PENSIONI: UN SISTEMA AL COLLASSO. NONOSTANTE LA RIFORMA

di SANDRO SCOPPA*

Com’è noto, il sistema pensionistico pubblico è afflitto da una crisi profonda, che ha ormai assunto i connotati di una vera e propria emergenza. È anche per questo che le riforme previdenziali sono sempre al centro del dibattito politico, specialmente in una fase di crisi come quella attuale, dove la prima cosa che si chiede a chi governa è tagliare la spesa.

Per molti anni, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra e sino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, tale sistema è stato oggetto di interventi politici generosamente espansionistici delle prestazioni previdenziali. Essi hanno seguito le direttrici dell’estensione della copertura assicurativa a tutte le categorie di lavoratori, dell’introduzione dell’integrazione al minimo per le prestazione previdenziali e successivamente della disciplina della pensione sociale, dell’aumento dell’importo delle medesime prestazioni e di un regime di minore rigore per l’accesso ai diversi regimi. Dagli anni Novanta, agli albori dell’allarme pensioni lanciato dall’INPS, si sono susseguite varie riforme, a iniziare dalla riforma Amato del ’92 e via via sino alla recente riforma Monti – Fornero. Nelle intenzioni dei promotori, gli interventi riformatori sono sempre stati rivolti a razionalizzare e contenere la spesa pensionistica, mediante – in sintesi – l’introduzione di un diverso calcolo delle pensioni, con estensione del metodo contributivo, l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, un diverso meccanismo di indicizzazione delle pensioni e altri interventi accessori, tra i quali l’aumento dei contributi. Nessuna riforma ha però interessato l’impianto originario del sistema, che è rimasto immutato.

Infatti, non è stato modificato il metodo di finanziamento a ripartizione, secondo il quale i contributi versati ogni anno dai lavoratori attivi sono utilizzati per pagare le pensioni dei lavoratori a riposo, ossia dei pensionati, né è stata variata la forma di gestione della previdenza in regime di monopolio da parte dell’amministrazione pubblica (INPS). Detto impianto, le cui attuale conformazione si è sviluppata successivamente all’adozione del principio di obbligatorietà dell’iscrizione alla previdenza sociale e di pagamento dei relativi contributi e quindi con la creazione dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), è ispirato al modello tedesco creato da Otto von Bismarck. È stato infatti il cancelliere della Germania guglielmina a gettare le basi del moderno Stato assistenziale, adottando un modello che si è diffuso rapidamente, anche se con forme assai variegate sia nell’Europa continentale che nei Paesi anglosassoni, e ha poi accompagnato la storia dell’Occidente sino all’epoca attuale.

Ebbene siffatto sistema, ancorato al “mito della giustizia sociale” e a meccanismi redistributivi e coercitivi, ha palesato ampiamente i suoi limiti, i quali oggi sono diventati ancora più evidenti, tanto da renderlo insostenibile e prossimo all’inevitabile crollo. A tanto, ha condotto, da una parte, il calo del tasso di fertilità e l’aumento delle aspettative di vita, con la conseguenza che sempre un minor numero di lavoratori può sostenere i pensionati, salvo l’adozione di ulteriori interventi – tampone per aumentare in modo ancor più spropositato sia le tasse che l’età pensionabile; dall’altra, unitamente a un ridotto tasso di crescita economica, la cresciuta a dismisura della spesa per la previdenza, la quale oggi rappresenta la voce più pesante del bilancio dello Stato.

Un ulteriore motivo di criticità, ma non di certo secondario, è poi costituito dalla cronica inefficienza e dai costi della gestione monopolistica pubblica del sistema previdenziale, il quale fornisce burocraticamente dei servizi che si è obbligati ad acquistare in blocco, verso un corrispettivo che varia a seconda delle persone e in base a scelte effettuate a livello politico, ed esclude a priori la responsabilità del consumatore e la sua libertà di scelta. Essa, inoltre, nel tentativo di tenere sotto controllo i costi è diventata sempre di più politicizzata e ostaggio della mentalità della pretesa dovuta.

Per uscire da tale situazione, evitando il collasso e il conflitto generazionale che si profila, non è più discutibile che occorra abbandonare il vigente sistema a ripartizione, il quale, al di là della sue ormai consolidate finalità redistributive, rappresenta pure un ibrido, il quale «non è in nessun caso un programma assicurativo in cui i pagamenti degli individui acquistino prestazioni attuariali equivalenti», ma «è la combinazione di un’imposta particolare e di un programma particolare di trasferimenti» (Milton Friedman).

Al suo posto è necessario introdurre il diverso sistema a capitalizzazione su basi private, che è invece imperniato sulla responsabilità individuale e sull’investimento di risparmi privati, e non prevede trasferimenti coercitivi da un individuo a un altro. Il suo funzionamento comporta che i contributi versati da ogni singolo individuo non siano utilizzati per pagare le prestazioni di coloro che hanno smesso di lavorare, ma vengono accantonati in un fondo (o investiti dal gestore); al momento del pensionamento (o anche prima di detta epoca), il montante contributivo versato, rivalutato secondo il frutto degli investimenti, viene erogato all’individuo sotto forma di prestazione pensionistica o, eventualmente, in forma unica. Le riserve accantonate fungono anche da garanzia per le future prestazioni, laddove in regime di ripartizione, gestito attraverso il monopolio pubblico, l’adempimento non può dirsi certo, oltre a essere difficilmente assicurabile, ed è unicamente rimesso ai prelievi coercitivi dello Stato. Quanto alla gestione, la privatizzazione del settore e la sua liberalizzazione sottrarrebbero la previdenza al monopolio pubblico per rimetterla a gestori privati operanti nel mercato e in concorrenza tra di loro, pronti a soddisfare le necessità e i bisogni di protezione degli individui-consumatori.

Un esempio del sistema appena citato, destinato altresì a riequilibrare il rapporto contributi-prestazioni e, nello stesso tempo, a liberare risorse per lo sviluppo economico, garantendo una maggiore libertà di scelta agli individui, si può rinvenire in buona sostanza in quello introdotto in Cile da José Piñera con la riforma del 4 novembre 1980, implementata dal 1° gennaio 1981. È un modello, quello cileno, che da allora costituisce un esempio su come può avvenire la privatizzazione del sistema previdenziale, basato sui risparmi individuali e amministrato da privati, che non eroga una pensione determinata politicamente e pagata mediante il corrente prelievo fiscale.

A ben vedere, è una scelta non più dilazionabile non solo per ragioni emergenziali, che nell’attuale momento storico non sono affatto infondate, ma anche per rimuovere la forza disgregante e gli effetti perversi di sistema ingessato e falsamente solidale, peraltro perennemente in deficit. Esso, inoltre, ha privato gli individui della libertà di scelta e li deresponsabilizzati e, attraverso la ripartizione, li ha costretti a vivere nella gabbia tribale di una “società chiusa”, nella quale solamente il capo ha il potere sulle risorse esistenti e la responsabilità delle loro assegnazione.

Come ha insegnato Friedrich A. von Hayek, la società aperta ha permesso una enorme crescita del benessere per tutti, ed è diventata possibile perché non ci si è preoccupati della “ripartizione” e perché si sono lasciati gli uomini liberi di creare delle ricchezze per essi stessi, e ciò ha avvantaggiato tutti.

*sandro.scoppa@fondazionescoppa.it

 

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6 Comments

  1. Anthony Ceresa says:

    Se facciamo caso, in Italia tutto é impostato sul furto gestito in modo Monopolistico Pubblico o Privato con il supporto esterno del Governo. Il fattore critico si fonda sul fatto che ci siamo abituati a questo tipo di politica.
    Il motore di uno Stato é rappresentato dal sistema Fiscale che secondo le politiche adottate permette lo sviluppo o la recessione della Nazione.
    Diciamo che il sistema Fiscale rappresenta la torta da dividere fra tutti i cittadini come se fosse una famiglia allargata.
    Se il Governo che ha in mano la gestione della torta, la taglia in maniera equivoca, riservando per se oltre la metà della torta, ed il resto da ripartire fra i sessanta milioni di figli, é logico che prima o poi da una parte scoppiano per aver mangiato troppa torta, mentre dall’altra si ridurrà la cooperazione dei cittadini, di fronte a tanta ingiustizia, portando la Nazione alla recessione.
    In molte Nazioni evolute, il sistema contributivo é Privato, mentre lo stato gestisce il sistema pensionistico di vecchiaia con regolamenti precisi che prevedono un tetto di benessere per poter accedere alla Pensione.
    Una casa, un’Auto, un conto in banca che non supera una determinata cifra e si può ottiene una pensione fissa che permette di vivere decorosamente per ambo i coniugi.
    Nel presente caso, se l’INPS deve provvedere alle pensioni d’Oro e ai mille cavilli che elargiscono cifre mensili a persone non eleggibili alla pensione di vecchiaia, non ci sorprende affatto che l’Istituto prima o poi faccia il botto.
    Anthony Ceresa

  2. Silvio says:

    Caro Avv. Scoppa,
    sono perfettamente d’accordo con la Sua analisi, al solito svolta con rigore e passione.
    Vorrei anche aggiungere che il sistema italiano è passato al modello a ripartizione sostanzialmente già con la riforma del 1952 (l. 4/4/1952, n. 218, per la precisione), laddove la quota con il modello contributivo veniva ridotta al minimo.

    Comprendo che in Italia la possiiblità di operare una simile riforma sia difficilissima, ma l’idea che qualcuno pensi alla mia pensione mi terrorizza e visto ciò che sta succedendo dovrebbe terrorizzare tutti. Al mio futuro, come al mio presente, ci penso io e tutti dovrebbero avere la libertà di pensare a sé stessi. Se ognuno fosse responsabilizzato per se stesso questo sarebbe un primo passo per un mondo migliore.
    Non siamo bimbi o soggetti sottoposti ad amministrazione di sostegno: dobbiamo essere trattati come esseri umani adulti e senzienti.

    E infine: mi sembra veramente bizzarro accusare il liberismo (neo o paleo poco importa) per una crisi originata dal debito pubblico…. Il sistema sostanzialmente socialista creato in questi decenni sta collassando, ma la colpa la diamo tutti al liberismo…. Mah….

  3. Sergio V. says:

    Egregio Prof.Scoppa, forse non ricorda ma fino agli anni 60 primi anni 70 il sistema era proprio quello che Lei ipotizza. Gli enti anzi investivano in immobili e tutto il capitale era al sicuro. Con l’avvento della politica del furto, tutti quei capitali sono stati espropriati agli enti pensionistici, ultimamente ci sono state le cartolarizzazioni che hanno ulteriormente defraudato il capitale previdenziale (dove sono finiti gli introiti delle vendite degli immobili dell’INPDAP?) allo stato e non agli enti previdenziali. Forse che il sistema si può reggere se diamo la pensione anche a quelli che non hanno mai versato un contributo. Nel primo governo B. ministro Poli Bortone furono condonati (cioè non li hanno fatto pagare) 8 mila miliardi di contributi agli agricoltori pugliesi. Quindi mi è piacerebbe che quando si parla si sia anche a conoscenza degli eventi storici. Saluti

  4. roberto says:

    A me tu tanto indipendente non sembri! Tu stai proponendo idee neolberiste gabellandole come soluzione mente invece sono il problema! Su INPS spari cavolate, perché i contributi INPS superano i costi delle pensioni e dopo la disastrosa riforma MONTI, le pensioni spariranno probabilmente con tua grande gioa! Se a te piace la eliminazione dello stato sociale abbi il coraggi di dirlo senza menare il cane per l’ aia!

  5. Giovanni Sandor says:

    Mah, io sono contento di non dover pensare da me alla mia pensione ,,,

  6. Paolo L. Bernardini says:

    Gentilissimo Professor Scoppa,
    ottima analisi. Solo, quel che propone e’ oggettivamente impossibile all’interno del sistema Italia, lo sara’ nel Veneto, Lombardia, etc., indipendenti. Il pensiero liberale classico si declina ormai solo in indipendentismo politico. All’interno di piccoli Stati, poi, il liberalismo classico potra’ esprimersi al meglio in una razionale azione di liberalizzazione, anche del sistema pensionistico. Insomma, lo scopo finale e’ l’abbattimento del Leviatano, non la creazione dello Stato piccolo. Quest’ultimo e’ un by-product.

    Cordialmente
    Paolo Bernardini

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