Sicilia, la Grecia in casa. Ma nessuno indice un referendum

di GIULIO ARRIGHINIdebito sicilia

“Una situazione di grave emergenza” dei conti pubblici regionali. E’ quanto viene segnalato nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione siciliana pronunciato dalle Sezione Riunite della Corte dei Conti per la Regione siciliana, in riferimento all’esercizio fonanziario 2014. “Un progressivo deteriormento dei conti – si afferma ancora – nonché un durevole peggioramento della situazione finanziaria che rendono improcrastinabile l’esigenza di predisporre un concreto programma di rientro del deficit ormai strutturale e consolidato in modo da realizzare un effettivo e credibile risanamento”. Secondo la magistratura contabile “non si è provveduto a dare corso alle severe scelte strategiche pianificate con il Dpef 2014-2017”. La Corte, pertanto, segnala “l’esigenza che lo stato dei conti pubblici venga sottoposto a controlli da parte del governo centrale. A tal fine è necessario un piano triennale di rientro per il ripristino strutturale dell’equilibrio di bilancio in un intesa tra lo Stato e la Regione”.

Ecco, la cronaca parla da sola. E ci racconta di come un paese lontano dalla nostra storia e dalla nostra economia, non sia ancora riuscito, nonostante lo statuto speciale, a fare da sè. Però i politici siciliani, davanti ad una moneta unica che fa la differenza e davanti a conti di straordinaria gravità, non hanno mai pensato di chiedere un referendum. Certo, nessuno dirà mai loro che non arriveranno aiuti pubblici e salvataggi romani attraverso leggi di bilancio come insegna Roma Capitale. Quindi, forti della loro “autonomia”, continuano a perseverare sulla strada dello statalismo travestito da autonomia che sostiene amministratori che non sanno far quadrare i bilanci. Nessuno griderà loro in faccia che è ora che imparino ad amministrare se stessi. Si passa per razzisti. Ma se i cittadini potessero indire un referendum per liberarsi da questa classe politica insipiente, come andrebbe a finire?

Segretario Indipendenza Lombarda

 

Ed ora il dettaglio dai magistrati contabili.

Al 31 dicembre 2014 il debito residuo complessivo della Regione siciliana è pari a 5,5 miliardi di euro di cui 5,3 miliardi a proprio carico e la restante parte (208) rimborsata dalla Stato. Il dato è emerso nel corso della presentazione del rendiconto generale della Corte dei conti della Regione siciliana a Palazzo Steri, alla presenza del Governatore Rosario Crocetta, dell’assessore all’Economia, Alessandro Baccei, del sottosegretario Davide Faraone, del vicepresidente del Consiglio di presidenza della Corte di Conti Enrico La Loggia, e di altre autorità civili e militari. Il giudizio dei magistrati contabili è, ancora una volta, molto severo nei confronti della Regione. “Lo stock del debito si attesta su un livello superiore rispetto a quello del 2013 – dicono i giudici della Corte dei conti – registrando un trend crescente del 3,05 per cento”. La Regione ha fatto ricorso a due anticipazioni di liquidità per complessivi 900 milioni di euro concesse dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. “L’onerosità della situazione debitoria della Regione si percepisce con ancora maggiore evidenza – dicono i giudici nel rendiconto generale – se si considera che, entro il 2015, allo stock del debito già contrattato si aggiungerà la prevista sottoscrizione di un ulteriore prestito, pari a ,7 miliardi di euro. Per effetto di questa operazione l’importo complessivo dell’onere restitutorio dell’amministrazione regionale ammonterà a circa 7,9 miliardi di euro”. Per i magistrati contabili “particolarmente preoccupante appare il livello assunto dal debito pro capite che, dai 1.028 euro dell’anno precedente, nel 2014 raggiunge i 1.040 euro”. I giudici non risparmiano ulteriori critiche alla Regione: “Va segnalato – dicono – che nonostante i ripetuti rilievi delle sezioni riunite, non è stato predisposto in bilancio alcun fondo di riserva finalizzato a limitare l’impatto degli esborsi futuri per i flussi differenziali”. E ancora, occhi puntati sul personale delle società partecipate: “ammontano a oltre 272 milioni di euro”. Non solo. Rilievi vengono espressi anche sulla “sedimentata criticità del sistema delle società pubbliche regionali. E’ emerso come le stesse siano state utilizzate non già come soluzione efficiente per il migliore proseguimento di scopi pubblici ma piuttosto come strumento elusivo di divieti e vincoli legislativi”.

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One Comment

  1. renato says:

    E’ una storia che conosciamo bene e che non merita di essere ricordata. Ciò che merita attenzione è la mancanza di senso del dovere nel parlamento e nel governo, entrambi a conoscenza delle ineffabili bassezze e irregolarità che vengono commesse in quell’ambiente malavitoso che è la regione siciliana, la quale gode di un’autonomia che altre regioni le invidiano e che consente, sempreché ci sia l’impegno dei siciliani, di vivere bene nonostante le crisi economico-finanziarie in atto e gli sbarchi dei profughi. La Regione Sicilia si limita da decenni ha svolgere l’unico ruolo che le sembra congeniale : quello del mendicante. Ed i vari governi succedutisi non hanno fatto altro che soddisfare le molteplici richieste di ricche elemosine ed alimentare il malcostume. L’ex presidente del consiglio Monti, se ben ricordo, elargì un molto cospicuo aiuto alla mal gestita Regione Sicilia. Lui, un economista, avrebbe dovuto dire no. Ma era anche un politico che ritenne, per ragioni che sfuggono al buon senso e alla serietà, di commettere quell’atto moralmente osceno. Chi gli ha rinfacciato l’atto incostituzionale (perché contrario al Bene Comune) ? Nessuno, che io ricordi. Orbene, chi crede di essere letto o ascoltato ha il dovere morale di rivolgere parole di rimprovero al parlamento e al governo. Noi contribuenti veniamo strizzati dalla cupidigia dei politicanti siciliani e dall’ignavia dell’ambiente romano. Non continuiamo a vedere lo spillo occasionale dall’apparenza importante e trascurare il nocciolo della questione.

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