Stagnaro: sacrificati sull’altare della “armonizzazione” dei burocrati Ue

stagnaro 2004di CARLO STAGNARO* – Si è svolto, nei giorni dal 4 al 7 aprile scorsi ad Amburgo, il meeting regionale europeo della Mont Pelerin Society (Mps), dedicato all’ “Europa e il libero scambio: dalla Lega Anseatica all’Ue”.
Fondata il 10 aprile 1947 da un gruppo di 36 studiosi liberali, la Mps nacque con la consapevolezza che «i valori centrali della nostra civiltà sono in pericolo. In molte aree del pianeta le condizioni essenziali della dignità e delle libertà umane sono svanite. In altre sono soggette a una grave minaccia da parte delle attuali tendenze della politica». Il nome deriva dalla cittadina svizzera dove lo sparuto gruppo d’intellettuali, capitanati dal futuro premio Nobel Friedrich A. von Hayek, si era riunito. Nella sua pluridecennale storia, la società ha avuto solo due presidenti di lingua italiana: il filosofo Bruno Leoni
(1967-68) e Antonio Martino (1988-90), oggi ministro della Difesa. Attualmente è guidata da Leonard Liggio (George Mason University).
Il tema centrale dell’incontro appena conclusosi è stato l’allargamento dell’Unione Europea. Un evento storico, che lascia intravvedere molte speranze, ma pure desta numerose preoccupazioni e timori.

 

Come ha sottolineato Mart Laar, già primo ministro dell’Estonia, è forte il rischio che il continente voglia assumere sempre più il volto truce dello Stato unitario. In effetti, tale prospettiva è minacciosa: l’Europa si è circondata di una muraglia di dazi e regolamentazioni, che inibiscono il commercio e lo scambio con le altre nazioni. Se questa tendenza dovesse accelerare, l’Ue diverrebbe una triste fortezza tutta rivolta al proprio interno, senza alcuna prospettiva di sviluppo. Certo, dovrebbe far riflettere il fatto che la crescita dell’area euro abbia segnato il passo quest’anno, e non pare che le cose siano in via di miglioramento.
Lo scambio, come ha ricordato il premio Nobel James Buchanan, è sempre benefico, anche quando è unilaterale. Viceversa, le barriere al commercio danneggiano in primo luogo i consumatori, costretti a pagare un prezzo maggiore per sostenere l’inefficienza di alcune imprese. Per giunta, l’Europa è malata di statalismo: l’eccessivo peso del welfare state rallenta la nostra economia e impedisce uno sviluppo autentico. L’idea d’una “terza via” tra capitalismo e socialismo è, insomma, illusoria: lo ha mostrato Nils Karlson (del think tank svedese Ratio), smontando pezzo dopo pezzo il mito dello “stato sociale efficiente” del suo Paese. La realtà è che quella scandinava è una nazione in declino economico, culturale, e sociale. Robert Nef (anima dell’elvetico Liberales Institut) ha puntato il dito contro il pregiudizio anticapitalistico che vorrebbe il mercato all’origine della guerra. Al contrario,
il mercato per funzionare richiede la pace, e la pace – per essere durevole – ha bisogno di poggiare sulle istituzioni della proprietà privata e della libertà di contratto. Affinché queste condizioni siano garantite, occorre che i Paesi protagonisti dello scambio adottino un regime liberale, e ciò è reso più facile dal fatto ch’essi abbiano dimensioni ridotte. In altre parole, le nazioni “piccole” sono tendenzialmente più pacifiche e libere di quelle “grosse”. Pertanto,
è necessario battersi affinché Bruxelles non faccia piazza pulita delle autonomie locali e regionali. Anzi: queste ultime debbono essere rafforzate con ogni
mezzo.

Erich Weede (Università di Bonn) ha idealmente spinto avanti l’analisi di Nef, sottolineando l’ingenuità della teoria della “pax democratica”. I Paesi occidentali non si fanno la guerra non perché siano democratici, ma perché sono interdipendenti; e sono interdipendenti in quanto legati da una moltitudine di vincoli commerciali. Di conseguenza, non è la democrazia che bisogna esportare in primo luogo, ma la globalizzazione; e l’imperativo morale non è l’integrazione politica (che semmai va evitata), ma l’integrazione economica.

Ancora una volta, dunque, i Paesi piccoli mostrano un importante vantaggio: per essi è più difficile essere autosufficienti; sono quindi soggetti alla necessità pratica di aprirsi al mercato; né del resto dispongono di risorse sufficienti per muovere guerra agli altri.
Da queste considerazioni, gli europei dovrebbero trarre un’importante lezione: la strada che stanno battendo, quella del super Stato, è una via disgraziata e pericolosa. «Oggi – ha notato Atilla Yayla (Association for Liberal Thinking, Ankara) – assistiamo all’eccessiva centralizzazione dell’Ue, al rafforzamento delle burocrazie di Bruxelles, alla dissoluzione della competizione politica ed economica, al protezionismo, allo sradicamento delle culture locali, nel nome dell’armonizzazione, e all’adozione di due pesi e due misure per ciò che si verifica dentro e fuori dall’Unione. Nessuna di queste tendenze può proteggere
e promuovere la libertà».
carlo. stagnaro@ brunoleoni. it

 

(da Il Federalismo del 13 aprile 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*

Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi. A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.

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