LA CRISI DEL SISTEMA LEGITTIMA L’AUTODETERMINAZIONE

di GIANFRANCO FERRARI*

Una delle ragioni sicuramente più forti e difficilmente confutabili a favore del principio dell’autodeterminazione dei popoli sancito, non dimentichiamolo, dall’art.1,comma 2,della Carta della Nazioni Unite, ratificata anche in Italia con Legge n°848 del 17/8/1957, è il mancato rispetto o il venir meno, in tutto o in parte, in fatto o in diritto,anche solo per desuetudine, dell’osservanza di alcuni principi giuridici fondamentali che dovrebbero rappresentare il collante stesso di una compagine sociale o anche i capisaldi di un dettato costituzionale o addirittura sovranazionale (pensiamo alle norme di diritto comunitario e al ruolo di Garante di certi principi sacrosanti che dovrebbe essere svolto dall’Unione Europea e dalla sua Commissione e Corte di Giustizia,di cui il sottoscritto è convinto sostenitore, nonostante sia il primo a riconoscere che si tratti di un percorso tutt’altro che semplice). Quando, in concreto, è generalmente o diffusamente avvertito il venir meno del rispetto di certi principi basilari,di certi valori fondamentali,quali quelli dichiarati,ad esempio, nella prima parte della Carta costituzionale della stessa Repubblica, allora si sviluppa, prima o poi,come naturale reazione storica, quello che i costituzionalisti e gli storici, in gergo, definiscono come “diritto di resistenza” che può assumere varie forme, dalla disobbedienza civile di cui parlava il Professor Gianfranco Miglio al distacco tra “paese legale” e “paese reale” o alla disistima o distanza dalle istituzioni, che dovrebbero porsi a garanzia di quei principi,compreso l’aumento dell’astensionismo nelle consultazioni elettorali, l’emigrazione all’estero dei laureati, fenomeno meglio noto come “fuga dei cervelli”, i disordini e quant’altro e di cui comunque la forma principale di reazione è rappresentata proprio dal principio di autodeterminazione sul territorio.

La latitanza o la corruzione, l’inefficienza di uno Stato, più ancora che legittimare,finisce spesso per costringere, a livello storico, i propri consociati ad organizzarsi in qualche modo, per proprio conto, sui propri territori, per supplire, in termini di funzioni e servizi, ai deficit di quegli apparati o entità statuali che non riescano più a garantire la soglia minima dei diritti civili o condizioni di vivibilità materiale. Il precedente storico più autorevole con cui si può tentare, per certi versi, un parallelismo, è proprio quello che un celebre testo di Sismondi definisce come “la caduta dell’impero romano e il declino della civiltà”. L’incapacità di assicurare persino la funzione giudiziaria e il venir meno anche delle certezze più elementari creò, allora, di fatto, i presupposti dell’affermazione dell’autorità ecclesiastica attraverso gli arbitrati,la curia vescovile e la denunciatio evangelica privata, i livelli vessatori della fiscalità romano-bizantina finirono,anche al tempo delle guerre gotiche, come narrano Procopio di Cesarea e altri storici, per determinare la spopolazione di interi territori e la fuga in massa verso quei regni che, evidentemente, dovevano apparire meno “barbarici” della rapacità dei funzionari e del Fisco imperiale.

Il fenomeno è tanto più grave in un’epoca,come la nostra, che ha alle spalle accanto ai costituzionalismi moderni la nozione stessa di “contratto sociale” e di “Grundnorm”, per usare espressioni di Rousseau e di Kelsen, e un diritto comunitario e internazionale che ormai, in varia forma, danno per assodati e insopprimibili alcuni principi di fondo. Infatti la scolarizzazione dell’obbligo e la maggior diffusione della cultura difficilmente si coniugano con la soppressione dei diritti e delle libertà civili più elementari e fondamentali,così come le abbiamo conosciute tradizionalmente fino ai nostri giorni,essendo stati abituati a guardare ad essi come a traguardi storici! Ebbene,dopo la premessa storica,veniamo finalmente al punto: chi si riporta con enfasi ai concetti di Stato unitario e di celebrazione dei centocinquantanni dell’unità, chi sembra voler attestarsi dietro al dogma inviolabile della Costituzione rigida, non modificabile,secondo certa impostazione ermeneutica, per il combinato disposto degli artt.5 e 139, da cui deriverebbe che la Repubblica, essendo definita una e indivisibile, all’art.5, sarebbe anche l’unica certezza della forma di Stato non suscettibile, per l’art.139, di essere posta in discussione o oggetto di processi di revisione, come a dire l’unica realtà da cui non si potrebbe tornare indietro o essere superata,a seconda dei punti di vista, ebbene,dicevamo, chi è veramente convinto che questo principio formale,costituisca l’unica certezza del sistema, rischia di smarrire la sostanza stessa del discorso della funzione costituzionale al cui servizio è posta quella forma statuale e l’intera parte seconda della Costituzione, art.139 compreso, ossia i principi fondamentali e, tra questi, maxime i diritti e doveri dei cittadini, quella parte prima che trova oggi,più che mai dopo il Trattato di Lisbona, il suo omologo corrispettivo in testi come la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e del cittadino e i relativi protocolli. Ora, proprio a centocinquant’anni di distanza dal processo storico unitario, più che mai, giudicando anche il “punto di crisi” a cui è approdato il paese, complessivamente, si impone la necessità di una valutazione seria e di un serio bilancio storico che va affrontato principalmente alla stregua dello “stato della Costituzione”, inteso soprattutto come stato di attuazione del testo costituzionale repubblicano.

Il bilancio è purtroppo, per molti versi, impietoso e sotto gli occhi di tutti: dalla crisi dello stato sociale e previdenziale che sta mettendo in forse diritti acquisiti e quelle che sembravano certezze di civiltà acquisite addirittura sotto il fascismo, alla crisi della giustizia, che è probabilmente uno dei peggiori spettacoli in termini di efficienza,sia nel civile che nel penale, per non parlare delle condizioni carcerarie, dai livelli di disoccupazione,soprattutto giovanile, ai livelli di mafia e corruzione, quest’ultima radicata in termini istituzionali, ecc., passando per l’enormità del debito pubblico, per i sistemi clientelari,che spesso finiscono per condizionare anche il meccanismo del consenso e per i sistemi di funzionamento e reclutamento e l’elefantiasi di vasti settori del pubblico. In sintesi, per molto tempo, si è andati avanti, soprattutto dal dopoguerra in poi, sostenendo che in Italia ci sarebbe stato un problema di attuazione o applicazione della Costituzione, che tale testo,per quanto considerato un buon testo,soprattutto nella parte prima e anche nell’impianto della Repubblica parlamentare e nella concezione di alcuni “pesi e contrappesi”, non si sa bene per quali motivi, oppure intuitivamente lo si comprende facilmente, non sarebbe riuscito a trovare la sua strada in un paese del genere,rimanendo,per molti versi, sulla Carta e fuori dalla realtà.

Mi è capitato persino di sentir dire che la Costituzione italiana sarebbe stata troppo perfetta,troppo ben congegnata nel suo impianto,per trovare riscontro pratico. Dopo anni di studi e frequentazione dei Tribunali, soprattutto quelli del distretto della Corte d’Appello di Roma, anch’io ho cominciato a intravedere qualche arcana verità: al di là dei bizantinismi endemici,soprattutto ad alcune latitudini, la tendenza alla complicazione e l’assenza di chiarezza, nella legislazione come nell’amministrazione, costituiscono spesso il viatico,lo strumento e il volto più diffuso della corruzione istituzionale e della mortificazione dei valori costituzionali fondamentali. E tale mortificazione e distanza dai principi fondamentali potrebbe finire per costituire, con buona pace della retorica e del bon ton, la prova provata di quello che sosteneva il noto titolo di un libro di Sergio Salvi: “L’Italia non esiste”!

Citerò un caso nazionale che,a mio parere, deve far riflettere e vale per tutti, perché ancora oggi non mi risultano pronunce di illegittimità costituzionale in merito o sollevamenti di opinione, talchè comincio a dubitare dell’esistenza di questo paese non solo a livello istituzionale,ecc., nel senso in cui intendeva Salvi,ma addirittura dell’esistenza di un’opinione pubblica, e tutto ciò accade “Sotto gli occhi dell’occidente”, per citare una prospettiva conradiana, cioè senza che l’Unione Europea,da parte sua, sia intervenuta sul punto. Con Decreto Legislativo n°28 del 4/3/2010, sotto la vigenza del Ministero della Giustizia Alfano, viene introdotto in Italia l’istituto obbligatorio della cosiddetta mediaconciliazione. Tale istituto, che a marzo entrerà in vigore anche per liti condominiali e controversie assicurative, finisce per sancire l’obbligo,non la facoltà,con relativi esborsi, di rivolgersi a tali organismi stragiudiziali, a pena di inammissibilità-improcedibilità del diritto di azione giudiziaria, prima di potersi quindi rivolgere ad un giudice della Repubblica per far valere i propri diritti civili dal condominio al diritto di risarcimento per incidente stradale! Se solo si considera l’assolutezza teorizzata da molti studiosi del bene-persona nel nostro ordinamento e della sua integrità (artt.2-32 Cost.,ecc.) ovvero se solo si legge l’art.24 della Costituzione e l’assolutezza e solennità dell’espressione: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.”, non vi è bisogno di aver praticato particolari studi giuridici per comprendere al volo che qualcosa non torna e che probabilmente siamo stati privati di un diritto fondamentale proprio della nozione stessa del cosiddetto Stato di diritto, cioè la facoltà di potersi rivolgere direttamente ad un giudice della Repubblica per far valere le proprie ragioni in termini di diritti e interessi legittimi e che tale cosiddetto “diritto di azione”, come lo definiva il Liebman, non è costituzionalmente assoggettabile ad oneri particolari o condizioni.Una cosa è infatti dirmi che ho facoltà di rivolgermi ad un conciliatore o ad un arbitro,altra cosa è dire che sono obbligato altrimenti, se dovessi adire il giudice senza averlo fatto, questi non solo rigetterà la mia azione,dichiarandola inammissibile o improcedibile,ma potrà anche condannarmi alle spese. Inoltre viene meno o comincia ad essere condizionato anche il ruolo fondamentale dello Stato che,da che mondo è mondo, è proprio quello di garantire la funzione e il “servizio” giustizia ai suoi cittadini. Perché,personalmente, da cittadino e contribuente,oltre che da Avvocato, avverto l’introduzione di certe norme come un invito a rivolgermi altrove da parte dello Stato italiano che ha giustificato certi interventi come deflattivi di un contenzioso che, evidentemente,stando anche ai numeri delle cause e alla loro durata, non riesce più a gestire (ma forse non vi è mai riuscito a giudicare dal fenomeno periodico e ricorrente delle amnistie e indulti di vario genere e specie nel penale).

Poi mi capita di leggere un articolo de “Il Fatto quotidiano” del 17 marzo 2011, a firma di Eduardo Di Blasi, in cui apprendo letteralmente che: “Il business. Gli organismi privati di mediazione contenuti nell’elenco del ministero della Giustizia sono per adesso 179. Al numero uno c’è l’Adr Center, che tra i mediatori formati conta anche la moglie del ministro Angelino Alfano, l’avvocato Tiziana Miceli. Nelle loro tasche arriverà la cifra record di 360 milioni di euro (il conto si ottiene moltiplicando i 600mila processi interessati dalla conciliazione obbligatoria alla media di spesa di 600 euro l’uno).

Ma il business è anche quello di coloro che formano i nuovi mediatori (per fare questo lavoro occorre una laurea triennale, anche non in giurisprudenza, e un corso di 50 ore). Ci si sono lanciati anche il Cepu, la Niccolò Cusano. Il costo varia dagli 800 ai 3500 euro a corso. Un altro ricco affare.”. E comincio a domandarmi,dato che il Sig. Alfano è sicuramente convivente con la moglie e si presume che ne condivida redditi e interessi patrimoniali, se si sia “astenuto” dal consiglio dei ministri che ha votato certi provvedimenti o se non sussista un chiaro conflitto di interessi, considerando anche che certe modifiche al codice di procedura civile hanno introdotto l’obbligo,a pena, anche lì inizialmente e formalmente di nullità della citazione, di indicare,nell’atto stesso e nell’iscrizione a ruolo, il codice fiscale del convenuto da parte dell’attore e del suo avvocato,rendendo oltremodo difficoltoso l’esercizio del diritto di azione giudiziaria civile anche sotto tal profilo. Basti pensare che nei casi di responsabilità civile extracontrattuale o aquiliana (vedi il caso dei sinistri stradali) ben difficilmente sussistono atti pregressi di incontro tra le parti, come può essere un contratto, da cui si possano evincere i dati della controparte e se si pensa che nemmeno il Codice della strada prevede l’obbligo per le forze dell’ordine che compilano un rapporto di incidentistica di trascrivere i codici fiscali delle parti, si avrà ben chiaro il livello di complicazione che la norma introduce ed anche il tratto di irrazionalità che la contraddistingue (sull’argomento delle “novità” dell’altro Decreto Legge n°193 del 29/12/2009 convertito in Legge n°24 del 22/2/2010, vedasi anche on line in AltaLex l’articolo di Sabato Salvati: “L’obbligo di indicare il codice fiscale negli atti processuali problemi e soluzioni pratiche”, ma ancor più fortunatamente l’ordinanza della Prima Sezione civile del Tribunale di Varese del 16/4/2010,Giudice Buffone, che ha stabilito che non di nullità trattasi,ma,semmai di un aspetto fiscale che non può riverberare i suoi effetti sulla validità civilistica del procedimento).

Eppure tutto questo è passato in Italia durante l’epoca Berlusconi, da cui si sta cercando di uscire,non senza enormi difficoltà. Ritengo che Angelino Alfano avrebbe dovuto astenersi personalmente dall’adozione o dal voto, a livello ministeriale, e forse anche dalla proposta di certi provvedimenti che rischiano di aver compromesso irreparabilmente o di condizionare o vanificare o ridurre un complesso di sacrosanti diritti costituzionali di azione giudiziaria che costituivano probabilmente anche un patrimonio storico-giuridico acquisito nel tempo e una conquista di civiltà! Ma soprattutto,al di là della Costituzione, che sancisce norme di principio,per quanto importanti, ma spesso definite imperfette perché sprovviste di sanzione diretta o interpretativamente classificate talora come programmatiche, per il vizio tutto italiano di interpretare più che osservare o applicare, rimane sullo sfondo un’altra norma, che per quanto taluni non vorrebbero vedere applicata o interpretata in tema di “responsabilità politiche”, resta comunque anch’essa una norma di principio,un principio generale, a mio sommesso avviso, del nostro ordinamento,che prima della riforma penale, era specificamente sancita anche dal vecchio Testo unico degli enti locali, ormai abrogato, mi riferisco all’art.323 C.P. che sanzionerebbe con la reclusione chi omette di astenersi dallo svolgimento delle funzioni di pubblico ufficiale o dal pubblico servizio in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, specie laddove si finisca intenzionalmente per procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecare ad altri un ingiusto danno.

Ora,quand’anche non si voglia, da benpensanti, asserire che tutto sia stato fatto nell’ordine di idee di procurare maggior lavoro e redditi alla consorte,con cui si presume la comunanza di interessi, resta da domandarci se comunque a noi tutti non sia stato prodotto un danno ingiusto,condizionando o riducendo il margine o rendendo più difficoltoso o oneroso l’esercizio di diritti costituzionali di così vasta entità? Qualcuno giustifica il tutto dicendo che in tema di diritto del lavoro e relative controversie l’istituto del tentativo di conciliazione obbligatorio esiste ormai da molti anni senza che se ne sia dichiarata l’incostituzionalità o altro, ma la questione probabilmente è più sottile perché il testo costituzionale non sembra dar adito a dubbi, come si è visto, e inoltre è evidente che il diritto ad accedere generalmente alla giustizia, senza condizionamenti,discriminazioni e filtri, costituisca una delle conquiste più importanti dello Stato di diritto, presente persino in alcune civiltà antiche.

Ritengo quindi che le questioni di rilievo costituzionale e i rilievi critici che qui andiamo sollevando e che, in parte, hanno trovato eco anche altrove, debbano indurre ad una riflessione politica più profonda, oltre che ad un bilancio più severo circa i centocinquant’anni, ma soprattutto che debbano essere riproposte nella giusta misura in occasione della prossima campagna elettorale, che si avvicina, per chiarire anche cosa abbia significato l’epoca dell’ultimo governo Berlusconi e il ruolo del suo guardasigilli che sembrerebbe candidarsi alla guida del Pdl e alla successione del ruolo politico stesso dell’ex premier.

Avvocato Patrocinante in Cassazione

 

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2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    I francesi hanno fatto una legge a pro ARMENI.

    Aspettiamo che ne facciano un’altra a pro VENETHI..??

    Vediamo se saranno COERENTI.

    LB

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