LIBIA, ALTRA SECESSIONE IN VISTA: ORA TOCCA AI “TUBU”

di STEFANO MAGNI

Altra secessione in vista per la Libia. Questa volta non stiamo parlando della Cirenaica (che ha già proclamato unilateralmente la sua autonomia), ma del Fezzan, l’immensa regione desertica del Sud che l’Italia stessa stentò a domare all’epoca del colonialismo. In questo caso, si parla, in particolare, di un gruppo etnico del Sud, poco conosciuto a queste latitudini: i Tubu.

Questo popolo semi-nomade, diffuso nel deserto fra Ciad, Niger e Libia meridionale, ora rivendica la propria identità e teme di essere sterminato. Scontri fra le milizie libiche e i Tubu sono scoppiati due giorni fa a Sebha, ex roccaforte del regime di Gheddafi. Le notizie sono scarse e confuse. Lo scontro è scoppiato in seguito alla morte di un funzionario governativo, sequestrato durante una rapina. Abdelrahmane Seif al Nasr, capo della sicurezza per la regione del Fezzan, durante i gravi disordini sarebbero morti 15 o 20 abitanti della città, uccisi dagli insorti. Secondo la televisione pan-araba Al Jazeera, il bilancio (ancora provvisorio) è di 23 morti e 71 feriti. Dopo la battaglia urbana, le autorità cercano di mediare.

Ieri, secondo il responsabile della sicurezza di Sebha, Mohamed Abu Saif, una rappresentanza di leader tribali della zona è impegnata in una mediazione. Ma gli scontri sono proseguiti. Un medico di Sebha parla di 15 morti e 63 feriti nella sola giornata di ieri. Il capo della tribù ribelle, Abdelmajid Mansur, ha denunciato un piano genocida contro il suo gruppo, e ha proclamato, per la prima volta, la svolta separatista. “Annunciamo la riattivazione del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia per proteggere il nostro popolo da una pulizia etnica. Chiediamo un intervento internazionale e di mettersi in opera per uno Stato indipendente”.

Il Fronte Tubu esiste già, come formazione guerrigliera, dai tempi di Gheddafi. La Repubblica Araba dell’ex dittatore perseguitava le minoranze africane. Secondo un rapporto della Società dei Popoli Minacciati, pubblicato dall’agenzia Onu per i diritti umani, i Tubu hanno sofferto una “discriminazione massiccia” nel vecchio regime. In particolare, nel 2007, erano stati privati della cittadinanza, in quanto “abitanti del Ciad” (uno Stato con cui Gheddafi è stato in guerra per un ventennio). Veniva loro negato l’accesso all’istruzione e alla sanità. I Tubu si sono ribellati al colonnello nel 2008, ma la loro rivolta è stata soffocata nel sangue. Nel 2009 il regime li ha puniti collettivamente, con una campagna di arresti e di demolizione indiscriminata delle loro case.

Ovviamente il Fronte Tubu era in prima linea nella rivoluzione contro Gheddafi e ha partecipato alla campagna del Fezzan assieme alle milizie del Consiglio Nazionale di Transizione. Ma nel caos della Libia post-dittatura c’è spazio per ogni tipo di violenze. Nessuno si sente tutelato da un nuovo Stato che ancora non c’è. Dunque si crea lo spazio per ogni richiesta di indipendenza, per difendere con la forza la propria sopravvivenza dalle future minacce.

 

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