SERBIA NELL’UE? TUTTO PASSA DALL’INDIPENDENZA DEL KOSOVO

di STEFANO MAGNI

Dopo tre mesi di sospensione, da oggi riprende il dialogo tra Unione Europea e Serbia sulla cooperazione regionale. La posta in gioco è sempre quella: il Kosovo. Se il governo di Belgrado accetterà la sua presenza nei forum regionali e gestirà assieme a Pristina le frontiere comuni, allora la Serbia sarà probabilmente accettata come membro candidato dell’Unione Europea, nel prossimo vertice del 1 marzo. Altrimenti la sua candidatura rischia di slittare al dicembre 2012 o addirittura nel 2013. E in quest’ultimo caso si troverà a sbarrarle la strada un altro grosso ostacolo: la Croazia, che l’anno prossimo sarà il 28mo membro del club europeo. E che, per il suo passato recente (la guerra del 1991-1995), non sarà certamente filo-serba.

Secondo quanto hanno riferito, alle agenzie stampa, fonti europee vicine al negoziato, ci sono ottime probabilità di raggiungere un accordo fra Belgrado e Pristina. Ma: “nell’ultimo periodo c’è stata una certa ossessione per le note a piè di pagina”, cioè i riferimenti a documenti e risoluzioni per la definizione dello status del Kosovo. E’ un Paese indipendente? Non lo è ancora? Non lo sarà mai? Nemmeno l’Ue, al suo interno, è d’accordo su questo punto. La Spagna, tanto per fare un esempio, non lo riconosce quale Stato indipendente. Perché potrebbe creare un precedente utile per Catalogna e Paesi Baschi.

Le “note a piè di pagina”, nei Balcani meridionali, in una regione in cui si è combattuta una guerra civile fino ad appena 13 anni fa, sono difficili da sottovalutare. Dal punto di vista del Kosovo, l’importante è essere riconosciuto e rispettato come Stato indipendente e sovrano. Dopo una serie di colloqui fra Pristina e Belgrado, svoltisi con la mediazione del vicesegretario di Stato americano William Burns, Hashim Thaci, premier kosovaro, ieri vantava, quale risultato positivo, una promessa che i serbi menzioneranno tre documenti ufficiali: la decisione sulla proclamazione di indipendenza del 17 febbraio 2008, il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2010 che definisce l’indipendenza in linea con il diritto internazionale e la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu (del 1999) che sancì al termine della guerra l’arrivo delle truppe della Nato (Kfor) in Kosovo. Parlare apertamente, in veste ufficiale, di questi tre documenti, equivarrebbe a un riconoscimento “di fatto” dell’indipendenza di Pristina da parte di Belgrado. Ma i serbi hanno prontamente smentito la notizia. Il loro capo negoziatore, Borislav Stefanovic, ha definito inaccettabile per Belgrado una soluzione che menzioni la dichiarazione di indipendenza del Kosovo. “E’ importante che il Kosovo partecipi alle riunioni internazionali, e la Serbia intende consentirgli di far sentire la sua voce. Ma il Kosovo deve essere rappresentato in maniera asimmetrica, vale a dire non allo stesso modo dei Paesi indipendenti”.

Belgrado, ha affermato il ministro, accetta la menzione della risoluzione 1244 dell’Onu e del parere della Corte internazionale di giustizia, ma non la dichiarazione di indipendenza. L’obiettivo di serbi è chiaro: non formalizzare la perdita di quella che tuttora considerano una loro regione. Per l’attuale classe dirigente di Belgrado questo punto è essenziale, anche ai fini elettorali: le urne si apriranno il prossimo maggio e la maggioranza sostenuta dal Partito Democratico (Ds), rischia di finire in minoranza. Il governo Boris Tadic ha puntato tutto sull’adesione all’Unione Europea, ma rischia di perdere il treno. Ad incalzarlo sono soprattutto gli euroscettici del Partito Democratico della Serbia (Dss), guidati da Vojislav Kostunica, e il Partito Progressista Serbo di Tomislav Nikolic, entrambi convinti che l’ingresso nell’Ue non valga il sacrificio dei diritti della popolazione serba rimasta in Kosovo. Quest’ultima, tra l’altro, si è espressa in modo netto, la settimana scorsa, con un referendum nelle municipalità del Nord, contro la sovranità di Pristina.

La vigilia della ripresa dei colloqui ha lasciato anche il tempo per qualche colpo basso. La vicepremier serba Ivica Dacic commentava indignata in televisione una lettera che sarebbe stata inviata dal Kosovo ai 27 governi dell’Ue, in cui si chiede semplicemente di “…non accordare lo status di Paese candidato alla Serbia a causa degli scarsi risultati raggiunti nel dialogo con Pristina”. Secondo la Dacic questa lettera “…dimostra che per le autorità del Kosovo il dialogo è solo un modo per esercitare pressione su Belgrado, e che Pristina non desidera un compromesso”. Per ora, la storia di questa lettera è quasi solo un pettegolezzo. Ma se la Serbia dovesse essere veramente respinta dall’Ue, allora avrebbe ripercussioni politiche. E non solo “note a piè di pagina”.

 

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

2 Comments

  1. Radimiro says:

    Veramente Ivica Dacic è un uomo e quindi preferisco non commentare !

Leave a Comment