SOMALIA: TRA PIRATERIA, FEDERALISMO E MILIZIANI ISLAMICI

di FRANCESCO GALEOTTI

Il caso dei due marò italiani, arrestati dall’India per aver ucciso due pescatori considerati pirati dai militari italiani, ha riacceso i fari sui corsari internazionali.

La pirateria al largo delle coste somale è una minaccia costante alla navigazione fin dagli albori della guerra civile somala nei primi anni Novanta, ma negli ultimi tempi il fenomeno è cresciuto al punto da spingere alla creazione di una “task force” navale internazionale denominata “Combined Task Force 151”, con il compito di contrastare militarmente l’azione dei pirati visti i rischi economici causati dalle loro attività.

La maggior parte dei pirati somali ha tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland, nel nord-est della Somalia. La “East African Seafarers Association” stima che ci siano almeno cinque bande di pirati e un totale di un migliaio di uomini armati in circolazione. I loro covi si concentrano lungo 300 chilometri di costa, in due province della Somalia, quelle di Mudug e Nugaal. Il primo covo usato dai pirati negli anni Novanta è stato quello di Haradhere, nella provincia di Mudug. Questa è anche la città da dove viene la tribù che ha intrapreso le prime azioni di pirateria. Haradhere, tuttavia, è stata abbandonata dai pirati nel 2010 dopo che i miliziani islamici shabab riuscirono a prenderne il controllo, reprimendo con la forza la loro attività e costringendoli a spostarsi più a nord.

Domenica scorsa, è stato fatto un importante passo in tal senso. Alcuni tra i principali leader politici somali hanno gettato le basi per il nuovo assetto politico dello Stato del Corno d’Africa. L’intesa prevede la trasformazione della Somalia in uno stato federale, con Mogadiscio capitale, la nascita di un nuovo parlamento, con un numero dimezzato di deputati rispetto all’attuale, e di una camera alta composta da saggi. L’accordo, messo a punto al termine di un incontro nella regione semi-autonoma del Puntland, non ha visto la presenza dei rappresentanti degli shabab, che ancora controllano vaste aree del centro e del sud della Somalia.

Negli ultimi tempi si sono compiuti progressi significativi proprio nella lotta ai miliziani islamici, che fanno guardare con rinnovata fiducia al futuro del Paese. In lotta con le autorità di Mogadiscio dal 2007, gli shabab per la prima volta sono sulla difensiva. Sotto la pressione degli eserciti di Addis Abeba e Nairobi e fiaccati da divisioni ai vertici, nei mesi scorsi hanno perso terreno e abbandonato le loro postazioni nella capitale, mentre le forze di peace-keeping della Unione Africana, cosa mai accaduta prima, hanno eseguito delle operazioni fuori Mogadiscio.

Uno dei temi di discussione della conferenza sarà proprio l’aumento dei fondi a vantaggio della missione Amisom, in modo da portare il contingente a 17.700 soldati, aprendo anche alla partecipazione di Gibuti e Sierra Leone.

Di recente la Lega Araba ha chiesto alle Nazioni Unite di sostenere gli sforzi per incrementare la forza di pace della missione Amisom e di fornire un sostegno logistico e finanziario nella lotta ai ribelli shabab. Durante le tre sessioni della conferenza, dedicate a “processo politico”, “sicurezza” e “sviluppo e ricostruzione”, si discuterà anche di lotta al terrorismo e alla pirateria e dello stanziamento di nuovi aiuti umanitari per aiutare il paese ad emergere da una crisi che lo scorso anno è sfociata in una grave carestia.

Al summit, oltre a Terzi e agli omologhi dei paesi europei, prenderanno parte i rappresentanti dei paesi limitrofi, ovvero Etiopia, Kenia e Uganda, oltre a quelli di Stati Uniti, Turchia, Emirati, Unione Europea e Unione Africana. Vi parteciperanno anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e i leader dell’attuale governo transitorio somalo.

 

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