STATO DELL’UNIONE FORZATA: E’ ORA DI REFERENDUM

di ALESSANDRO STORTI

E così, dopo oltre un anno di passione condito da imbarazzanti manifestazioni di maldestro patriottismo, è passato anche il fatidico centocinquantesimo. 150 anni non sono davvero pochi. E si sentono. In questi 15 decenni, lunghissimi o fugaci, se ne sono viste di tutti i colori, spesso ottime cose, molto più spesso pessime. Tragiche, nefande, vergognose. Una serie quasi ininterrotta di guerre civili non dichiarate, colpi di stato o similtali, guerre mondiali vissute pericolosamente, avventure coloniali imbarazzanti e sanguinose. In aggiunta a tutto ciò, da ormai almeno vent’anni, abbiamo a che fare con un’anomala “dittatura parlamentare” e territoriale lazial-meridionale, fondata sullo sfruttamento fiscale spinto delle Regioni più produttive del Nord e sullo spreco incessante di denaro “pubblico”, cioè sostanzialmente nostro. Nostro di noi cittadini lombardi, veneti, emiliani e romagnoli.

Questo sacco del Nord, tanto bene analizzato e descritto dal professor Ricolfi nell’omonimo volume di qualche tempo fa, si salda peraltro alla peculiare struttura dell’apparato burocratico statale italiano, nato piemontese e divenuto in brevissimo tempo borbonico, nei modi e nella provenienza del personale amministrativo, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di cultura di (mal)governo. Aggiungeteci il recente influsso delle rigidità normative tecnocratiche di produzione comunitaria e avrete la descrizione della tempesta perfetta; una tempesta che da anni si addensa sulle nostre terre e su quella galassia di “capitalismo molecolare” che le caratterizza, per usare un’espressione di Marco Alfieri, giornalista della Stampa e autore del saggio “Nord terra ostile”. Nel suo volume, la Padania veniva identificata come ostile alla sinistra, ma l’ostilità del Nord è, da un ventennio, essenzialmente verso lo Stato italiano unitario in quanto tale; ad andarci di mezzo è stata soprattutto la sinistra, elettoralmente parlando, perchè, più di ogni altro, tale schieramento politico si è eretto a difensore dei principi burocratici, impositivi e abnormemente redistributivi su cui lo stato tricolore si fonda.

Ora, il punto è che 150 anni, oltre ad essere veramente tanti, sembrano ormai diventati troppi per questa unione forzata in cui siamo andati a cacciarci a metà ottocento, certamente non senza la nostra responsabilità, ignavi come siamo stati nel subire le decisioni altrui o, peggio, nell’accodarci provincialisticamente all’indebitato carrozzone militarista savoiardo. Pazienza, quel che è fatto è fatto, tornare indietro non è possibile. Ma si può, anzi si deve, andare avanti. Perchè l’anno appena trascorso è il 2011, non il 1861, il tempo passa e le cose cambiano.

Ci siamo fatti 150 anni di unità, chi più chi meno, adesso è giunto il momento di verificare democraticamente lo stato dell’unione. E’ tempo che tutti gli indipendentisti e i sinceri democratici lombardi e veneti diano avvio al percorso che dovrà portarci, entro pochi anni, all’indizione dei referendum regionali per decidere se stia bene lo status quo oppure se le nostre popolazioni desiderino proclamare la secessione dallo Stato italiano e la costruzione di repubbliche indipendenti, inizialmente nell’ambito dell’Unione Europea, poi si vedrà. Gli eventi degli ultimi dodici mesi ci parlano di un mondo che cambia quasi alla velocità degli iPhone, può essere che la comunità continentale nei prossimi mesi o nei prossimi anni subisca cambiamenti oggi impensabili. Chissà.

Nel frattempo, qualunque cosa succeda nel mondo, è nostro dovere cominciare a decidere cosa può succedere qui. Senza imbarazzi, senza reticenze, senza falsi pudori provinciali, di chi pensa che non stia bene scegliere apertamente se essere indipendenti o se continuare a dover chiedere il permesso a Roma per costruire una linea della metropolitana o un peduncolo autostradale. Svegliamo la popolazione dormiente, gridiamo, in modo pacifico e sereno, ma sempre più ad alta voce: aprite gli occhi! Lombardi, Veneti, è tempo di decidere! Basta deleghe in bianco ad una classe digerente parlamentare che dell’ignavia ha fatto la propria bandiera, parassiti dormienti mentre norme e circolari costruivano un sistema di tosatura fiscale sempre più invasivo.

I referendum indipendentisti, oltre ad essere lo strumento principe per renderci liberi, hanno anche due grandissimi pregi comunicativi: entusiasmano (è bello scegliere di decidere!) e coalizzano senza bisogno di troppe formalizzazioni, di inutili gerarchie, di personalismi noiosi. Senza voler offendere nessuno, ciò che sta succedendo in Veneto (Stato) da qualche mese a questa parte è piuttosto imbarazzante. Per fortuna, sembra che le due fazioni del movimento indipendentista abbiano compreso che è tempo di concentrarsi sulla richiesta di indizione di un referendum da rivolgere all’amministrazione Zaia: al contempo, un ottimo obiettivo strategico e un’abile mossa politica. Allora, forza e coraggio, la strada è tracciata, ora va solo percorsa. Prima o poi il referendum arriverà e allora sì che ne vedremo delle belle. Si potrà finalmente discutere nel merito dell’opzione separatista, con i suoi pro (tantissimi) e i suoi contro (forse qualcuno serio ne esiste, chissà, magari ce lo spiegheranno i fautori dell’unità, dati alla mano). E soprattutto le persone potranno scegliere senza dover necessariamente veicolare la propria volontà attraverso il sostegno a questo o quel partito.

I partiti sono importanti, sia chiaro, sono il sale –ahimè spesso amaro– della rappresentanza democratica. Ma i partiti non sono tutto. Dal 1990, qui in Lombardia e in Veneto, siamo abituati a far coincidere le voglie più o meno separatiste della popolazione con il numero di voti incassati dalla Lega. Tutto ciò è dannatamente sbagliato. Il referendum per l’indipendenza è l’unico modo serio per valutare l’effettiva volontà di distacco dei cittadini. Per fortuna l’indipendentismo militante si sta strutturando politicamente in modo aperto e visibile, potendo così rappresentare una alternativa esplicita e concreta al partito di Bossi e a quelli unitaristi, ma l’obiettivo prioritario per i fautori della secessione deve restare il referendum. Non le gerarchie, non i rapporti formali fra strutture partitiche. Proprio per evitare che nuovi personalismi, nuove contrapposizioni organizzative, nuovi equivoci possano ancora una volta limitare al consenso verso questa o quella formazione la consistenza numerica di una scelta che dev’essere popolare.

Tocca a noi, il popolo lombardo e il popolo veneto, decidere. Ai militanti indipendentisti il compito di definire e costruire il sentiero giuridico per arrivare al fatidico giorno. Alle persone comuni, ai cittadini tutti, l’onere e l’onore di compiere, finalmente dopo 150 anni, una scelta. Dentro o fuori. Finalmente, per davvero.

 

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23 Comments

  1. elisa belloni says:

    buon giorno,
    a quando 4 calci in culo a tutta questa gentaglia?
    ma ci vogliamo svegliare o…..
    buona giornata

    Il vicepresidente di Equitalia: 25 poltrone e uno stipendio di 1.2 milioni di euro
    REDAZIONE 05 JUNE 2012

    Antonio Mastrapasqua è il vicepresidente di Equitalia e presidente dell’Inps. Ma non si ferma a 2 incarichi, ne ricopre qualcuno di più e incassa 1.200.000 euro all’anno.

    Su un ipotetico pallottoliere contiamo le mansioni di Mastrapasqua. Uno: presidente dell’Inps, 2: vice-presidente di Equitalia, 3 di Equitalia Nord, 4 di Equitalia Centro, 5 di Equitalia Sud. Dirigente di Italia Previdente, di Eur Spa, di Eur Tel, di Eur Congressi Roma, di Coni servizi Spa, di Autostrade per l’Italia, di Fandango, di Telecom Italia Media. Siamo a 13 poltrone. Ma come fa a partecipare attivamente a tante riunioni? Come riesce? Proseguiamo, la 14° poltrona è collocata nella sala del consiglio di amministrazione di Quadrifoglio, di

    Telenergia, di Loquendo, di Aquadrome. E le poltrone sono già diciassette. La 18° dove la tiene? Nel consiglio di amministrazione di Mediterranean Nautilus Italy, un’altra a ADR Engineering, Consel, Groma, EMSA Servizi, Telecontact Center, Idea Fimit SGR. 24 poltrone, beh, diciamolo, Antonio Mastrapasqua è proprio un collezionista.

    In un paese in recessione, con milioni di disoccupati, con molti piccoli imprenditori che si impiccano, con gli anziani che raccolgono la frutta scartata dai venditori ambulanti, mi pongo una domanda: cinque incarichi non sarebbero già un buon numero? Evidentemente Antonio Mastrapasqua attinge tempo da una decina di vite parallele. Semplice buon senso non fanno conciliare tante responsabilità – con interessi che si sovrappongono, si accavallano e galoppano – su un uomo solo. Noi italiani vogliano che il presidente dell’Inps e vicepresidente di Equitalia abbia altri 22 incarichi ai quali prestare attenzione e rendere conto?

  2. MARIS says:

    Il territorio Lombardo-Veneto non è dello Stato Italiano come dimostrato da questi fatti:

    1) era stabilito dal trattato internazionale del 1866 che l’annessione del Regno Lombardo Veneto al Regno d’Italia sarebbe avvenuta solo dopo la consultazione libera di tutte le popolazioni interessate; invece l’esercito italiano occupò militarmente il territorio Lombardo-Veneto prima che il popolo svolgesse il plebiscito libero su presunta richiesta di personaggi che legalmente non rappresentavano il popolo veneto ed erano un “governo fantoccio” creato dal Governo Italiano stesso; inoltre non si fecero votare tutti i cittadini della “regione” lombardia di cui le città venete di Bergamo, Brescia, Crema, Lodi. Il risultato del voto è giuridicamente nullo e non vale quale titolo di possesso.

    2) nel referendum del 1946 (in cui si votò per la monarchia o la repubblica) furono esclusi dal voto milioni di cittadini italiani aventi diritto, specialmente dell’Istria e della Dalmatia, e non furono mai fatti votare come era invece previsto dalla legge n.99 del 16/03/1946. Questo rende non valido il referendum e la Repubblica senza alcun titolo di legalità essendo il quorum registrato non sufficiente

    3) dalle fonti del diritto anche internazionali e riconosciute dall’Italia (L.n.881/1977 e art.L.n.340/1971) e’ dimostrato in Questo Documento, che il popolo veneto e’ sovrano anche nella “legge vigente” della Repubblica Italiana.

    4)con i fatti precedenti dimostrati da documenti, nel 2006 il Tribunale di Venezia è stato richiesto di dimostrare il legittimo possesso del lombardo-veneto; nel febbraio 2008 il giudice si è trovato costretto a dichiare il “difetto assoluto di giurisdizione” confermando che i cittadini del lombardo-veneto sono sottoposti ad altra legislazione rispetto agli italiani, similmente ai Comuni di Livigno e Campione. Questo indica che nessun tribunale dello Stato italiano può sentenziare il contrario.

    5) 1250 sottoscrittori veneti hanno presentato al tribunale dei diritti dell’uomo di Strasburgo denuncia contro l’Italia per violazione dei propri diritti, dal diritto ad un giudice di nazionalità veneta, al diritto al federalismo fiscale previsto da una legge del 1989, al diritto a magistrati nei processi fiscali, ai diritti linguistici. Il tribunale, accogliendo il ricorso, ha dimostrato di ritenuto NON INFONDATI i motivi (altrimento lo rifiutava come fa spesso), e farà sentenza entro il 2012.

  3. Gino says:

    Secessione da tutti e da tutto, isolazionismo federale.
    Sono piemontese per tre quarti e lomellino per un quarto con antiche radici padane nel nord ovest. Sono reo di appartenere ad una razza che ha avuto la disgrazia di avere avuto Cavour e i Savoia che, per sanare i propri debiti, hanno fatto l’unità d’Italia con la complicità di un massoncino poco più che ventenne che chiamò alcuni rinforzi. In questo ha piena ragione Giorgio, ma non condivido molto il pensiero che il sud è stato abbandonato. Se così fosse, in Piemonte parleremmo ancora il piemontese e non saremmo costretti ad abbandonare le nostre città per cercare un po’ d’intimità nelle campagne più remote. Grazie ad avere “abbandonato” il sud, noi pochi autoctoni rimasti, comprendiamo perfettamente il calabrese (che si è pure appropriato della nostra arcaica duja rinominandola ‘nduja con una generosa aggiunta di peperoncino), il pugliese, il napoletano, il siciliano, abbastanza il sardo, il lucano, il marchigiano e l’abruzzese. Oltre loro, comprendiamo perfettamente il veneto, il ferrarese e l’emiliano. Siamo a buon punto con lo swahili, il congolese, il marocchino, l’albanese, il romeno e il cirillico in generale. Il francese lo lasciamo per quei “gonard” dei frontalieri (loro ci chiamano così quando andiamo a sciare nel loro versante ma poi vengono con i pulman a fare la spesa a Porta palazzo). Insomma, siamo felici di essere ospiti a casa nostra e di avere avuto dei vecchi che hanno creato delle opportunità di lavoro che in parte ci siamo anche mangiate con la FIAT e quei furbacchioni degli Agnelli (sto pensando a Lancia e tutti quei carrozzieri di eccellenza come Bertone e Farina detto Pinin). Non mi pare che quelli di cui sopra giù a casa loro, abbiano imparato altrettanto bene il piemontese. E si che anche noi avevamo le pezze al culo prima e dopo le due guerre mondiali.
    Negli anni ’70, molti di noi avevano pensato di riunirsi con Roberto Gremmo per cercare di avere un minimo di respiro (l’Union Piemonteisa), ma Gipo Farassino lo annichilì per svenderci alla Lega Lombarda. Molti preferirono bere piuttosto che affogare, e riversarono le proprie speranze su una Lega che parlava con Miglio. Scoprimmo in seguito che Miglio aveva capito che Bossi “blanblinava” un po’, ma insistemmo lo stesso per vedere se era vero. Buttammo via voti (con ignominia), facemmo crescere un movimento trasformandolo in partito (Lega Lombarda), e i veneti con i lombardi non se ne curarono mai (a parte quelli della Liga Veneta di Rocchetta e i Serenissimi). I nostri voti, compresi quelli dei cugini liguri, sono sempre e solo stati eccipienti per fare vedere che la pastiglia era pesante. Vi ringrazio, ce lo siamo meritato, siamo talmente diversi all’interno della nostra regione che riusciamo a stare separati tra provincia e provincia come acqua e olio (e questo Facco lo sa visto che ogni tanto frequenta Gremmo e Comino).
    Malgrado questo, forse un gettone lo punterei ancora sull’UPA sempre che non mi ritorni Gremmo sulla scena attiva piemontese. Il mio sogno è ognuno a casa propria e a casa propria, ognuno la sua stanza. Io non ne posso più e siamo in parecchi dalle mie parti a non poterne più.
    P.S.: il momento è propizio, la FIAT tra pochi anni andrà via da Torino (era già pianificato da almeno venticinque anni ma lo sapevano in pochi). Fucksas farà il grattacielo di vetro al Lingotto e a Mirafiori sembra che sorgerà un mega centro commerciale (non per niente il massone Zanone si affrettò a firmare il piano regolatore nel suo unico anno da sindaco).

    • Giorgio says:

      Ciao Gino,

      io per abbandonato intendo proprio quello che descrivi tu, cioè che milioni di meridionali sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre, e fidati, non è certo una cosa che ci ha divertito. Pensate sia facile abbandonare famiglia, amici, parenti, ricordi, per andare a cercar “fortuna” altrove? Io l’ho fatto e vi assicuro che non lo è. Sarei stato molto più felice a casa mia, anche con poco, ma quel poco non c’era. Per abbandonato intendo anche che al sud non si è investito in infrastrutture e quando lo si è fatto è stato solo per scopi politici, ad esempio la Salerno Reggio Calabria, ma questo è un capitolo a parte e sarebbe lungo parlarne ora. Questo deficit di infrastrutture è uno scoglio enorme per una qualsivoglia azienda, mentre al nord tutto è a portata di mano. Lo sapete che al sud ci sono 7500 Km di ferrovia a dispetto degli 8500 degli anni 60? Il sud non vuole assistenzialismo come ai leghisti fa comodo credere per racimolare voti, il sud vuole una politica di sviluppo per far vedere di cosa è capace.Un infausto esempio di quello che dico è la famosa cassa del mezzogiorno, oggetto di non so quante polemiche. Ebbene il mezzogiorno ha conosciuto il suo maggior sviluppo quando la cassa del mezzogiorno è stata abolita! In pratica è successo quello che oggi succede con i paesi africani, le grosse lobby mondiali sfruttano le risorse di quei paesi e indennizzano quei popoli con qualche sacco di riso, in soldoni la cassa del mezzogiorno era il modo per far star buona la gente in assenza della politica di sviluppo. Per abbandonato intendo inoltre che il sud è stato abbandonato alla criminalità organizzata e su questo vorrei spendere due parole. Ai tempi dell’unità le mafie erano poco più che un associazione di ruba galline, se sono diventate quello che sono è stato in primis sempre grazie ai nostri amici Savoia che per poter controllare il territorio e sedare le rivolte strinsero accordi con i migliori farabutti disponibili ricompensandoli spesso con ruoli di comando ( ad esempio sindaci ) e questo errore fu ancora una volta ripetuto dai “liberatori americani” durante la seconda guerra mondiale, tutto questo condito con l’assenza dello stato ( che si ricorda di fare la lotta alle mafie solo quando fanno saltare in aria qualche magistrato ) ha fatto delle mafie quello che sono oggi. E badate bene che queste organizzazioni sono ormai infiltrate anche nella politica e nel tessuto sociale del nord quindi non commettete l’errore di pensare che sono solo problemi nostri.

      Chiudo con un consiglio spassionato da uno che tornerebbe volentieri al Regno Delle Due Sicilie, attenti a chi si fa votare dicendovi che arriverà in parlamento per darvi la secessione, io penso che non solo vi prendano in giro ma ( oltre al danno la beffa ) incarnano i peggiori stereotipi del sud. Vi sentite davvero rappresentati da un certo “trota”? Vi siete mai chiesti come ha fatto a farsi eleggere?

      ps come sempre il mio intento non è fare polemiche, è anzi quello di confrontare i diversi punti di vista.

  4. Giorgio says:

    Mi dispiace davvero dover constatare da questo articolo che c’è ancora tanta ignoranza sulla storia del sud, che è ormai il capro espiatorio di tutti i mali di questa Italia unita. Basta un po di senso analitico per capire ( anche se si può dimostrare con una marea di documenti ) che le cose non stanno così. Vi sembra verosimile che uno stato conquistato possa imporre la sua politica ed il suo sistema burocratico? Sarebbe l’unico esempio conosciuto. Il regno delle sue sicilie aveva invece un buon apparato amministrativo e molte fiorenti industrie prima che i piemontesi facessero piazza pulita di tutto. I motivi furono semplici, i Savoia erano in bancarotta e per non fallire avevano una sola scappatoia, conquistare il più ricco stato dell’Italia di allora, che aveva il doppio delle monete di tutti gli altri stati messi assieme. Dopo di che, dopo essersi presi la parte migliore hanno abbandonato il sud a se stesso. In ogni modo su alcuni punti sono d’accordo, l’unione è stata un’unione forzata e tornare indietro non è possibile. Personalmente non sono contrario alla separazione a patto che le regioni del sud vengano indennizzate per l’invasione subita, come somma andrebbe bene quella che fu allora rubata, considerando ovviamente che va attualizzata. Qualcuno obietterà che questi soldi dovremmo chiederli ai Savoia, in questo caso riporto le parole dell’articolo:

    “Ora, il punto è che 150 anni, oltre ad essere veramente tanti, sembrano ormai diventati troppi per questa unione forzata in cui siamo andati a cacciarci a metà ottocento, certamente non senza la nostra responsabilità, ignavi come siamo stati nel subire le decisioni altrui o, peggio, nell’accodarci provincialisticamente all’indebitato carrozzone militarista savoiardo. ”

    In ultimo voglio ricordare che quasi tutti quelli che ci hanno governato ( soprattutto negli ultimi 20 anni )sia di destra che di sinistra sono tutti del nord, Craxi nacque a Milano, Goria ad Asti, Amato a Torino, Ciampi a Livorno, Berlusconi a Milano, Prodi è emiliano ed il nostro caro Monti è di Varese. Vi lascio con una domanda, siete proprio sicuri che sia il sud il male supremo?

    Ps il mio non è un attacco personale nei confronti di nessuno, credo solo che sia giunta l’ora di conoscerci reciprocamente, almeno se dovremo decidere di separare o meno l’Italia lo faremo con coscienza.

  5. mike says:

    prima di separarci chiedo se è possibile allontanare gli extracomunitarii perchè qui a Genova ci stanno invadendo….
    siamo sicuri che dobbiamo dividerci solo tra noi?

  6. orazio says:

    Sono perfettamente daccordo sulla via referendaria da sottoporre poi all’aministrazione Zaia come da articolo. Pero’ noi veneti ci saremmo aspettati il contrario e cioe’ che fosse tale amministrazione afarsene promotrice . Quando l’abbiamo eletta era xche’ dal VENETO doveva partire qualcosa di rivoluzionario. Hai noi solo normale burocratica arida ordinaria amministrazione romana. Chiediamo scusa per aver capito male.

  7. cogitabondo says:

    “… si salda peraltro alla peculiare struttura dell’apparato burocratico statale italiano, nato piemontese e divenuto in brevissimo tempo borbonico, nei modi e nella provenienza del personale amministrativo…”

    magari fosse stato davvero cosi!
    i borbone,al contrario dei piemontesi, avevano il debito pubblico piu’ basso di tutti i regni dell’italia pre-unitaria messi insieme!

  8. Pasquale Pollio says:

    Egregio Dott.Storti, nonostante sia meridionale mi trova daccordo nel merito del suo articolo.
    E’ ora di separare cio che non è stato mai unito, ma prima di inoltrarsi in valutazioni storiche si informi di cosa realmente successe in quello sciagurato (per il Regno delle Due Sicilie) 1861.
    Il Sud fu invaso non liberato, ed aveva allora un potere economico 60 volte superiore a quello del Regno di Sardegna, ed il buon “Camillo” che era pieno di debiti lo sapeva!
    Noi fummo rapinati, ed abbiamo pagato con il sangue dei nostri compatrioti, denominati briganti, massacrati per oltre un decennio dallo Stato unitario che ci lasciò una solo opportunità: abbandonare le nostre terre ed emigrare!
    Pertanto sarei felice di vedere la Padania indipentente perchè sarebbe un primo passo anche per la nostra liberazione

  9. Luigi Terraneo says:

    Speriamo che questa famosa secessione finalmente si verifichi.
    Non chiederemo neppure i danni per le vessazioni subite negli ultimi 150 anni.

  10. Luigi Terraneo says:

    Speriamo che veramente si verifichi questa famosa secessione.
    Non chiederemo neppure il risarcimento dei danni subiti negli ultimi 150 anni,

  11. Sergio says:

    Giusto articolo.
    I popoli debbono stare uniti in un unico stato non per forza ma per precisa volontà di tutti.
    Se una parte non ci vuole più stare è giusto dividersi.
    Lo si fa tra persone perché non lo si può fare tra gruppi.
    Si fissano le regole ed in modo civile ci si divide.

  12. mario says:

    Il Governo Monti rappresenta il Concilio di Trento della politica democristiana, sicuramente così non possiamo andare avanti. Bisogna fondare la Repubblica referendaria.

  13. Re says:

    Bravo, e aggiungerei :

    Bossi , traditore del popolo, era al governo , dove è sto cazzo di federalismo ?

    Che cazzo hai fatto la’ ? Rubare e magnare ?

    Adesso possiamo dire : LEGA LADRONA !

  14. buillard says:

    eh già… sembra politicaonline

  15. Luca says:

    Ale scrivi qua adesso? bravo, bell’articolo.

  16. Federico Cazzaniga says:

    Bravo Alessandro! Bisogna fare l’opposto di quanto fatto dalla Lega, che urlava e insultava per poi chiedere nulla… ( a parte i posti da ministro). Bisogna invece rispettare tutti: i partiti, i meridionali, gli immigrati, gli intellettuali, i giornalisti, i magistrati ecc., e al tempo stesso chiedere di poter votare per la propria indipendenza. Senza necessariamente cercare la Padania. perché ogni realtà può anche gestirsi in piena autonomia (andando dove vuole e con chi vuole).

  17. @le says:

    Basta Italia, pro Lombardia Indipendenza!

  18. Renè says:

    Quando leggo queste cose mi sembra di leggere fantascienza. Gli italiani è l’Italia sono destinati ad estinguersi a breve tempo. Siamo un popolo di vecchi, niente giovani, niente figli, niente più generazioni.
    Paradossalmente gli unici posti dove ci sono più nascite sono al meridione e gli unici a far figli sono gli immigrati.
    E’ il rovescio della medaglia: benessere, progresso, nuclei familiari costituiti da due persone che lavorano entrambe e ben lontane dal volere fare figli. Questo capita ovunque in Europa, in Italia in particolar modo. In poche parole siamo destinati a scomparire, sostituiti da altre etnie, più predisposte a fare figli di noi occidentali. Non dico che sia giusto, ne che sia positivo da parte mia, ma è la realtà, amara da accettare.
    Tutto il resto è pura, mera fantascienza.

    • fabio ghidotti says:

      non esiste alcuna legge fisica che obblighi queste terre ad avere sempre una densità di popolazione al limite del collasso.
      Non ha importanza quali etnie abiteranno queste terre nei prossimi secoli. Ciò che conta è che non vada perduto il patrimonio di cultura politica che abbiamo ereditato dal nostro glorioso passato di libere città e libere comunità; questo Stato centralista lo disprezza e cerca di cancellarlo, anche perchè il suo personale amministrativo di provenienza borbonica conosce solo questo modo per vendicarsi dell’annessione che anche il suo popolo di provenienza aveva subito.
      Quanto all’ostilità della Padania nei confronti della sinistra, il problema è il solito: chi è veramente “di sinistra”?

  19. Giacomo says:

    Ottimo Alessandro. Questa testata sta reclutando il meglio del pensiero indipendentista e federalista. Dobbiamo sostenerla coi fatti e usarla come base per costruire un indipendentismo tutto nuovo. Serio, dignitoso, durissimo, pur con mezzi pacifici. Basta ciarlatani bercianti abbarbicati alla poltrona come piovre. Basta traditori.

  20. Leonardo says:

    Sottoscrivo, aldilà e oltre i partiti. Vogliamo dire la nostra.

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