La Spagna in crisi censura Internet: vietato criticare Rajoy

di SALVATORE ANTONACI

La Spagna, è cronaca di questi giorni, sta vivendo uno dei momenti peggiori della sua non lunghissima storia democratica. Certo nulla a che fare (per fortuna) con i pronunciamentos militari e lo spettro doloroso di una delle guerre civili più sanguinose di sempre. Ma il crollo fragoroso di un’economia emergente e fragilissima, la spirale senza fine della disoccupazione (siamo oramai prossimi al 24%), i conti in rosso e la tutt’altro che remota possibilità di un catastrofico crack bancario stanno mettendo a dura prova la credibilità della politica e delle istituzioni del paese iberico.

Né basteranno a scongiurare il momento i superpoteri, più ostentati che reali, del superboss della BCE Mario Draghi. Il ridimensionamento di Madrid sulla scena mondiale e continentale risulterà assai umiliante visto e considerando che quasi vertiginosa era apparsa la crescita degli anni recenti allorquando il Premier socialista Zapatero poteva permettersi di irridere  un’Italia già in profondo affanno ma ancora tra le principali potenze manifatturiere mondiali. E, di sicuro, non consolerà gli increduli ed arrabbiati spagnoli la prospettiva di dover dividere con i vicini sodali latini un destino forse analogo nel club scalcinato dei derelitti mediterranei.

A testimonianza di quanto sia palpabile la tensione in giro ecco una notizia cui i media locali han dato spazio giusto qualche ora prima di soffocare la scintilla di polemiche potenzialmente devastanti. Il Ministero della Difesa ha reso note le direttive del nuovo codice disciplinare delle forze armate e, quasi miracolosamente verrebbe da dire, la manina del legislatore ha reintrodotto il carcere anche per reati lievi quali le semplici critiche all’esercito sulle reti sociali come Facebook e Twitter. Opportuno ricordare che la precedente versione del codice si limitava a sanzioni amministrative e pecuniarie in presenza di simili innocue insubordinazioni. Non si tratterà di un tintinnar di sciabole, come paventano taluni, ma, senza dubbio, di un segnale preciso rivolto alla vasta platea dei dipendenti statali in uniforme che ha dato dimostrazione di insofferenza nei riguardi della politica di austerity adottata dall’Esecutivo Rajoy in ossequio alle tassative disposizioni europee.

Peraltro già i socialisti (in perfetto accordo con gli attuali governanti, doveroso aggiungere) avevano tentato, non più tardi di un anno orsono, di far passare una legislazione liberticida sulle attività in rete. Solo la rovinosa caduta di Zapatero ritardò l’iter del provvedimento ela Ley SINDE, ufficialmente l’arma decisiva nella lotta alla pirateria, venne approvata solo nello scorso mese di dicembre a popolari già trionfatori delle elezioni e con il voto favorevole, manco a dirlo, dei detronizzati socialisti. A protestare rumorosamente in quell’occasione un cartello di forze eterogenee: dai corsari telematici di Anonymous, al movimento degli Indignados ai libertari del piccolo e combattivo Partido de la Libertad Individual. Questi ultimi hanno inoltre lanciato da qualche settimana una raccolta di firme contro l’aumento sproporzionato dell’IVA ( 3 punti sull’aliquota più alta e 2 su quella mediana) misura pericolosamente depressiva del già pericolante PIL nazionale. Questo nel mentre folle enormi scendevano in strada per contestare i tagli draconiani della spesa pubblica.

E già un piccolo capolavoro Rajoy è riuscito a confezionarlo: unire nella contestazione, seppur su diversi lati della barricata, i nostalgici dell’onnipotenza statale ed i fautori dello smantellamento dell’ iperstato. Ma il fronte più rovente, c’è da scommettere, sarà quello del tribolato rapporto tra il centro e la periferia , ovvero le Comunidades Autonomicas componenti il Regno. Un sistema federale, ma fallimentare e prigioniero di una rincorsa folle a spese e sprechi fuori controllo. Il principio che reggeva questo equilibrio precario era semplicissimo: Madrid chiudeva un occhio e i cacicchi locali si lasciavano andare alla pazza gioia dell’amministrar dilapidando con tanto di celebrazioni magnificenti dell’autonomia. Qualcosa di simile, insomma, a quanto accaduto in Sicilia ed in molte altre contrade dello stivale italiano.

Di fronte a questo spettacolo osceno l’alibi dell’autonomismo praticato per decenni rischia di franare in poche settimane. Ed è proprio in questi momenti che la società dimostra di essere più avanti di chi la amministra: il caso catalano è emblematico. Sull’orlo del default e del commissariamento una delle regioni più prospere d’Europa potrebbe presto decidere di chiudere l’esperienza unitaria. Velleità anacronistiche e nazionalismo identitario? No. Semplice desiderio di non affogare nel transatlantico comune. Chiamatelo se volete istinto di sopravvivenza.

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

4 Comments

  1. Al says:

    Se dev’essere pastasciutta, che sia bella condita!

    POMODORO A FIUMI!

  2. Dan says:

    Ma la vecchia eta che fine ha fatto ? Erano tanto pronti a sparare quando non ce n’era bisogno e adesso che servono dove sono spariti ? Imboscati anche loro nel parlamento spagnolo ?

Leave a Comment