Serenissimi primati: l’invenzione della stratigrafia. Ricordo di Giovanni Arduino

di PAOLO L. BERNARDINI

Venezia regina d’Adriatico, certo: città di mare, e di marinai. E di mercanti su rotte marittime, lagunari e fluviali. Città dunque che nelle sue stesse origini rinnega, almeno parzialmente, il legame padano, ancestrale. ma anche aristocratico e romano, con la terra, Madre, e non solo per la fisiocrazia snob, di ogni ricchezza. Rinnega, almeno apparentemente, il legame con Reitia Dea Madre, della fertilità che dona la vita, e la rende prospera e appunto “felix”, felice, ovvero, alla lettera, fertile. Sembra stravolgere il rapporto con la realtà ctonia, Venere sorge dalle acque, prima di tutto. Vero tutto questo, veri i primati nautici, l’Arsenale medievale, il codice marittimo di poco posteriore, il costante perfezionamento, pur con significative battute d’arresto – nella vela, ad esempio, non eccelsa – delle arti e delle scienze della navigazione, che sopravvive in realtà imprenditoriali splendide e di nicchia, i Cantieri Camuffo, ad esempio, forse il più antico cantiere navale del mondo, fondato a Chioggia nel 1438, ora attivo a Portogruaro. Anteriore dunque di quasi un secolo rispetto all’altra serenissima impresa familiare, d’armi, la Beretta, del 1526. Armi nate sulla terra molto ferma di Gardone, che poi legavano la loro storia al mare: la prima ricevuta della Beretta è per la vendita di 185 canne di archibugio vendute appunto all’Arsenale marciano.

Non vorrei con i miei mezzi inadeguati, qui ed ora, mettermi a rivaleggiare con un Frederick Lane, e infiniti altri, nel cantare le glorie marittime della Serenissima. Piuttosto, solleticato dall’imminente celebrazione del terzo centenario della nascita del protogeologo Giovanni Arduino, nato a Caprino Veronese, o piuttosto Cavrìn, nel 1714, vorrei al contrario rovesciare la prospettiva. E guardare piuttosto, e di corsa, alla relazione della Serenissima con la “terra”, in almeno alcune delle sue accezioni. I veneti non sono forse – come da illustrissimo pulpito abbiamo da poco udito – “un popolo di contadini”? E allora mi conceda Signora Ministro, a me, umilissimo suo servitore, che dalle sponde del Lario pensa sempre a quelle del Benaco, romanticamente avvolto dalle nebbie padane o piuttosto gallo-insubri, una modesta lezione su questo venetico rapporto con la Madre Terra e matrigna talora. Ad esempio partendo dal contadino Camillo Tarello, bresciano, la cui unica opera, i “Ricordi d’agricoltura” (1559), di cui conservo, magistralmente introdotta da Marino Berengo (Einaudi, 1975), l’unica edizione recente, lo fanno padre dell’agricoltura moderna, il sistema dei tre o cinque campi, o di rotazione, che, tra l’altro, rivoluzionò l’agricoltura del mondo, salvando da carestie immani popolazioni intiere, quando la morte la portava la carestia, (“a FAME…libera nos Domine!”) e non i rapaci governi centrali.

Il patriziato urbano rivendica nostalgico dell’aristocrazia terriera romana (mai persa nella memoria collettiva) il possesso e i possessi di terraferma. Nasce, non a caso, Palladio. Ma è nel Settecento, in questo diuturno tramonto, che il rapporto con la terra acquista sfumature impreviste e fantastiche. La scienza giunge nelle campagne. E dunque i fuochi fatui di Loria, comparsi come funghi effimeri e terrificanti nel 1754 (a diecine) vengono identificati nella loro origine, la decomposizione e gli escrementi animali, da Giovanni Larber, scienziato al servizio della Serenissima, ma soprattutto della verità, mandato in loco, a studiare un fenomeno inquietante. Saremo pure nell’età dell’Illuminismo, ma le luci dal profondo della terra non solo segni di una ragione ctonia, se mai, potrebbero esserlo (per i contadini, ma non solo per quelli), delle passioni infernali. Siamo nel 1756, e solo tre anni dopo Arduino, scrivendo una lettera pubblica al maestro Vallisnieri, con la data del 30 marzo 1759, getta le basi della stratigrafia in geologia. Per intenderci, “periodizza” la crosta terrestre, in un modo ancor oggi accettato: primario, secondario, terziario, quaternario. E’ una periodizzazione che sa in qualche modo di fisico-teologia, nell’ottimismo progressivo del secolo dei Lumi: più ci si avvicina al quaternario, più ci si inoltra verso la perfezione: l’ “era geologica del cenozoico”, altrimenti detta, ancora in corso, in cui, appunto, siamo nati noi,”homo sapiens”.

…”differenti gradi di perfezione nelle dette specie d’acquatici Animali impietriti, più roze ed imperfette ne’ più bassi strati delle montagne da me distinte per secondarie […]e più perfette negli strati superiori di mano in mano, secondo l’ordine della loro successiva formazione, tanto che negli ultimi strati, cioè in quelli che formano i monti e colli terziarj, si veggono esse specie perfettissime, ed in tutto simili a quelle che nel moderno mare si ravvisano.”

Ricordiamo che la parte, rivista, del Systema Naturae di Linneo è appena di un anno precedente, del 1758. Lì compare per la prima volta lo “homo sapiens”. Se si evolve l’uomo, non necessariamente dalla scimmia o in una violenta selezione naturale, perché non deve farlo la terra, oggetto, a partire almeno dalla Telluris Theoria Sacra, di Burnet, pubblicato dal 1681 al 1684? Quattro ere geologiche, dunque, una periodizzazione virtualmente scandalosa, se l’ “omne trinum perfectum” di neotestamentaria memoria veniva messo in crisi, introducendo, sulla base piuttosto, cara a Burnet, dei 4 elementi fondamentali, una periodizzazione appunto quaternaria. Chi abbia interesse verso la geologia di Arduino può trovare tutte le risposte nelle opere di Ezio Vaccari, in particolare nel volume monografico del 1993 pubblicato da Olschki.

Siamo in un momento di svolta del Settecento. Ad Erbipoli (Wuerzburg) s’abbrucia l’ultima strega nel 1749, e il Tartarotti a Verona alla fine dello stesso anno pubblica un ragionamento sulle superstizioni e la caccia alle streghe che susciterà dibattiti in tutta Italia. Tartarotti era di Rovereto, la città partecipava dunque della grande cultura veneta del tempo, non solo perché formalmente veneziana dal 1418 al 1509. Tutta la cultura veneta si impegna in un confronto con la terra, fino a proteggerla dall’erosione marina con la gigantesca edificazione dei Murazzi, opera suggerita da quel genio universale di Vincenzo Coronelli, cartografo francescano, gran cantore del mare e della terra, poligrafo veneziano, in qualche modo difensore della terra come un francescano solo poteva essere. I gesuiti sono preti di mare, in fondo. Bernardino Zendrini, l’ingegnere che li edificò, gloria tra le ultime della Serenissima, veniva da Saviore in val Camonica, dominio di Venezia, terra ferma, anzi fermissima, a 1200 metri d’altitudine. Naturale la sua vocazione a proteggere dal mare Venezia, per quanto paradossale possa sembrare anche solo l’idea, ché Venezia deve al mare tutto, e qualcosa di più. Eppure…

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

7 Comments

  1. caterina says:

    Che ci sia questo famoso geologo veneto, di cui ignoro tutto e andrò a conoscere qualcosa in giro grazie all’articolo del prof.Bernardini, mi conferma nell’emozione che sempre quando arrivo dal sud, attraversato il Po, mi danno i Colli euganei che vedo profilarsi all’orizzonte sul mare della pianura, che penso che una volta fosse veramente mare da cui emergevano queste alture che andarono ricoprendosi di vegetazioni, e chissà cosa nascondono nelle loro viscere ribollenti… e penso al mio Veneto come una terra generata dalle acque esso stesso e brulicante di vita….emozioni!
    Ma una scoperta emozionante me l’ha fornita anche un recente documentario sugli orti e i vigneti presenti nelle isole della laguna tutt’oggi, residui di colture che si vogliono recuperare e che hanno sempre rifornito i veneziani di prodotti freschi che giungevano con le barche ai mercati affacciati al Canale dove la gente si approvvigionava…to’! Venezia si approvvigionava in laguna dei viveri, e guarniva le tavole di sapori e profumi di terra oltre che quelli di mare… i veneziani come veneti di terraferma in un’osmosi di acque e terra, le canoce, la polenta, il bacalà, le moeche e il riso nero di seppia…
    Il paradiso terrestre si può pensare nel Veneto, giardino dell’eden..

  2. Caro Alberto Pento, parlavo di Roma imperiale non questa…Spero di averlo messo abbastanza in chiaro.
    Prima di giudicare la mia opera, si informi su quanto vado facendo e scrivendo dal tardo 2006. Grazie.

    • Alberto Pento says:

      Xentil Paolo Bernardini

      ghevo ben capio kel se refereva a la Roma enperial e lo go anca scrito.

      Bernardini el ga scrito:

      “Il patriziato urbano rivendica nostalgico dell’aristocrazia terriera romana (mai persa nella memoria collettiva) il possesso e i possessi di terraferma.”

      Me par ke sipia asè difiçile demostrar l’existensa de sta memoria o sovegnansa coletiva.
      El latifondixmo enperial roman lè termenà co la fin de l’enpero roman e col scuminsio del medhoevo o periodo xerman xe scuminsià naltra storia anca par l’agrigoltura.
      Sta “sovegnansa” de cu el scrive Bernardini lè lomè parte del mito o del falbo mito roman, recuperà o montà su secoli pì tardi la fine de l’enpero roman, na fine ke par le xenti de l’Ouropa la xe stasta na leberasion da on tormento ke daromai el durava on par de secoli.

      Ke el patrisià, l’arestograsia, li siori, li paroni de le çità venete de tera e de la Venesia de mar li gapie fato suo el “mito o falbo mito roman” par dar al so poder na sorta de seitansa storega col coelo roman, on poder ke tanti li credea glorioxo, pol esar ma … difiçile demostrar la nostalxia e na seitansa de la memoria.

      Manco mal ke l’enpero roman lè fenesto e ke l’Ouropa la xe stasta ciapà en man da le xenti xermane.
      Mi no go gnaona nostalghia de la Roma enperial!

  3. Alberto Pento says:

    Caro Bernardini, a me par ke ti no te voj lebararte da Roma, ansi no te perdi ocaxion mar ponpar el so mito.
    Naltri a volemo lebararse da la Roma de ancò come ke jeri la storia la ne ga lebarà de la Roma de na olta.
    Tuti li taliani li ga Roma ente la testa e entel cor, speçalmente coeli ke vive de ciacole e del laoro de li altri.
    Mi ke so dal bon veneto-ouropeo e no talian no go gnaona fisasion co Roma de jeri e de ancò; mi a poso ben conçepir na vida bela e bona anca sensa Roma, ansi lomè sensa la Roma de jeri e de ancò xe posibile star mejo e lebararse da le caene taleghe.

  4. Alberto Pento says:

    Bernardini el ga scrito:

    “Il patriziato urbano rivendica nostalgico dell’aristocrazia terriera romana (mai persa nella memoria collettiva) il possesso e i possessi di terraferma.”

    Me par ke sipia asè difiçile demostrar l’existensa de sta memoria o sovegnansa coletiva.
    El latifondixmo enperial roman lè finesto co la fin de l’enpero roman e col scuminsio del medhoevo o periodo xerman xe scuminsià naltra storia anca par l’agrigoltura.
    Sta “sovegnansa” de cu el scrive Bernardini lè lomè parte del mito o del falbo mito roman, recuperà o montà su secoli pì tardi la fine de l’enpero roman, na fine ke par le xenti de l’Ouropa la xe stasta na leberasion da on tormento ke da romai durava secoli.

    Ke el patrisià, l’arestograsia. li siori, li paroni de le çità venete li gapie fato suo el “mito o falbo mito roman” par dar al si poder na seitansa storega e coel ke luti li credea ke fuse na gloria, pol esar ma … difiçile demostrar la nostalxia e na seitansa de la memoria.

    • Alberto Pento says:

      L’arte de la coltivasion de la tera e coela del xlevo de le bestie no lè xe na envension dei romani e le so mejoranse na envension de li monaghi cristian-catolego-romani. Ste arti le xe on portà de la storia omana a cu tute le comonidà omane le ga dà na so contribusion.
      Sta edea ke l’agrigoltura la sipia par bona parte na arte romana e monagal la xe falba come coela ke la çeveltà, la lengoa e la coultura le rive da Roma e dai romani (co l’aio-pountelo dei greghi).

      • Alberto Pento says:

        Camilo Tarelo, contadin (boaro, vilan, canpagnolo, agrigolo):

        Ad esempio partendo dal contadino Camillo Tarello, bresciano, la cui unica opera, i “Ricordi d’agricoltura” (1559), di cui conservo, magistralmente introdotta da Marino Berengo (Einaudi, 1975), l’unica edizione recente, lo fanno padre dell’agricoltura moderna, il sistema dei tre o cinque campi, o di rotazione, che, tra l’altro, rivoluzionò l’agricoltura del mondo, salvando da carestie immani popolazioni intiere, quando la morte la portava la carestia, (“a FAME…libera nos Domine!”) e non i rapaci governi centrali.

        Xe cusi ke canvia e mejora le arte de l’omo co la contribusion de tuti li omani comouni e no par opara de coalkedon de eleto o metego o arestogratego!

Leave a Comment