Silvio e Matteo avranno parlato di libertà o di nobili poltrone dopo aver battuto Renzi?

di BRUNO DETASSISberluscaz tricolorito

A volte ci è scappato di scrivere che l’impresa politica più difficile sarebbe stata per un partito del Nord, riuscire a convincere gli elettori a evitare di sbarrare il simbolo di Pd o Grillo, cioè evitare di votare   il “non Nord”. Impresa riuscita? Sì, ma si è persa la consapevolezza dell’essere del Nord. Si è votato altro, ovvero lo stop all’immigrazione, la ruspa sui campi nomadi. Una sola proposta di tassa bassa per tutti. E fine.

L’elettorato, alla Lega ha già perdonato tutto. Il precedente vuoto carismatico e il resto, con gli avanzi.

Avevamo scritto in epoca non sospetta, che bagliava chi sperava in un ritorno di Bossi o dei “bossiani”. E’ storia, non torna. “Il Nord deve costruire altro, la politica si costruisce con chi ha visione politica, non in virtù di una nostalgia. Ma sbaglia e ha commesso un errore fatale chi ha pensato che demolendo le statue, i simboli, i nomi, si vincesse ancora”.

Ecco il punto: “Non si demoliscono le identità”. La macroregione è diventata invisibile da quanto la si percepisce. E ora torna l’accordo col Cavaliere.

Un breve ripasso… Il Corriere della Sera, 24 aprile 1995, Elio Girompini, pagina 3: Maroni: Ah, se fossimo rimasti con Silvio… Adesso avremmo tre presidenti leghisti e con me al Viminale il federalismo sarebbe cosa fatta.

Ma ancora: Il Corriere della Sera, 6 febbraio 1995, pagina 5- “Umberto Bossi a l’Espresso racconta: “Per quanto mi riguarda, mi farei volentieri da parte se sapessi di lasciare il comando a gente fidata. No, non voglio che la Lega diventi un cagnolino nelle mani della canaglia berlusconiana”. (…)
Allora, quando si tornerà alle urne,(chiede il Corriere a Maroni, ndr) ci saranno due leghe, una di destra, e una di sinistra? “Oramai credo proprio di sì (…). Se diamo vita a una nuova Lega, ancorata al Polo, nel giro di pochi mesi dovremmo riconquistare gli elettori perduti, anche perché il 90 per cento era di centro destra, e solo il 10 per cento di sinistra”. (…) “Se noi gli diamo queste due condizioni, stare nel Polo della libertà, senza Bossi, tutti quelli che se ne sono andati dovrebbero tornare a votare Lega. (…)”. Ed era il 1995. Altri tempi, stessa storia.

 

Resta ed è la disgregazione politica del Nord il cuore del problema, è da qui che è partito il focolaio di una più ampia faglia. L’anticipazione, forse, di una più diffusa “guerra civile molecolare”, un tutto contro tutti, che profeticamente anticipò nei primi anni Novanta Enzesberger. La democrazia è apparente, è finita da un pezzo. Lo Stato non è più l’elemento superiore che regola i conflitti, lo Stato è uno degli elementi in lotta e decreta vita e morte dei suoi prigionieri. Decine, centinaia di piccole guerre, con convinzioni sbriciolate e autodistruttive, sono in corso. Eliminato l’antidoto popolare dell’identità e di chi prometteva di difenderlo, spacciando promesse e incassando altro, per ambizione e fini diversi, il varco si è aperto. Non è dato sapere quante generazioni serviranno per richiuderlo. In nome di una indipendenza, soprattutto dal passato.

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