PIU’ C’E’ SINDACATO E PIU’ LE AZIENDE DELOCALIZZANO

di FRANCO FUMAGALLI*

Nel panorama politico attuale, oltre ad esserci una casta rappresentativa incapace, opportunista e vorace, vi è un altro fattore di anacronismo: i sindacati.

Chiarisco subito che il sindacato, solo per i lavoratori dipendenti da aziende private, non è solo utile, ma necessario per un corretto rapporto interno imprenditore/dipendente. Non ha senso nel settore pubblico dove la controparte è l’insieme dei cittadini. Detto questo, si può rilevare che la esistente Triplice, burocratica e parassitaria, sia che operi nel privato e/o nel pubblico, è un fattore ostativo allo sviluppo economico. Attualmente i “sindacalisti” hanno privilegi che gravano sui lavoratori in maniera pesante e durevole e che in modo surrettizio incrementano il costo del lavoro mantenendo basse le retribuzioni.

Questa Triplice o meglio questo Partito Conservatore Italiano (PCI come lo chiama G. Pansa), è stato ed è uno dei principali attori della grande disoccupazione attuale. Il sindacato dovrebbe essere oltre che fattore di tutela, anche un elemento di mediazione tra i datori di lavoro e i lavoratori. Dagli anni ’70, però, l’azione sindacale ha avuto una distorta impostazione alla sua funzione. La suddivisione in classi teorizzata dal marxismo e portata alle estreme conseguenze dal sindacalismo ottocentesco nostrano, fondamento dell’attuale Triplice, ha codificato le regole in una legislatura del lavoro, approvata da una debole e connivente classe politica, in vincolo determinante all’impiego di lavoratori. L’attuale legislazione del lavoro è impostata sulla contrapposizione e lo scontro frontale. Per rendere coercitiva quest’impostazione, la politica sindacale si è spostata sul terreno giuridico. In pratica le politiche sindacali hanno ignorato la funzione di mediazione per privilegiare l’azione di tutela con una complicata e talvolta assurda legislazione. Così sindacalisti, sono diventati i giudici.

Una delle conseguenze di questa situazione è stata la prevedibile delocalizzazioni delle attività produttive. La produzione non ha bisogno di finti malati (per un massimo di 179 giorni all’anno) o assenteisti cronici super tutelati, per cui a una legislazione del lavoro oppressiva, è corrisposto un disimpegno sociale degli imprenditori. Una seconda conseguenza: ha fatto diminuire il numero complessivo dei lavoratori a tempo indeterminato, controbilanciato, in parte, con un più flessibile rapporto di collaborazione autonoma. Non si può spiegare altrimenti il fatto che in Italia il numero delle partite IVA sia maggiore di quello di tutti i Paesi europei messi insieme. Vi è anche un’altra conseguenza all’irragionevolezza delle leggi sul lavoro. Per ovviare alle distorsioni provocate dalle leggi nel settore privato, si è optato, sempre seguendo le fallimentari teorie marxiane e comuniste, per un maggiore presenza dei “postifici” pubblici. L’estensione di un non necessario sistema pubblico e la sua cronica inefficienza, graniticamente tutelata dalla Triplice e da tutte le altre centinaia di sigle sindacali fasulle, che non producono ricchezza ma la consumano, ha generato un debito colossale che, ci sta uccidendo e non solo in senso economico.

A questa situazione drammatica che i burocrati sindacali non hanno mai affrontato perché riguarda anche i loro privilegi e le loro carriere, che aspirano sistematicamente ad approdare in Parlamento, si è aggiunta una vera e incessante rivoluzione tecnologica che ha modificato i sistemi di gestione della produzione. La tecnologia, soprattutto nelle PMI che sono il tessuto connettivo dell’economia del Paese e rappresentano il 95% del PIL, ha radicalmente modificato i rapporti sindacali interni alla fabbrica dai principi sostenuti dal sindacalismo conservatore. Un tempo i lavoratori erano facilmente intercambiabili per la semplicità delle mansioni. Ora, sul posto di lavoro è sempre più richiesta una profonda specializzazione che rende il lavoratore non facilmente intercambiabile ( e questa è autotutela, senza sindacato e giudici). Nessun datore di lavoro si priverebbe di un dipendente esperto ed efficiente. Per questa esigenza tecnologica, l’attività lavorativa si è trasformata in un’innegabile, inoppugnabile e necessaria collaborazione, non tra classi rigidamente divise ed in permanente conflitto, ma tra soggetti che perseguono lo stesso fine con funzioni e ruoli diversi. A riprova di questa interpretazione, nelle grandi aziende si sta diffondendo la “Stock option” ovvero l’opzione di acquistare azioni sociali a condizioni di favore concessa dalle società ai propri manager e dipendenti allo scopo di motivarli per perseguire l’oggetto sociale. Demonizzare i datori di lavoro, chiamarli ancora con disprezzo “padroni” è segno non solo di rozzezza culturale ma anche di immensa arretratezza mentale. Altro che progressisti! Costoro sono coloro che inneggiano ad una superata visione e divisione delle componenti sociali e quindi ad un’ involuzione della società, che la storia ha già, tra l’altro, bocciato.

Vi è anche un altro aspetto da considerare, che determina tensioni nel mondo del lavoro: la insensata proliferazione di lauree. La disastrata scuola pubblica superiore, qualitativamente impostata dal sindacalismo demagogico negli anni “rossi”, l’hanno trasformatasi in semplice “postificio” per docenti e non. Rilascia lauree che non sono richiesta dal mercato del lavoro. Mancano i tecnici, anche perché quelli validi, e ce ne sono, se ne vanno in altre realtà dove godono di maggior considerazione retributiva. I laureati in specialità fantasiose ritengono di dover essere considerati alla stregua di quelli ricercati. Di qui anche la carente nostrana propensione dei giovani a ritenere le prospettive artigianali e dei servizi, inidonee a chi possiede un’etichetta applicata ad una bottiglia dove c’è scritto “Vino DOC”, ma che in realtà è solo acqua colorata. Questo stato di cose ha ingenerato un’assurda situazione di cui i sindacati ritengono di essere beneficiari in termini di consensi, ma che ha incrementato la disoccupazione.

Le condizioni di globalizzazione dei mercati, la delocalizzazione, il colossale debito pubblico, la tutela legale oppressiva, la tecnologia, rendono obbligatoria una sostanziale modifica strutturale dei rapporti produttivi esistenti ovvero un cambiamento di quelle regole che hanno reso immobile e disatteso il mercato del lavoro. Quando si è cercato di cambiare qualcosa si sono percorsa vie spesso più dannose della causa, con il beneplacito sindacale. Ad esempio, l’ importazione selvaggia di manodopera non qualificata ma, che, per contro, contribuisce a mantenere basse le retribuzioni. Ora:

- Le cariatidi della Triplice, rappresentati da gente che, se va bene, non ha mai visto la fabbrica, ma solo uffici burocratici, e che discettano sul mondo del lavoro;

- Costoro si avvalgono di 700.000 “collaboratori” che generano milioni di ore di lavoro perdute per “permessi sindacali” o peggio, per “distacchi sindacali”;

- Per continuare a prosperare sui privilegi ed esistere, tutelano il “non lavoro” in quanto suppongono, con logica perversa, che se si riesce non far lavorar la gente, nell’immaginario collettivo, diventano loro, i sindacati, indispensabili;

- Sostenendo l’immigrazione selvaggia che avrebbe dovuto fornire manodopera a basso costo – di fatto hanno incrementato il “non lavoro” e il numero di reati – per riequilibrare la legge della domanda e dell’offerta. Se questa legge fosse rispettata come si dovrebbe in un’economia liberista, non sarebbe disattesa e vincolata dai contratti nazionali, contratti che impediscono di commisurare le remunerazioni al costo territoriale della vita e all’assunzione di giovani. Per compensare eventuali incrementi di costo di certi servizi, basterebbe eliminare i privilegi dei sindacati, dei politici e della burocrazia, che costano decine e decine di miliardi di euro l’anno ai veri lavoratori produttori di reddito. Questa situazione ha, però, una sua logica perversa: scopo del mantenimento delle basse retribuzioni è quello di mantenere alto il malcontento e altissimo il costo del lavoro che, come tragica conseguenza, apre alla delocalizzazione;

- Minacciano lo “sciopero generale” per impaurire gli imbelli politici ma che, in pratica, si risolve in milioni di ore di lavoro perse che deprimono l’economia e salvano solo i loro privilegi che si aggiungono a quelli delle altre due caste (politici e magistrati) a spese dei lavoratori che perdono giornata.

- A sentir loro, con lo sciopero generale ( sempre di un giorno) difendono e rafforzano i “diritti acquisiti” ( e soprattutto i rovesci accertati); se così fosse, con lo sciopero generale di un mese oltre che i diritti rilancerebbero l’intera economia, no? Allora perché non lo fanno?

In un Paese appena appena normale questi sindacati sarebbero già stati spazzati via. I capi esibiscono l’elmetto sulla testa ma che sono titolari di ben altre protezioni che non quelle dei lavoratori. In realtà sono una “tigre di carta”, tanto per ricordare una storica frase di un cinese famoso, mantenuta in piedi dal ciarpame politico, perché così hanno anche loro la scusa dello “sciopero generale” per non fare le riforme.

Questa situazione, favorevole solo alle caste e alla burocrazia, che viene pagata, in ogni senso, dalla maggioranza dei cittadini, non può più durare. Così come l’attuale classe politica, si deve eliminare anche la burocrazia sindacale. Via costoro si potrebbe avere, finalmente, sindacati che rappresentino il lavoro e non la disoccupazione, su basi ristrutturate relative alle condizioni attuali di produzione come esigono i tempi. Finalmente si avrebbero sindacalisti non di mestiere (burocrati). Finalmente si arriverebbe come in certi Paesi all’eliminazione dei sindacati nel settore pubblico, settore che dev’essere drasticamente ridimensionato per aver minori costi e servizi efficienti. Finalmente si potrebbe avere uno sviluppo economico e sociale come richiesto e necessario. Finalmente i giovani avrebbero una prospettiva di lavoro e di crescita nel loro futuro. Finalmente si avrebbero bilanci sindacali pubblici. Finalmente le nuove generazioni non avrebbero solo la malinconica certezza di essere costretti a pagare le malefatte di quelle classi politiche e sindacali predatrici, che li hanno preceduti. Perché rinnovare la tessera a questi sindacati?

*Unione Padana Mantova

 

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3 Responses to “PIU’ C’E’ SINDACATO E PIU’ LE AZIENDE DELOCALIZZANO” Subscribe

  1. fabiomln 7 maggio 2012 at 2:06 pm #

    mi sembra che fai molta confusione, come quando dici: “Nessun datore di lavoro si priverebbe di un dipendente esperto ed efficiente”.
    Ma dove vivi? nel paese di alice?
    Io vedo tutti i giorni aziende che chiamano persone vicino alla pensione e propor loro la mobilità di ‘accompagnamento’ più un pacchettino di buona uscita.
    Cosa succederà nel momento in cui le aziende non dovranno nemmeno più incentivare queste uscite, quando potranno licenziare liberamente?
    Le aziende si privano di questi dipendenti, spesso molto preparati per il semplice fatto che possono trovare sul mercato mano d’opera a più basso costo. E’ la legge dell’usa e getta, non più applicato solo alle macchine, ma anche agli uomini.
    L’unica cosa vera è che i sindacati non sono lì per tutelare i lavoratori ma per far digerire ai lavoratori le decisioni prese dall’alto.
    E’ un sistema malato fino all’osso. Non si cura con pannicelli caldi. Il sistema va ripensato dalle fondamenta, ma la gente è tenuta nell’imbecillità più totale affinché non capisca.

    • dextop 9 luglio 2012 at 3:38 pm #

      Ma dove l’hai vista questa situazione? Le aziende che hanno rinunciato alle persone specializzate sono tutte chiuse o fallite. Chi sa muovere testa e mani se l’è sempre cavata nonostante le crisi degli ultimi anni.
      Le aziende che lasciano a casa i ‘vecchi’ il piu delle volte lo fanno solo per dare un futuro ai ‘giovani’ ed in genere lo fanno ben sapendo che la cosa andrà a loro discapito.
      Concordo con te comunque sull’inutilità, anzi sulla dannosità, dei sindacati italiani.

  2. Michele Taroni 7 maggio 2012 at 10:28 am #

    Sono d’accordo sull’intero contenuto dell’articolo di Franco Fumagalli “Più c’è sindacato e più le aziende delocalizzano”.
    Mi permetto di aggiungere che la critica potrebbe essere arricchita anche dalle considerazioni circa la “funzione” a mio giudizio indebitamente riconosciuta (di fatto) ai sindacati nel meccanismo di formazione delle leggi e, all’uopo, suggerirei la lettura di un editoriale di Antonio Martino (da ” il Resto del Carlino” del 6 febbraio 2001) di grande attualità malgrado il tempo trascorso dalla sua redazione.
    Cordialità.
    Michele Taroni

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