornice a tutto ciò, c’è ovviamente l’identificazione del diritto con la legislazione e l’assenza di limiti alla produzione legislativa. Il che rende onnipotente il legislatore. C’è qui il problema dell’inflazione legislativa, conseguenza della produzione politica del diritto, da parte di maggioranze mutevoli e interessate esclusivamente a tutelare i loro particolarissimi interessi. E viene in tal modo meno la certezza del diritto, «concepita come possibilità di progettare a lungo termine da parte degli individui, per quanto concerne la loro vita e gli affari privati» (Bruno Leoni).

Si comprende allora perché la configurazione dello Stato massimo costituisca una grave minaccia per la libertà individuale e di scelta tout court, che viene così notevolmente limitata. E viene limitato il confronto critico, che nella società aperta svolge una funzione imprescindibile. Viene cioè compromessa la competizione in politica, in economia e in ogni tratto della vita sociale. Ciò significa che viene inficiata la ricerca delle soluzioni che meglio resistono al confronto e che stanno alla base dello sviluppo. Come ha chiarito Friedrich A. von Hayek, la competizione non è una lotta di tutti contro tutti, bensì un processo che fa emergere ciò che è opportuno fare e ciò che non lo è. Lo Stato non dispone di alcuna superiorità conoscitiva. Il gruppo di uomini che lo rappresentano hanno sempre una conoscenza inferiore rispetto a quella presente nella società. In sostanza, se il principio competitivo (e il fallibilismo) vengono sostituiti dal monopolio dello Stato e dalla presunta superiorità gnoseologica dei suoi apparati, ci priviamo di tutta la ricchezza che un processo sociale davvero aperto può produrre.

A tale situazione occorre porre rimedio. Il potere pubblico deve essere limitato; il che non equivale a farne a meno. Come Mises ha rilevato, «quel che caratterizza il punto di vista liberale è l’atteggiamento nei confronti della proprietà privata e non l’avversione per la “persona” dello Stato»; mentre Hayek ha aggiunto: «Il liberalismo si distingue nettamente dall’anarchismo e riconosce che, se tutti devono essere quanto più liberi, la coercizione non può essere interamente eliminata, ma soltanto ridotta al minimo indispensabile, per impedire a chicchessia […] di esercitare una coercizione arbitraria a danno di altri». Il potere pubblico è pertanto insopprimibile. Tuttavia lo stesso non può assumere le dimensioni dello Stato massimo, né sostituirsi ai consociati in quello che essi possono fare autonomamente, ma deve limitarsi a svolgere una funzione di servizio nei confronti della libera cooperazione sociale volontaria. Ossia: al potere pubblico deve essere demandata la “produzione di sicurezza”, ma i bisogni devono essere soddisfatti tramite la libera cooperazione sociale.

*Tratto da Liber@mente n. 5/2012

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Roberto Porcù says:

    Condivido le opinioni al 1000 per cento. Uno Stato deve fare ciò che i Cittadini isolatamente od in gruppi non possono fare, uno Stato non deve fare tutto.
    L’articolo chiude con questa considerazione, ma non dà alcuna soluzione a come venirne fuori.
    Le soluzioni possibili sono, secondo me:
    1 – l’atteso default, il fallimento dello Stato siffatto e la presa di coscienza dei Cittadini (facile il primo e più arduo il secondo).
    2 – mandarlo letteralmente “affanculo”, mettere in valigia le proprie competenze e scegliersi una nuova Patria, senza rimpianti – se le competenze sono imprenditoriali, dislocare, produrre altrove e chiudere in Italia.
    3 – impiantare una guerra civile, ché è da escludere si possa avviare democraticamente una tale virata ed i Cittadini, educati al “non pensare” sono decisamente a favore dello Stato massimo.
    4 – e questa non è una soluzione, ma un depistaggio, incanalare lo scontento per lo Stato massimo in piccoli Stati massimi, affinché tutto cambi, ma nulla cambi.
    Qui in Veneto c’è un fiorire di movimenti che auspicano un distacco dall’Italia come autonomia locale, se non totale indipendenza. Ce ne fosse uno che si impegnasse su qualcosa per il “dopo”. Tutti seguono la pista che ha portato la Lega a non concludere nulla e vogliono semplicemente che i politici locali abbiano più quattrini da gestire.

    Per me l’unica soluzione valida che invito a seguire è la 2° : chi può si metta in salvo e lasci l’Italia al suo destino.

  2. Federico Lanzalotta says:

    L’IMU È esproprio di capitale immobiliare.
    Scuola pubblica! non a caso è un dogma intoccabile per vaticano, comunisti e fascisti, le ideologie si reggono solo con la irreggimentazione delle masse fin dalla più tenera età.
    Confindustria è una delle lobby di Stato più potenti insieme ai sindacati, pappa e ciccia.
    Stato massimo = Libertà minima

Leave a Comment