Speciale Cattaneo 1/ Il genio che preferì il Ticino ai milanesi

cattaneo3di Franco Masoni * – La Svizzera Italiana irrompe nella vita di Carlo Cattaneo fin dal 1815, quando il giovane leventinese Stefano Franscini (di quasi cinque anni maggiore) lo raggiunge al Seminario Arcivescovile di Milano: compagni di studi, si legano di profonda amicizia (che il Cattaneo rievoca nel luglio 1857, nel Ricordo milanese di Stefano Franscini del luglio 1857). Gettate le tonache, Cattaneo nel 1817, l’altro l’anno dopo, si ritrovano, affamati di leggere e di sapere, all’Ambrosiana e alla Libreria del Museo Numismatico di Brera, dove s’aprono loro i locali, gli scaffali e i testi degli Illuministi lombardi. Come per miracolo: le loro intelligenti volontà hanno conquistato i dotti bibliotecari, cugini del Cattaneo. «Nell’autunno del 1821» Cattaneo persuade Franscini, «volendo egli rivedere la sua valle nativa», ad accompagnarlo a Zurigo, dove un suo fratello fa pratica di commercio: per entrambi, una sorta di Grand Tour all’inverso. Quello classico scarrozzava giovani gentiluomini e futuri mercanti dalle più forti e floride nazioni indipendenti del Nord d’Europa (Francia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Russia) all’Italia, in un iter educativo a scoprire il legame quasi religioso tra il bello e il buono; a piedi, dalla Lombardia alla Mitteleuropa, quello dei due giovani subalpini, come a scrutare se la felicità e il benessere nel nord-est dell’altipiano svizzero, dedito ai commerci, fossero leggenda o realtà e se non vi fosse una qualche interdipendenza tra essi e la maggior libertà borghese illuminata di cui quelle plaghe fruivano.

 

L’effetto non mancò: pochi anni dopo, i due divorarono la Istoria della Svizzera pel popolo Svizzero di Enrico Zschokke, un libro portato al ritorno dal fratello del Cattaneo; se ne innamorarono e vollero tradurlo: «Me ne invaghii, e ne tradussi in italiano la prima metà», scriverà il Cattaneo, ed esso non meno «operò sull’immaginazione» del Franscini, che tradusse l’altra. Un bagno, insomma, per il Cattaneo, alle origini del federalismo e dell’avverarsi d’incredibili miraggi di sviluppo, da toccar con mano nelle regioni più progredite dell’antica Lega Elvetica; per il Franscini anche uno stringimento, pensando allo stato della sua Valle, ma una promessa a se stesso e molte speranze. L’effetto del viaggio e dell’entusiasmo liberale di Zschokke non paiono estranei all’incoraggiamento del Cattaneo all’amico, in quegli anni, a tornare in Patria per la sua vera missione: «Io gli ripeteva spesso che in Milano egli era superfluo, mentre nel suo paese poteva essere necessario».

Nel 1824 Franscini lascia la scuola di Milano per Bodio (…). Nel 1826 è chiamato a Lugano, a dirigere una scuola di mutuo insegnamento: coopera con lui la sposa (una Massari milanese, il cui fratello, letterato, è docente e collega del Cattaneo) (…). Franscini insegna, pubblica testi scolastici, è segretario della Società ticinese d’utilità pubblica (…). Frequenta la casa Ruggia, sede della prima tipografia risorgimentale del Ticino (…). S’era poi associato il farmacista Giuseppe Ruggia, altro patriota che per finire la rilevò. Con Ruggia e vari coraggiosi politici radicali, Pietro Peri, Giacomo Luvini-Perseghini, Carlo Battaglini, Giovan Battista Pioda, Carlo Lavizzari e altri, Franscini propugna la riforma liberale della Costituzione cantonale, contro il regime autoritario del Landamano Quadri. In due suoi opuscoli, stampati a Zurigo e diffusi anonimi a spese di amici al Ticino intero, capovolge la pubblica opinione: il Gran Consiglio adotta la riforma nel giugno, il popolo il 4 luglio 1830; è la prima costituzione “rigenerata” d’Europa.

 

Eletto Segretario di Stato, Franscini collabora ai giornali del Ruggia e s’impegna per riformare lo Stato, la pubblica amministrazione, dar corpo alla scuola pubblica, già prevista ma mai attuata. Nell’Europa quasi ovunque privata di libertà e democrazia, la Svizzera era già per sua natura un’oasi; nel Ticino, la nuova Costituzione, più liberale, facilita l’accorrere specie dall’Italia, a ondate, a ogni fallito moto rivoluzionario, di profughi, pieni di speranza e spronati ad aiutare il Ticino a mantenersi libero, la sua giovando all’altrui libertà. Tra gli esuli del 1820/1830 il generale de Meester e i fratelli Giacomo e Filippo Ciani, d’antica origine ticinese: a Milano s’erano votati alla causa “libertà o morte” da quando l’Asburgo, ricordatagli nel 1814 da Giacomo, con Porro e Confalonieri, la promessa di garanzie costituzionali ai Lombardi, se l’era rimangiata forte del diritto di conquista. Implicati nella congiura carbonara del 1821 valsa ad altri lo Spielberg, i due fratelli avevano potuto lasciare Milano per Parigi e poi Londra, esuli col fior fiore d’Italia (Berchet, Santarosa, Gabriele Rossetti, Giannone, Porro, Arrivabene, Ugoni, Angeloni) nel cottage in Turnham Green di Lady Heli Woodcock, promotrice del Comitato di accoglienza dei profughi italiani, madre di Ann, che fu poi moglie di Cattaneo.

 

I Ciani diedero alla causa forze e mezzi, armi e sostegni; finanziarono fortemente (oltre quegli opuscoli del Franscini) la Ruggia: quando cessò, ne rilevarono in parte gli impianti per creare la “Tipografia della Svizzera Italiana”. Mentre Cattaneo – per lucidità e serietà d’analisi, multidisciplinarità degli interessi, molteplicità delle conoscenze, capacità critica acuita dalla perspicacia del giurista, forza dell’argomentare e potenza intellettuale – cresce in Lombardia a gran fama di studioso, storico, filosofo, pubblicista, avvocato delle idee e delle cause più moderne – Franscini s’apre la strada (…) di scrittore, autore scolastico, statistico, politico. Con La Svizzera Italiana, grandiosa opera del 1837, precorre Le notizie naturali e civili su la Lombardia, pubblicate dal Cattaneo nel 1844, come se tra i due – o da una comune fonte – corresse un fluido arcano. (…).

(1-segue)

* Avvocato, già  presidente del Comitato
italosvizzero per la pubblicazione
delle opere di Carlo Cattaneo, presidente
dell’Associazione Carlo Cattaneo di Lugano

(da “Il Federalismo”, direttore responsabile Stefania Piazzo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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One Comment

  1. Fil de fer says:

    Infatti a tutt’oggi la coscienza civile degli italiani è inesistente.
    Ognuno pensa per sé stesso e guai se non lo facesse con lo stato che ci ritroviamo.
    Non voglio essere dissacratorio ma la realtà è questa, bisogna prenderne atto.
    Se quando venne fatta l’unità d’italia se tutti avessero ascoltato Carlo Cattaneo, oggi non ci troveremmo nelle peste. Infatti si prodigò nell’affermare che fondare uno stato federale sarebbe stato il ” the best” per l’italia.
    Al contrario vinse l’ala conservatrice piemontese e coloro che avevano interesse di avere uno stato centralizzato che piano piano dopo 2 tappe giunse finalmente a roma.
    Lì inizio la fine dell’italia. Salvo la parentesi di De Gasperi, il resto fu solo potere, velleità e cialtroneria.
    Ciò nonostante gli italiani e non i politici riuscirono tirandosi su le maniche a più non posso a risollevare l’italia dopo le due guerre ma successivamente sappiamo come sono andate le cose.
    Ancora oggi si persevera con lo stato centrle Dunque abbiamo dei politici cialtroni ed ignoranti. Mentre il mondo và da una parte, loro preferiscono stare fermi a guardare anziché muoversi ed in fretta per non trovarsi spiazzati del tutto dal resto del mondo.
    WSM

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