Se la città degli eroi dello sbarco vota Brexit: non abbiamo rischiato la vita per avere Bruxelles

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di Benedetta Guerrera e Alessandro Carlini – Da Portsmouth salpo’ la flotta alleata che nel 1944 libero’ l’Europa occidentale dai nazisti, ma a distanza di oltre 70 anni questa citta’ portuale del sud dell’Inghilterra ha un altro volto: quello di una roccaforte inespugnabile di britannici che vogliono tagliare i ponti con l’Ue. “Bruxelles e’ un’istituzione anti democratica e non vogliamo piu’ esserne soggetti”, taglia corto all’ANSA Colin Galloway, consigliere dell’Ukip che ha fatto approvare la prima mozione nel Regno che dichiara una citta’ “fuori dall’Unione”. Un documento simbolico che non ha conseguenze politiche ma ha spinto altri centri a fare lo stesso nell’Inghilterra profonda e a manifestare tutto il loro disagio e malcontento nei confronti di quell’Europa d’oltremare.

E la ragione principale di questa voglia di divorziare dai “mandarini di Bruxelles”, come li chiama Colin, e’ rappresentata dall’immigrazione, che proprio a Portsmouth ha raggiunto livelli record soprattutto dall’est. “Questa citta’ e’ un un’isola, si trova nella Portsea Island, dove il fiume Solent sfocia nella Manica – ricorda Galloway – la densita’ della popolazione e’ addirittura superiore a quella di Londra e i nostri servizi non riescono piu’ a sopportare questo afflusso di stranieri”. Poi presenta numeri a sostegno della sua opinione, come gli oltre 1600 posti mancanti nelle scuole pubbliche o il fatto che il pronto soccorso del Queen Alexandra Hospital, il maggiore della zona, risulti sempre in emergenza perche’ stracolmo di pazienti: molti dei quali cittadini per l’appunto di Paesi comunitari dell’est d’Europa. Galloway pero’ rifiuta le accuse di xenofobia fatte al suo partito guidato da Nigel Farage.

“Io sono un ebreo irlandese, ho vissuto per quindici anni in Sudafrica e poi mi sono trasferito in Inghilterra – racconta – mi sento un europeo, ma non voglio essere suddito di Bruxelles e delle decisione che piovono da li'”. Ben diversi sono gli umori di un gruppo di portuali che parlano in modo animato della Brexit davanti alla Spinnaker Tower, la gigantesca torre a forma di vela sponsorizzata dagli Emirati arabi divenuta simbolo della citta’. “L’Europa e’ per noi una sorta di quarto reich – sbuffa uno di loro senza star troppo a misurare le parole – ci limita in tutto, e’ ora di riprenderci indietro la nostra liberta’ e i nostri soldi”. Molti a Portsmouth sono sicuri che il porto della Royal Navy potra’ prosperare anche dopo, coi suoi traghetti che trasportano migliaia di persone ogni anno dall’altra parte, in Europa, sulle coste della Normandia, proprio come fece la flotta da sbarco anglo-americana nel 1944.

“Oggi non si possono fare paragoni con allora – dice il pensionato Norman Smith – Bruxelles non e’ di certo la Berlino di Adolf Hitler, ma questo non toglie che l’Ue esercita troppo potere su di noi: vogliamo decidere in completa liberta’ dei nostri confini, a chi aprirli e a chi chiuderli”. Ma non tutti la pensano cosi’, c’e’ anche chi paventa l’isolamento. “Con la Brexit ci saranno meno opportunita’ per noi e per gli altri britannici”, sottolinea Michael, che lavora in una agenzia di traghetti. Chi teme piu’ di tutti l’uscita dall’Ue sono pero’ le migliaia di lavoratori stranieri, come Sibil, arrivata dalla Bulgaria. “Lavoro in una fabbrica – racconta orgogliosa – con decine di altre operaie, polacche e romene, abbiamo dato molto a questa citta’ e a questo Paese. E la paura e’ che adesso con un voto ci tolgano tutto quello che abbiamo”.

 

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