Il capitalismo è morto. Quel che conta sono i beni comuni

di CARLO MELINA

Padovano, vive a Roma. 31 anni, laureato in Scienze politiche con tesi sulla Costituzione Iraniana. Studioso di diritto costituzionale e teoria dello stato, Guido De Togni dice: “Il capitalismo è morto, andiamo verso un’evoluzione della forma di stato, che può svilupparsi o in senso autoritario da fonte economico finanziaria o verso autonomie e sistemi imperniati sui beni comuni”.

Perché il capitalismo è morto, visto che, di capitalismo se ne è visto ben poco?

Il capitalismo secondo la teoria liberale prevede due fasi: la prima fase consiste in un’iniziale, anche se parziale libera concorrenza tra gli attori economici. La seconda fase prevede la formazione di soggetti dominanti che possono tutelano le posizioni acquisite con rendite di posizione, grazie a un meccanismo che permette la moltiplicazione dei guadagni utilizzando fattori che esorbitano la mera quantificazione del lavoro.

In Veneto, Catalogna, Scozia e altre regioni europee prendono corpo movimenti e teorie indipendentisti, che mirano alla costituzione di nuove realtà statuali più piccole, basate su una maggiore condivisione di tratti identitari e, si crede, economicamente più efficienti. Perché meno compromesse con burocrazie centrali e centraliste. Come consideri questa evoluzione? Le lobby economico-finanziarie mondialiste ed eurocentriche, permetteranno questa evoluzione e potrebbero giovarsene?

Questo tipo di evoluzione è in netto contrasto con la prospettiva politica portata avanti dalle lobby finanziarie internazionali. Una buona riuscita di queste esperienze di autonomia e autogoverno può trovare supporto nella pratica legata alla tutela dei beni comuni: tali beni sono beni funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali (diritto alla vita dignitosa, alla salute, alla cultura, all’ambiente salubre, alla libera manifestazione del pensiero, etc.) e al libero sviluppo della persona umana. Questa è la definizione dei beni comuni della Commissione Rodotà. La prospettiva indipendentista è una reazione alla progressiva mancanza di tutela di questi diritti. E in questo senso è paradigmatica del momento di instabilità sociale e politica che prelude a detto mutamento della forma di stato, cioè del rapporto fra organi di governo e società civile.

Meno stato, meno tasse, più mercato. E’ d’accordo?

No. Meno stato, meno tasse, più comune: anzitutto la teoria costituzionale che sta alla base delle costituzioni occidentali del secondo dopoguerra è in una fase di forte crisi. Le decisioni più rilevanti che erano prima appannaggio esclusivo dello stato nazionale sono appaltate a organi non legittimati secondo le procedure della democrazia pluralista rappresentativa. Considerando il predetto fallimento del sistema economico capitalista, è necessario un ripensamento, nell’ambito della responsabilità sociale, in luogo della delega, e della condivisa e diretta appropriazione e gestione dei beni che sono funzionali al benessere collettivo della comunità di riferimento. Un soggetto privato non potrà mai garantire la tutela di beni che soddisfano bisogni essenziali della società e quindi deve limitarsi a una gestione della proprietà individuale, sottostando, in ogni caso, alla funzione sociale affidata a tale proprietà. A questo si collega il passaggio a una crescente responsabilità sociale che segna il passaggio che porta oltre il sistema di delega rappresentativa. Il salto culturale è immenso, ci troviamo di fronte a sistemi di proprietà nuove (descritte nella legge del 1927 sugli usi civici come proprietà promiscue), che impongono un lavoro individuale e formativo per imparare ciò che davvero è il metodo democratico, cioè il metodo dialettico. La delega sparisce: per la gestione di certi beni a livello territoriale bisogna creare, anche sul piano di diritto, situazioni e spazi di esercizio e sperimentazione di nuovi modelli decisionali e relazionali.

La dichiarazione dei diritti dell’uomo riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli. La Costituzione italiana si conforma a tale dichiarazione. Eppure il diritto all’autodeterminazione del popolo veneto, attraverso una consultazione referendaria sull’indipendenza, non sarebbe riconosciuto, secondo l’interpretazione della costituzione italiana data da numerosi studiosi. Questa interpretazione negativa è corretta o no?

Per chiarire: esiste una sentenza della Corte Costituzionale italiana che sancisce, sulla base dell’articolo 5, che non può essere fatta richiesta di referendum per la secessione territoriale da parte di una Regione o di un popolo, per il principio di indivisibilità. Il trattato di Osimo non fa giurisprudenza perché è un trattato bilaterale fra stati sovrani. L’interpretazione, proprio perché sancita dall’organo garante della carta stessa che interpreta, è un’interpretazione legittimata dall’impianto previsto. Bisogna aggiungere però che la tensione che sussiste tra la tutela di diritti riferibili alla carta dei diritti dell’uomo e ai due patti sui diritti civili e politici del ’66, e le decisioni politiche e normative dello stato centrale italiano, considerata la sua adesione alla Comunità europea e al suo sistema di diritto, sta provocando la rottura dello stesso sistema di equilibri previsto dalla Carta costituzionale italiana.

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