Speciale Terra Insubre 1 / Dopo il gelo della Padania, cosa può nascere?

gelodi STEFANIA PIAZZO – Indipendenza. C’è ancora spazio e tempo per riunire le forze sane, magari disperse, e dare un senso di marcia, almeno culturale, ad una terra senza guida. La politica, al Nord, è da tempo in una fase di superamento della storia leghista. La Lega non c’è più, il contenitore, ancora per poco, ne conserva il nome, ma tutto il resto è cambiato. Da più parti si cerca di capire se la riforma del Titolo V della Costituzione possa portare non solo ad un nuovo centralismo, con ben 20 competenze che tornano a Roma, ma se anche vi siano delle sostanziali novità di ordine fiscale, per riequilibrare quella che è da sempre una battaglia del regionalismo leghista (chiamarla indipendenza è ben altra cosa). In altre parole, rendere giustizia al residuo fiscale lombardo, che vanta un credito miliardario verso lo Stato.

Le Regioni, dagli scandali delle mutande alle trasferte vacanziere di numerosi consiglieri regionali, la classe dirigente eletta che doveva dichiarare l’autogoverno, non godono buona salute. Non abbiamo ancora capito, dopo 30 anni, a cosa servano. Se abbiano poteri decentrati piuttosto che autonomi, se possano fare di testa loro lasciando il segno, se siano capaci di gestire la sanità, che è il solo vero core business della partita. Il bilancio è tutto lì. Chi controlla la sanità, ha in mano la regione. O no?

Si fa prima a dire quali siano le Regioni virtuose o aspiranti tali nella sanità, tanto sono poche. Tutte le altre si barcamenano, o sono commissariate. Non serve fare esempi. E se non hanno una classe dirigente capace di garantire la salute della gente, che governano a fare? Che ci stanno a fare?

Un consigliere regionale guadagna tuttavia più della cancelliera Merkel. E poi, tra viaggi, belle donne, e altri amenicoli, i corridoi della politica regionale sembrano più dei luoghi d’appuntamento lobbistico (si dice così…) che pensatoi del fare.

Si interrogavano a vicenda recentemente sia Linkiesta che VeneziePost: se Renzi usasse strategicamente la riforma per ridistribuire le risorse delle autonomie… Se decidesse di lasciare parte del residuo fiscale alle regioni virtuose e di porre fine all’autonomia delle regioni a statuto speciale, in particolare quelle che l’autonomia – Sicilia in primis – non l’hanno utilizzata se non per produrre sprechi e clientele?

«Si conquisterebbe il plauso di una decina di milioni di elettori in due regioni chiavi del Paese (Veneto e Lombardia, ndr) uccidendo politicamente la Lega che, al governo per tanti anni di quelle regioni e del Paese, mai è riuscita a fare qualcosa di simile», si legge su Venezie Post, riprende linkiesta.

Di certo, non ci sarebbero né referendum né bandiere da sollevare, Renzi stroncherebbe le velleità post padane, post indipendentiste, post bossiane, post politiche, perché la politica è finita sul binario morto.

Aveva ragione Giuliano Amato quando scriveva al primo ventennale dalla nascita di questi mostri a metà:

“… un bilancio fatto col necessario distacco ci porta a dire che le regioni che abbiamo costruito non sono né quelle che volevano, ne quelle che comunque potevano servire agli italiani e all’Italia. Sono dei corpi asfittici, che si muovono con scarso costrutto fra le proprie inefficienze e le maglie di uno Stato che si è magari decentrato dove meno doveva ed è diventato invece ancora più centralistico dove più serviva dare respiro alle autonomie e alle responsabilità regionali. Si è così realizzato il peggiore dei mondi possibili e si sono avverate le previsioni più pessimistiche che si facevano all’avvio del ventennio”.

Si è avverato ed è anzi accaduto di peggio, perché – e faccio l’esempio più vistoso – decentrando la spesa e non l’entrata, lungi dal fare delle autonomie il terreno di nuove e feconde responsabilità, si è al contrario fomentato un clima di nuove e nefaste irresponsabilità. E il peggio ha sempre conseguenze, perché le malattie indeboliscono i tessuti, generano cellule mostruose che infettano il corpo. Sono qui, infatti, le radici del leghismo, dell’intolleranza verso uno Stato centrale che si impiccia di tutto, che pretende tutte le responsabilità, che non sa esercitarle e che finisce per tirarsi addosso tuoni e fulmini, apparendo lontano, inefficiente, sprecone e finendo così per delegittimare se stesso”.

Berlusconi ammansì Bossi, la spinta secessionista fu assorbita nei ministeri e nel governo, nella real politik che sognava e prometteva una lega alla bavarese. La voleva anche Tosi. Ora vota Renzi. La bavarese è il fine pasto dopo i convivi della politica, niente altro.

Se vuole, ora Renzi ha l’antidoto contro il leghismo. Se vuole, ha lo strumento per sgonfiare la truppa salviniana. E il Carroccio sarà solo l’utile riserva dell’opposizione. Intanto delle nostre terre che ne sarà? Che ne resterà? Saccheggiate fiscalmente, depauperate culturalmente, imbruttite politicamente, luogo di arrembaggio di improvvisazioni politiche, di goffi indipendentismi, decampanilizzate dai parroci gaudienti con gli ottomani, quanto hanno come speranza di vita?

L’asfissia culturale e mediatica è durata troppo a lungo. Se la Lega avesse coltivato e compreso l’importanza della cultura e dei media, della comunicazione anziché dei comunicati stampa, se non avesse centrifugato da se stessa i neuroni che le gravitavano accanto, oggi sarebbe temuta non perché populista e mediatica, ma perché ferma e certa di un progetto. Oggi né l’una né l’altra cosa. Dalla Terra Insubre può scaturire oggi il segnale per  una cordata, indipendente, che raccolga gli spiriti dispersi dopo il gelo della Padania?

Sabato 30 gennaio a Concorezzo Terra Insubre celebra 20 anni di attività culturale ma non solo. Sabato, negli spazi dell’agriturismo La Camilla,  interverranno il prof. Stefano Bruno Galli, Adolfo Morgani, Roberto Stefanazzi su “Gilberto Oneto e la sua opera in difesa dei popoli padano-alpini”, a seguire la presentazione del libro “Il Ducale, la bandiera della Lombardia”, con Giancarlo Minella; Giubiana, candelora, sant’Antoni del Purscel, i giorni della Merla: i riti di passaggio della tradizione insubre, con Massimo Centini. A chiudere, la cena.
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