Statalismo e centralismo. Cari grillini, non basta ridursi lo stipendio

di GILBERTO ONETO

Quello che è successo in Parlamento negli ultimi giorni è solo un assaggio delle canagliate che saremo tutti costretti a subire nei prossimi mesi: non è solo il risultato di una condizione di rapporti politici molto particolare ma è la inevitabile espressione di un sistema molto organico che difende le proprie nefandezze perché solo con le nefandezze può sopravvivere. I grillini si illudono di poter cambiare radicalmente qualcosa ma sbagliano obiettivo: non se la prendono con le vere cause della malattia ma con i suoi sintomi o con i mezzi con cui essa si propaga e si difende. La corruzione e la degenerazione partitica, lo sfruttamento economico  sono solo alcune delle manifestazioni più evidenti dello sviluppo organico  del male che ha cause ben più profonde e pericolose. Abbassare gli stipendi della casta, prendersela con gli sprechi, abolire qualche ente costoso sono solo palliativi che danno qualche temporaneo sollievo, sono comprensibili segnali di voler davvero girare pagina che però non comportano nessun essenziale cambiamento della situazione. Il problema non sono la casta, la corruzione, il partitismo, il cadreghismo e neppure la corruzione: il problema è cosa li genera e stabilisce con essi un rapporto di mutua sopravvivenza.

La radice di tutti i nostri mali sta in due poderose metastasi: lo statalismo e il centralismo.

Il primo è il culto hegeliano e gentiliano dello Stato, il ritenere che tutto debba essere regolato dalla mano pubblica, che la collettività si possa fare carico di ogni problema e garantire un destino radioso a tutti. Attorno a questo mito ignobile crescono le male piante del socialismo e del solidarismo più peloso, si sviluppa la diffusa illusione che tutti possano vivere alle spalle di altri, che lo Stato (e ogni altra pubblica istituzione) possa garantire  felicità e benessere solo con buone leggi, perequazione, buona volontà e allegre canzoni, come in uno spot natalizio della Coca Cola.

È su questo principio che legioni di furbastri si fanno mantenere: politici, sindacalisti, ma anche finti invalidi, pensionati che non hanno mai lavorato e pubblici dipendenti avviati sulla stessa strada. Ma è anche sullo stesso principio che si basa la pretesa grillina del reddito di cittadinanza: dalle mie parti si dice “pretendere che i salami crescano appesi alle chiovende”.

Il secondo tumore è il centralismo, che nello stivale si declina in patriottismo tricolore, nell’Italia “una e indivisibile”, negli inni negli stadi e nelle omelie di Napolitano, e che oggi trova una sua ancor più pestifera emanazione nel patriottismo burocratico di Bruxelles. L’Italia è stata un’invenzione dei poteri forti, degli interessi economici di una minoranza, delle trame della massoneria e dei deliri ideologici di un nugolo di invasati: mette assieme comunità fra loro diversissime e spesso incompatibili. Il risultato della forzatura sono stati 150 anni di guerre, repressioni, dittature e catastrofi economiche. Oggi che il disastro emerge in tutta la sua evidenza, si cerca di rimediare con un centralismo ancora più grande e oppressivo che non potrà fare altro che danni proporzionati alle sue dimensioni: la catastrofe dell’Euro è solo l’inizio.

I due mali non possono sopravvivere che in simbiosi: lo Stato ha bisogno della copertura ideologica del  patriottismo italiano, l’Italia può esistere solo grazie al collante oppressivo dello statalismo, dei suoi Codici, magistrati e poliziotti.

Se oggi si vuole davvero cambiare qualcosa si devono tagliare entrambe le teste dell’Idra mefitica: lo Stato e l’Italia. Si devono smagrire tutte le competenze e le pretese degli enti pubblici, ridurne il potere a pochissime funzioni essenziali di controllo, togliere quasi completamente dalle loro mani la gestione delle risorse economiche e, come per incanto, si sgonfierà la corruzione e spariranno gli sprechi.  Se non ci sarà più molto da rubare, ladri e margniffoni  perderanno ogni interesse per la politica che resterà nelle mani di chi ha spirito di servizio. Se si termina l’Italia finiranno sogni imperialisti, paturnie militariste, perequazioni territoriali e ogni patriottica giustificazione per prelievi e insani trasferimenti. Ogni comunità potrà davvero decidere in libertà il suo futuro contando solo sulle proprie forze, ma su tutte le proprie forze. Nel programma dei grillini – in mezzo a tante simpatiche stravaganze – c’è un robusto riferimento alla volontà popolare e allo strumento dei referendum: da qui si deve ripartire, dalla volontà delle comunità di stare con chi vogliono e con chi le accetta.

Non è un problema di destra e di sinistra (in questo i grillini hanno ragione, proprio come la Lega delle origini) ma di libertà e identità.

Su queste basi si può costruire una forza popolare di rappresentanza territoriale che, per propria essenza, possa essere del tutto immune alle trappole e agli inganni del sistema e del palazzo. Si votino pure gli italiani i loro presidenti a scrutinio palese o segreto:  l’obiettivo è fare in modo che la cosa non ci riguardi più.

Ora che stanno uscendo dai postumi dei loro gioiosi festeggiamenti e si devono confrontare con la realtà vera e non mediatica, i grillini – soprattutto quelli nordisti – devono davvero riflettere  e decidere da che parte stare, con lo Stato o con la gente, con l’Italia o con il territorio.

(da lindipendenzanova.com del marzo 2013)

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