Stato latitante, giustizia politicante. Ecco l’Italia, paese al contrario

giustizia italianadi ROMANO BRACALINI – Le lentezze e le incongruenze della giustizia italiana sono universalmente note al punto che i giornali americani scrivono “giustizia italiana”, tra virgolette,come di una avvertenza necessaria,come di un’altra curiosità o stranezza del “caso italiano”. Nel 2009,secondo i dati del ministero della giustizia e della Banca d’Italia, la spesa pubblica italiana per la giustizia risultava di 7.325.170.000 euro all’anno, superiore di gran lunga a quella del resto d’Europa.

La giustizia italiana è la più costosa d’Europa ma la meno efficiente. 

In Italia sono necessari 1.210 giorni per recuperare un credito dallo Stato, in Spagna ne bastano 515, nel Regno Unito 399,in Germania 394, in Francia 331, negli Stati Uniti 300. L’Italia è ultima in tutta l’area OCSE. La durata media delle cause civili nelle Corti d’Appello è di 1.549 giorni (oltre quattro anni), e più di mille giorni durano le cause di previdenza e quelle in materia di lavoro privato. Per ottenere una separazione giudiziale ci vogliono 740 giorni,per un divorzio giudiziale 645.giustizia

Le lentezze della giustizia italiana non derivano dalla mancanza di risorse e di personale, come spesso si sente dire, ma dal loro inefficiente uso e dallo scarso lavoro svolto. Negli altri paesi europei i giudici hanno l’obbligo della riservatezza, in Italia vanno spesso in televisione, rilasciano interviste e sulla loro popolarità hanno costruito durature e lucrose carriere politiche. In Italia nel 2008 c’erano 6.105 giudici ordinari contro una media europea di 4.208 e le Corti erano 1.178 contro una media europea di 729. I magistrati italiani avanzano nelle loro carriere in base all’anzianità e al passare degli anni, non in base al merito e alle capacità professionali.

Nel mondo giuridico internazionale le richieste di estradizione italiane sono famose per le motivazioni insufficienti, approssimative e poco chiare da un punto di vista linguistico. Non è un mistero che parecchi magistrati (specie del Sud) abbiano un cattivo rapporto con l’italiano. Basta leggere le motivazioni delle sentenze. La sintassi è malferma, il congiuntivo sconosciuto, il vocabolario limitato. E tuttavia, a fronte di questo scarso bagaglio culturale, i magistrati hanno poteri enormi che esulano dai lori compiti specifici. ”Le toghe più potenti dell’Occidente”  titolava recentemente il “Financial Times” con chiara allusione alle toghe più politicizzate d’Europa.

Succede in ogni epoca che i giudici acquisiscano potere “politico”, in ragione della diminuita autorità dello Stato, ma in nessun luogo come in Italia capita che il “terzo potere” (un potere indipendente ma non privo di regole di autocontrollo) colmi il vuoto politico lasciato dai partiti con la pretesa non solo di surrogare lo Stato ma addirittura di invocare un “governo togato” che dovrebbe avere la prerogativa di emettere sentenze con forza di legge. Tutto ciò col risultato di aumentare la tendenza delle Corti a estendere il proprio raggio d’azione sul piano politico,ampliando la portata del conflitto con gli altri poteri dello Stato.

Recentemente un magistrato ha detto esplicitamente: “E’ arrivato il momento di disobbedire alle leggi dello Stato”. In quale altro paese un giudice avrebbe osato esprimere un giudizio così eversivo,senza finire sotto processo o essere cacciato per indegnità? Invece il giudice è rimasto al suo posto.

In certe sentenze c’è spesso una volontà punitiva che esula dal codice,in altre invece il giudice usa un riguardo eccessivo per l’imputato. Come non definirle entrambe sentenze “politiche”? “Le legge è uguale per tutti” che campeggia nelle aule di tribunale è una scritta mendace. Fosse vero non ci sarebbe bisogno di scriverlo.

Così la magistratura, chiamata con più frequenza a fare da arbitro, ha finito per avere un compito esclusivo tra le parti e,in buona sostanza, ha esautorato lo Stato e legiferato in sua vece, emettendo sentenze in forza di legge, come in un supposto e invocato “governo dei giudici”. Siamo al paradosso tipicamente italiano, in cui se la partitocrazia ha abolito la democrazia, la magistratura le ha dato il colpo di grazia.

Print Friendly

Articoli Collegati

2 Commenti

  1. luigi bandiera says:

    Evidente che la santa inquisizione non e’ mai morta. (Lo dico da tanto tempo inutilmente).
    .
    O sotto una spinta religiosa o sotto la mamma politica essa ha un potere abnorme che esercita e in nome di Dio, se santa, e in nome del popolo, se e’ laica, atea o miscredente. Agnostica.
    Non crede che a se stessa e al suo abnorme potere che cresce sempre piu’ perche’ fa le leggi avendo occupato anche quel posto di potere che era dei rappresentanti del popolo un tempo eletti dallo stesso, e: un re non si fara’ mai e poi mai una legge contro… per cui oggi chiediamoci: chi e’ il RE, il SOVRANO..?
    Ne Dio e ne il popolo… viste le leggi contro di quest’ultimi.
    Salam

  2. Padano says:

    Uno degli aspetti più “singolari” della giustizia italiana, dal punto di vista anglosassone, è la possibilità del “trial in absentia”, ovvero il procedimento in contumacia.
    A dispetto di quanto generalmente si ritiene, il condannato in contumacia non è necessariamente colui che, informato di un procedimento a suo carico, abbia deciso liberamente di non presentarsi.
    L’ordinamento italiano consente di processare e condannare cittadini senza che, di fatto, siano mai stati informati di essere accusati (“Trials in absentia… are ‘not infrequently held in Italy’”, Herman Schwartz).
    In Maleki v Italy (1997), il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite sostenne che la politica italiana dei procedimenti in contumacia costituiva un vulnus del diritto all’equo processo (“fair trial”) così come sostenuto all’art. 14 della Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici. L’Italia sostenne che se un imputato in contumacia è rappresentato da un difensore nominato dal tribunale, e se egli o ella abbia l’opportunità di essere ri-processato, il diritto all’equo processo non viene violato.
    Tuttavia il Comitato espresse disaccordo, descrivendo la posizione dell’Italia come “chiaramente insufficiente… a giustificare il processo di un accusato in absentia” restando dell’opinione che il diritto al [equo] processo era stato violato.
    Nel 2009, un ex agente della CIA e altri due cittadini statunitensi vennero processati e condannati in absentia da una corte di Milano per il rapimento di un sospetto terrorista egiziano.
    Il famoso processo ad Amanda Knox per l’assassinio di M. Kercher nel 2007 evidenziò la volontà dell’Italia di processare gli imputati in contumacia.
    Certi casi giuridici (es., Gallina v Fraser) supportano la tesi che la difesa da parte di un difensore d’ufficio, ancorché in mancanza di efficace notifica all’imputato, non sia sufficiente per l’esercizio di una difesa non meramente formale.

Lascia un Commento