Soprintendenze, con le prefetture sono proprio il meglio dell’Italia….

di GILBERTO ONETO

Da sempre il più odioso simbolo del centralismo statale e dell’italianità più appiccicosa è individuato nell’istituto delle Prefetture, delle “Eccellenze” impomatate che – da Napoleone in poi – fungono da viceré, da satrapi, da proconsoli, da longa manus del potere centrale nelle province occupate. Prefetti e  Prefetture e il loro mediterraneo corollario di Viceprefetti, auto blu, timbri, unghie del mignolo a paletta, scorte, bandiere e squilli di tromba, sono da sempre al vertice  delle idiosincrasie di liberali e autonomisti. A questi sentimenti aveva saputo dare sapiente voce Luigi Einaudi che – però – da presidente della Repubblica non si era poi sbattuto più di tanto per modificare l’ambaradan. Anche peggio hanno fatto certi finti autonomisti degli ultimi decenni: uno ne ha addirittura fatto il capo per anni, un altro ha custodito per un po’ i “sigilli” dell’intero macchinario.

Ma c’è un’altra istituzione che merita uguale disistima e che – alla pari delle Prefetture – serve a rappresentare al peggio la tracotanza italiana: le Soprintendenze. Queste – lo dice la parola – dovrebbero sovrintendere (cioè dirigere, indirizzare e gestire) tutta una serie di tematiche a carattere culturale: l’archeologia, i monumenti, le belle arti, il paesaggio. Tutte cose importantissime in un paese che pretende di essere “bel” e che smargiassa di possedere una copiosa fetta del patrimonio artistico del mondo. Nella realtà le Soprintendenze non soprintendono a un fico secco ma sono un altro odioso e foruncoloso tassello dell’oppressione italiana sui cittadini. Può anche darsi che questi paludati e spocchiosi burocrati abbiano in qualche caso permesso la salvaguardia di qualche scampolo d’arte o abbiano impedito qualche scempio ambientale, ma se questo è successo è solo in base alla legge dei grandi numeri. Per il resto si tratta di migliaia di funzionari, di travet, di azzimate zitelle meridionali, di frustrati  ciondoloni scampati alla disoccupazione intellettuale o sottratti a ben più vitali attività, come la raccolta delle olive o lo spargimento del giuso. Sono un costo spropositato per la comunità e un fastidio perineale per i contribuenti.

Naturalmente ci vogliono regole e qualcuno che le faccia rispettare, e che impedisca alle frotte di furbacchioni e di ignoranti che scorazzano per lo stivale di distruggere quel che va preservato e di rendere la vita meno gradevole alla comunità. Ma le Soprintendenze (e non solo loro) sono la più pacchiana negazione dell’esigenza di disporre di coerenti e oneste linee di comportamento.  Perché una norma funzioni in campo culturale e ambientale necessita di tre condizioni basilari: oggettività, competenza e universalità. Deve cioè essere redatta sulla base di principi “scientifici” oggettivi e riconosciuti, deve essere applicata e verificata da gente che sa quel che fa e deve riguardare tutti i soggetti, gli oggetti e gli ambiti territoriali. Un esempio per chiarire: un regolamento sulla qualità formale dell’architettura deve essere costruito su caratteri di oggettività culturale e storica  e deve essere chiaro e semplice. Chi ne controlla gli esiti deve essere culturalmente e professionalmente competente e non un maneghetta che ha vinto un concorso. L’ambito di applicazione deve essere totale per un dato territorio: non esistono aree di pregio e non, aree protette e non, aree di parco e non, aree di vincolo e non. Tutto il paesaggio è ugualmente prezioso.

Oggi non funziona così. Non esiste alcun regolamento o indicazione cui fare riferimento e ci sono aree considerate degne di tutela e altre abbandonate all’incuria più totale. Se si ha la sfiga di rientrare all’interno di qualche perimetrazione si finisce in balia di un funzionario che decide – quando va bene – sulla base di sue personali capacità o gusti, o umori. Se va mare si entra in comportamenti da Codice Penale, resi possibili proprio dall’inesistenza di norme chiare. Si finisce nella mani adunche di un travet  invidioso e rancoroso, che dall’alto della sua discrezionalità, si inventa adempimenti, prescrizioni, ingiunzioni, intoppi o peggio.

In un paese civile ci sarebbe chi controlla l’ottemperanza alle norme sulla base di indicazioni oggettive e inoppugnabili, e – nei casi più complessi – basterebbe una commissione di esperti (professionisti in pensione, vecchi professori, intelligenti cultori della materia) in grado di esprimere pareri gratis, senza che chi li ha chiesti debba cacciare un centesimo e che i commissari prendano neppure un rimborso spese. Tutto alla luce del sole, con tempi rapidi, senza troppi bolli e carte.

Chi ha avuto a che fare con una Soprintendenza, ha sperimentato una diversa musica, si è rovinato il fegato e smagrito il portafoglio. Il risultato è almeno stato di qualità? I nostri vecchi non avevano Soprintendenti e hanno fatto città e paesaggi bellissimi, opere d’arte straordinarie.

Nella migliore delle ipotesi le Soprintendenze sono una costosa inutilità. Nella peggiore (e cioè nella realtà) sono un altro strumento dell’oppressione culturale (e non solo) sulle terre occupate dallo Stato mafioso, massone e comunista.

 

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