Se nell’uovo di Pasqua dei politici ci fosse verità e audacia…

ITALY-POLITICS-LOWER HOUSE-VOTEdi CHIARA BATTISTONI – Forse la trascendenza non è di questa terra, almeno non per tutti. La spiritualità sì, però, e perfino la santità. Pasqua regala al mondo intero una straordinaria esperienza di continuità, di vita che genera vita, di eternità.
È la stessa trascendenza che permette agli uomini di mettersi in gioco, di vivere con passione temperata dalla ragione le tappe della vita, nell’ascolto degli altri e di se stessi. Nell’intervento dell’allora cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, tenuto a Subiaco, in occasione
della consegna del Premio San Benedetto, si legge: «Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione. È vero che oggi
esiste un nuovo moralismo le cui parole chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali e di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana».

Dovere personale, impegno nel quotidiano sono due ingredienti fondamentali pure del buon governo; prima che essere della collettività, le scelte sono individuali; senso di responsabilità e dedizione sono due aspetti imprescindibili del bagaglio umano del governante, al quale si chiede di guidare la società nel presente, immaginando però futuri scenari d’evoluzione. Il richiamo generico ai valori condivisi non basta; ci vuole un atto di volontà del singolo politico, che è sempre una scelta personale, di impegno e sacrificio individuale.

Per questo, ricordando proprio il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici sopravvivono, Papa Ratzinger ci ricordava che «(…) fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando perfino di poter arrivare, in nome di grandi obiettivi, a disprezzare l’uomo. Il moralismo politico, così come l’abbiamo vissuto e come lo viviamo ancora, non solo non apre la strada a una rigenerazione, ma la blocca».

Rigenerarci: per farlo abbiamo bisogno di convinzioni profonde, la cui costruzione richiede ai più un’intera vita, di passione, si diceva prima, temperata dalla razionalità, di amore, per noi stessi e gli altri e per chi crede, di Fede, Fede in Dio. Nel discorso di Subiaco il Pontefice ci ricorda che la razionalità scientifica sviluppata in Europa, sfociata nella cultura tecnica e nella scienza, ha permeato il mondo intero. Al tempo stesso, però: «Sulla scia di questa forma di razionalità l’Europa ha sviluppato una cultura che, in un modo sconosciuto prima d’ora all’umanità, esclude Dio dalla coscienza pubblica, sia che venga negato del tutto, sia che la sua esistenza venga
giudicata non dimostrabile, incerta, e dunque appartenente all’ambito delle scelte soggettive, un qualcosa comunque irrilevante per la vita pubblica. Questa razionalità puramente funzionale, per così dire, ha comportato uno sconvolgimento della coscienza morale altrettanto nuovo per le culture finora esistite, poiché sostiene che razionale è soltanto ciò che si può provare con degli esperimenti.

Siccome la morale appartiene a una sfera del tutto diversa, essa, come categoria a sé, sparisce e deve essere rintracciata in altro modo, in quanto bisogna ammettere che comunque la morale, in qualche modo, ci vuole. In un mondo basato sul calcolo, è il calcolo delle conseguenza che determina cosa bisogna considerare morale e cosa no. E così la categoria del bene, come era stata evidenziata chiaramente da Kant, sparisce. Niente in sé è bene o male, tutto dipende dalle conseguenza che un’azione lascia prevedere».

Il messaggio di Benedetto XVI era chiarissimo ed è tutto nel suo motto (un tempo il suo motto episcopale) “collaboratori della
verità”, preso dalla terza lettera di San Giovanni, che egli stesso spiega nella sua biografia (scritta quando ancora era cardinale), scelto perché «mi pareva che potesse ben rappresentare la continuità tra il mio compito precedente e il nuovo incarico; pur con tutte le differenze si trattava della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio. E dal momento che nel mondo di oggi l’argomento verità è quasi scomparso, perché appare troppo grande per l’uomo, e tuttavia tutto crolla, se non c’è la verità questo motto episcopale mi è sembrato il più in linea con il nostro tempo, il più moderno, nel senso buono del termine».
(da La mia Vita, J. Ratzinger, Edizioni San Paolo, 1997, pag. 120)
Abbiamo davvero bisogno di verità e di audacia, per abitare con gioia i nostri sogni.

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