S’ode qualcosa a… centrodestra, ma che fatica….

di CLAUDIO BOLLENTINIcentrodestra-428x200

Dalle tornate elettorali del 2013 ad oggi tutto è cambiato, ma che fine ha fatto l’area liberaldemocratica in questo turbine di eventi? L’area liberale in senso lato, quella sorta di maggioranza silenziosa che specialmente in Lombardia a periodi alterni emerge o sparisce come un fiume carsico, che determina una volta la vittoria di qualcuno e magari la volta dopo sparisce nell’astensionismo. Molti sostengono che gli elettori che si rifanno a questa cultura maggioritaria nell’area moderata in questo ultimo biennio se ne siano stati tranquillamente a casa a rinfoltire l’esercito degli astenuti. In parte è vero, molti, tanti, invece sono andati alle urne e hanno votato nel 2014 per Matteo Renzi portando il Pd a superare il 41% dei consensi. Uno stuolo non indifferente di voti in libera uscita che il Pd renziano alle europee passate ha saputo intercettare grazie non solo alla efficace campagna elettorale del Presidente del Consiglio, ma anche grazie ad altri elementi tutt’altro che secondari. Soprattutto grazie alla mancanza di avversari votabili nel centrodestra o a Beppe Grillo che non è certo mai stato un interlocutore ascoltato da questo segmento culturale e sociale e più volte ha spaventato l’area liberale in genere.

Un ventennio alla frutta

La causa principale del disimpegno liberaldemocratico è stata la mancanza di una proposta convincente da parte dello schieramento del centrodestra che è apparso eccessivamente frastagliato, diviso, contradditorio, una ammucchiata di rimasugli politici di un ventennio alla frutta. Alfano e l’Ncd, mosche cocchiere del governo? meglio votare l’originale (il Pd) piuttosto che una copia sbiadita. Berlusconi e Forza Italia? Nessuna novità accattivante da questo fronte, proposte vaghe, pochi contenuti, il solo disperato tentativo di salvare il salvabile dalla concorrenza leghista, per non parlare delle solite facce presenti nelle liste, molte delle quali poco attraenti e inevitabilmente usurate. La Lega Nord? La sterzata lepenista di Salvini al principio è servita per salvare il movimento dal declino inesorabile, ma ha poi spostato la bussola del movimento su posizioni di estrema destra, stataliste, antieuropee e no euro, posizioni storicamente non condivise dai liberaldemocratici. Inoltre, al di là di frasi di circostanza e strumentalizzazioni elettorali sembra che siano stati definitivamente accantonati i cavalli di battaglia del bei tempi andati, come l’indipendenza, soprattutto economica delle regioni del Nord, l’autonomia, la centralità dell’impresa soprattutto piccola e quant’altro per un certo periodo era stato visto bene e appoggiato dai liberali.

A chi la leaderiship

Il futuro prossimo del centrodestra è appannaggio della tattica e del piccolo cabotaggio in attesa di risolvere il busillis della leadership dello schieramento. Si guarda soprattutto all’Italicum e alle sue conseguenze e le riaggregazioni nuove o rivedute e corrette avranno soprattutto lo scopo di piazzare bandierine e quantificare l’utilità marginale di ciascun leader al tavolo della costruzione dei listoni. A destra si muove già qualcosa, vedere per esempio i neonati Repubblicani, ma l’aspettativa è per la riorganizzazione del post Forza Italia e per gli eventuali ripensamenti leghisti. Rileggendo le dichiarazioni di Matteo Salvini alla riunione dei Giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure si notano qua e là diversi tentativi di aprire “mediazioni” su euro e impresa. A sinistra il nodo è il ruolo e la fine che farà la minoranza interna del Pd. Se esce dal partito, il Pd avrà buone probabilità di diventare veramente una socialdemocrazia europea e che di volta in volta, a seconda delle proposte e dei programmi, potrà addirittura diventare interessante per i liberaldemocratici. Viceversa resterà un partito postcomunista che guarda a sinistra e, nonostante qualche accorgimento di marketing, non incanterà nessuno al di fuori del solito recinto.

Dove andrà la maggioranza silenziosa?

Un excursus veloce, parziale e sommario, ma che pone diversi interrogativi sul ruolo dei liberaldemocratici nelle principali prossime elezioni amministrative in Insubria, da Milano a Varese, passando per Busto Arsizio e Gallarate. Cosa farà la “maggioranza silenziosa”? Dove si collocherà? Più volte confusa, in buona o mala fede, con quella parte della società civile cinica, che tendenzialmente o tradizionalmente non si impegna, ma pretende e negozia attraverso un reticolo di lobbying settoriali, territoriali o di categoria, che vota solo con il portafoglio o quando la battaglia si fa delicata, in realtà è un elettorato d’opinione molto più attento ai contenuti, allo spessore di chi li propone, al merito, alla visione e molto, ma molto meno allo schieramento e alla ideologia. Chiedono politica in senso alto, formule convincenti, non soluzioni pasticciate, strumentali, limitate, personalistiche, tanto meno condividono l’antipolitica.

http://www.labissa.com/editoriale/item/16092-la-bussola-dei-liberaldemocratici-tra-renzi-e-salvini

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