Sotto lo Stato le comunità crepano. E perdono coscienza di sé

di GIOVANNI MARINI

Una cattiva nazione è popolata da chi ha poca coscienza di sé e della comunità in cui vive e fa della nazione un agglomerato privo di personalità sociale. Una nazione per avere personalità sociale deve essere  costituita da una gerarchia progressiva, che va dal comune, la provincia, la regione e lo Stato. Al vertice c’è il comune che determina in progressione il destino amministrativo prima e politico poi dell’insieme successivo in modo che il dispositivo che li raccoglie tutti sia sotto il controllo diretto dei comuni e sia la risultante delle forze che lo compongono.

Avere una cattiva coscienza di sé e della comunità di appartenenza significa non conoscere i meccanismi che la fanno funzionare. Tra questi c’è sicuramente la fiscalità con cui una parte della comunità finanzia la sua parte passiva, lo Stato. La parte passiva è accessoria alla comunità e svolge compiti che consenta alla comunità di regolare gli eccessi. È parassitaria ma in simbiosi, cioè permette una migliore e costante efficienza della comunità. In questa forma il suo costo è il minore possibile e le competenze estremamente limitate e sicuramente non è egemone sulle scelte della comunità.

Nella realtà odierna, però, è vero il contrario: lo Stato è egemone su ogni aspetto della vita nazionale indipendentemente dalle scelte delle singole comunità. Ne decide il destino in funzione dell’esigenza degli individui che lo compongono e mai delle comunità per cui è stato costituito per regolarne gli eccessi. La quasi totalità degli individui crede che la fiscalità sia distribuita su tutti i componenti della comunità e che, alcuni siano più leali e fedeli nel compiere il “dovere” di onorare l’onere.

La verità è molto diversa: lo Stato divide i propri componenti in due gruppi. Uno sono coloro che lo Stato lo compongono e l’altro sono coloro a cui lo Stato toglie per remunerare i primi. Nella sua “missione” non c’è lo svolgimento del compito assegnato ma il soddisfacimento dei bisogni reali e supposti dei propri componenti.  In particolare costoro sono esenti in modo totale dalla partecipazione alla creazione di una cassa comune necessaria al fine di espletare il compito assegnato allo Stato, perché, anche volendo, non sono in grado di parteciparvi a causa della natura parassitaria ed accessoria della loro condizione.

Per capirlo basta immaginarsi di essere lo Stato, avere i due gruppi di individui da governare, uno che compone la parte pubblica e l’altro quella privata. La privata crea un imponibile di 1000 unità, la pubblica non crea nulla ma consente che la prima lo possa fare in libertà. Ora provate a tassare i due gruppi in modo uguale per remunerare la parte pubblica facendola partecipare alla composizione della cassa dello Stato. Non ci riuscirete perché questa sarà composta esclusivamente dalla parte sottratta ai privati e nulla più.

L’egemonia dello Stato tratta i propri componenti in modo iniquo e oppressivo a vantaggio esclusivo di chi lo Stato lo compone. Neppure il suffragio permette di correggere la natura oppressivo ed antidemocratica dello Stato egemone, perché quel suffragio avviene con le regole che lo Stato impone e che ha come obbiettivo solo il proprio perpetuarsi.  La realtà egemonica che lo Stato si trova ad avere per la scarsa affezione dei propri componenti al principio che l’individuo e il territorio in cui vive sono l’origine del perfezionamento della qualità della vita, se imposta anche a livello europeo farà del continente un contenitore di schiavi di schiavi, lasciando che pochi eletti tra i peggiori burocrati abbiano privilegi tali da sentirsi illuminati da Dio.

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One Comment

  1. Luciano Aguzzi says:

    Sono d’accordo quasi su tutto, ma ho appena scritto due lunghi post agli articoli di Leo Facco e di Marco Bassani, in parte proprio su questo stesso argomento dell’oppressione dello Stato, e non ho ora tempo e voglia di ripetermi.
    Sul tema dello Stato come organizzazione burocratica che alimenta se stessa a spese dei cittadini, ridotti e trattati da «anime morte» e da minorenni sempre bisognosi di tutela, hanno scritto in molti e fra i molti cose profetiche si leggono in Max Weber e Simone Weil.
    La liquidazione di una società civile culturalemente forte, organizzata e pluralista, è la condizione che porta alla degenerazione della democrazia trasformandola in un totalitarismo in cui gli individui sono ridotti a schiavi contenti di esserlo. Già in Tocqueville e in Rosmini, ma anche in socialisti anarchici come Proudhon, si leggono cose in questo senso.
    Dal secondo dopoguerra ad oggi, poi, gli autori che analizzano e denunciano in tutte le sue forme lo statalismo oppressivo che realizza quella che alcuni teorizzano come «democrazia totalitaria», si sono moltiplicati. Ma, purtroppo, i molti libri non sono un’arma capace di arrestare e rovesciare la distruzione delle coscienze individuali, sedotte dalla «fuga dalla libertà» e dalle responsabilità che sempre accompagnano la libertà, di cui hanno parlato tanti psicoanalisti. Fuggono dalla libertà e si adagiano nella protettiva banalità del vivere secondo ciò che gli viene richiesto dal potere.
    Luciano Aguzzi

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