I secessionisti fan breccia anche negli Usa. Monito contro il centralismo

di GIOVANNI MARIA MISCHIATI

Vi sia pure chi ci vedrà soltanto folklore, ma una spia benché minima, quantunque già significativa, del disagio prodotto in una fetta non ancora quantificabile di cittadini USA dalla rielezione del sor Barack alla Casa Bianca, per la quale, more solito, si è mobilitata una percentuale inferiore alla metà degli aventi diritto, in misura quasi uguale per favorirla o per contrastarla, di là dagli accenti trionfalistici della claque mediatica, più fracassona nel Vecchio che nel Nuovo Mondo (come se l’avvento, quattro anni or sono, del Messia sposo di Michelle non fosse coinciso con la temperie speculativa piegatrice degli assetti economici europei, originata di rimbalzo dalla bolla figlia degli avventurismi delle banche a stelle e strisce, che avrebbero poi trovato proprio in Obama il deus ex machina salvifico, sulle orme di quel Clinton loro paladino), ebbene, si cela in una notizia non casualmente nascosta dai grandi organi d’informazione – e deformazione -, che tanto si assomigliano su entrambe le sponde dell’Atlantico: da noi, è vero, si ciancia di Catalogna e Scozia e Baviera e Veneto, per esecrarne le pulsioni autonomistiche, se non addirittura secessionistiche, ma intanto anche il corpaccione dell’Unione difesa a suon di cannonate dal liberatore degli schiavi neri Lincoln sembra percorso da fremiti febbrili, che rimandano alla volontà di riappropriarsi del proprio destino alla faccia delle mene bilderberghiane e trilaterali, i cui fasti sono stati celebrati in questi giorni in quel di Roma, quasi a ribadire che la sorte dei popoli è l’ultima cosa che interessi ai bastardi della finanza vogliosi di trasformarci tutti a colpi di gabelle in dipendenti ossequiosi e nullapensanti, anche a costo di sacrificare i consumi e la crescita di intere nazioni.

Anche stavolta sarà l’America a salvarci, con il paradosso di un risorgente isolazionismo contraddicente quella globalizzazione ormai archiviata come verbo di speranza, quantunque concretamente perseguita nei più remoti anfratti dell’orbe? Parrebbe che, dal Texas all’Alaska, passando per il minuscolo Delaware, senza distinzione fra seguaci dell’asinello e dell’elefantino, sia un pullulare di petizioni popolari per staccare questo o quello stato da Washington ladrona, vista magari a torto come sentina di vizi burocratici dagli abitatori dell’America profonda, soprattutto dopo le sciagurate scelte del governo centrale in tema di riforma sanitaria e di salvataggio delle banche. Qualcuno ha avuto l’ardire di conteggiare le iniziative partite dalla periferia per provare perlomeno ad avvertire l’amministrazione centrale che manco l’idea di Stati Uniti si può considerare eterna, scoprendo che già sono trentadue gli stati dove gruppi più o meno numerosi di cittadini si danno da fare per raggiungere con tale messaggio i padroni della politica federale. E non è da dire che siano i più ricchi, o i meno poveri, a voler dare un taglio al sogno di un’unica bandiera, siccome pure in California, un tempo terra promessa per antonomasia e oggi condotta sull’orlo del fallimento, vi sono persone che ambirebbero fare a meno dell’onnipresente stato centrale. Ed è uno choc salutare per gli innamorati del luogo comune dell’estrema mobilità che caratterizzerebbe i cittadini a stelle e strisce, i quali, pur così avvezzi a spostarsi da uno stato all’altro, capiscono meglio di chiunque altro la validità del principio di concorrenza, al punto di volerlo trasporre anche nel campo della cittadinanza; infatti, ciò che non comprendono gli ostili al riconoscimento del diritto di secessione è quanto sia importante, non la secessione in sé, bensì in quale modo si seceda.

Per costruire una società più liberale, magari, da contrapporre a chi invece ha fatto della burocrazia e dell’ipernormativismo un dio. Gli Stati Uniti non si frantumeranno domani, ma forse la perdita di qualche pezzo, anche piccolo, di territorio, potrebbe valere da monito per i governi d’Europa, che inseguono l’utopia mortifera dell’omogeneizzazione centralizzata, uccidendo l’anelito di libertà di popoli non disposti a morire per le banche e per i pareggi di bilancio che sbilanciano famiglie ed imprese.

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