Senatori a vita, privilegio italiano. Solo Montanelli rifiutò

di ROMANO BRACALINI

Il principio del decoro e della magnanimità del gesto ha un’altra volta prevalso sul senso della misura e della sobrietà. Nemmeno in questa sfavorevole congiuntura, in cui avrebbe dovuto dimostrare maggiore sensibilità, il presidente Napolitano ha ritenuto di rinunciare alla più anacronistica e assurda delle sue prerogative “regie”. E’ vero che la Carta, obsoleta e prolissa, glie lo consente; ma i tempi avrebbero dovuto suggerirgli maggiore discrezione; invece, nel bel mezzo della crisi politica e finanziaria, ecco che il presidente nomina quattro senatori a vita, Abbado, Cattaneo, Rubbia e Piano, che vanno a aumentare il costo della spesa.

Ce n’era bisogno? Vana domanda. Il Quirinale ha mantenuto lo sfarzo monarchico e le spese sono cresciute in conformità. La repubblica non ha rotto con il passato ma ne rappresenta la perfetta continuità sotto altra forma. Il presidente mantiene le medesime prerogative che un tempo appartenevano al re, come quella di concedere la grazia e commutare le pene, conferire onorificenze e, appunto, di nominare i senatori a vita, un’usanza che non ha eguali  in nessun paese civile. Con la nomina a senatore a vita di Mario Monti, Napolitano si accredita come il più largo di manica, e il meno accorto, dei capi di Stato che l’hanno preceduto. Il Quirinale, da antica residenza dei Papi, divenne la residenza dei re sabaudi e poi dei presidenti della Repubblica. Cambiava lo scenario ma non il cerimoniale che si volle a imitazione della monarchia perfino nelle sue prerogative più ostentate. Sotto la monarchia il Senato era di nomina regia. Il laticlavio andava agli uomini più rappresentativi del regno e non aveva carattere “politico”. La Repubblica non ha abolito questo privilegio poco democratico, anzi lo ha caricato di un significato politico improprio. Non si premia il merito ma la convenienza politica. Un privilegio di specie monarchica di cui i primi presidenti della Repubblica, più legati a una tradizione di sobrietà e discrezione, fecero un uso più moderato, finchè gli ultimi capi di Stato, specie Cossiga, Ciampi e quindi Napolitano, il più ciarliero e interventista, ripresero la felice consuetudine. Da solo Napolitano ne ha nominati complessivamente cinque.

Nella storia poco commendevole della Repubblica si conosce un solo caso di clamoroso rifiuto: fu quello di Indro Montanelli che nella sua vita aveva rifiutato onorificenze e cavalierati e da ultimo il laticlavio per restare “solo un giornalista”. Il suo esempio rimasto unico è ancora più degno di ammirazione e di rispetto. Che le origini siano un segno del carattere? Montanelli era toscano, Napolitano partenopeo anche nelle esteriorità più vistose. I Borboni regnavano su un popolo di straccioni e di parassiti, ma la Corte era tra le più sontuose. L’origine spiega lo stile: Bettino Ricasoli, fiorentino, aveva rinunciato allo stipendio e ai privilegi connessi con la carica di presidente del Consiglio; mentre Francesco Crispi truffava lo Stato facendo viaggiare gratis in treno i famigliari, i compari e la servitù. Nel Regno d’Italia il laticlavio era un segno di riguardo e d’età, ma non surrogava il voto popolare come avviene nelle dittature, e in Italia.

Nella Repubblica i senatori a vita votano e ovviamente votano per la parte politica alla quale devono l’onore del laticlavio. Dal Senato romano alla Monarchia dei Savoia il culto della vecchiezza si accompagna fatalmente al nepotismo e al privilegio camuffato da esperienza. Non si discute il diritto dei senatori a vita a votare, si contesta il meccanismo di legge che consente il voto a senatori nominati dall’alto e non eletti dal popolo. In Italia tutto è privilegio: ovvero il contrario della democrazia. In Italia il presidente della Repubblica resta in carica sette anni, in Francia cinque, negli Stati Uniti quattro e quando decadono dalla carica tornano agli antichi mestieri. In Italia diventano senatori a vita a spese dell’erario. Napolitano è stato eletto due volte, un altro privilegio riservato al primo presidente comunista che non fece mistero delle sue simpatie staliniste nell’invasione sovietica di Budapest nel 1956. La Repubblica ha formalmente abolito i titoli nobiliari ma non i privilegi di casta (resiste l’Eccellenza spagnolesco specie al Sud). Da quando Caligola fece senatore il suo cavallo, in Italia non s’era più visto niente del genere.

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